sabato 31 dicembre 2011

I Migliori Pezzi Del 2011 #1

In ordine rigorosamente sparso.

-Chapel Club-The Shore

-The Black Keys-Little Black Submarine

-The Black Belles-Lies
-Dente-Io Sì
-Girls-Vomit
-Kasabian-La Fee Verte

-The Veils-Grey Lynn Park
-Beirut-A Candle's Fire
-Seasick Steve-Treasures

-Graveyard-No Good, Mr. Holden

-Vinicio Capossela-Lord Jim
-Joan As Police Woman-The Magic

-Cowboy Junkies-Betty Lonely
-The Antlers-Putting The Dog To Sleep

-Emmy The Great-Dinosaur Sex

-Dum Dum Girls-Coming Down

giovedì 29 dicembre 2011

Avvistamenti : Umberto Palazzo-Canzoni Della Notte E Della Controra(2011)


Umberto Palazzo è la tipica figura dell'outsider di lusso, l'artista sempre sul punto di valicare il labile confine della fama e del successo, quello a cui manca sempre trenta per fare trentuno. In tutte le sue incarnazioni(Massimo Volume, Santo Niente, Santo Nada) è sempre stato sul punto di superare la borderline della gloria locale, gloria che gli deriva anche dall'attività di dj specie presso l'oasi felice(ma ormai dismessa) del Wake Up. Sia ben chiaro, questa sua stanzialità sul confine di cui sopra nulla toglie al valore di Palazzo, anzi, probabilmente egli è il primo a trovarsi piuttosto a suo agio nella nicchia che si è scavato negli anni. Tutto questo per introdurre l'opera prima del Palazzo solista, opera ben ponderata se è vero che arriva in età non più verdissima. E che, per il sottoscritto, che ha sempre seguito senza troppo entusiasmo le evoluzioni dei Santo Niente, rappresenta una delle sorprese più piacevoli dell'annata; voglio spingermi oltre, Canzoni della notte e della controra è il disco italiano, con Capossela e Dente, che più mi ha convinto in tutto il 2011. Opera ben ponderata, si diceva, e si capisce già dalla cura di tutto il packaging e dalla scelta azzeccatissima del titolo(la controra è un termine meridionale che allude a quell'ora del primo pomeriggio che, per semplificare, potremmo assimilare all'ora della siesta messicana), oltre che dagli arrangiamenti minimali e cesellati dell'intero lavoro. Le atmosfere, allo stesso tempo cupe e mediterranee, rimandano a gruppi quali Black Heart Procession, a un certo pop italiano di qualità degli anni che furono e ad artisti come Cesare Basile e, con le dovute proporzioni, De André e Nick Cave. Manca quasi del tutto l'apporto ritmico della batteria e prevalgono gli strumenti acustici, anche se non manca un sottile filo elettrico a irrorare quà e là i nove pezzi di cui si compone l'album; da segnalare il discreto ed efficace uso di uno strumento insolito e fascinoso come il Theremin. I pezzi sono tutti di buon livello, spesso crescono piano implodendo làddove ci si aspetterebbe un banale ritornello e non ci sono particolari cadute di tono; tra le cose più pregevoli si segnalano l'apertura di Terzetto nella nebbia e della funerea La luce cinerea dei led(pezzo migliore, per me), le atmosfere quasi da tradizione napoletana di Cafè chantant e la bella e romantica Luce del mattino. Tra le cose che convincono meno i testi, non sempre all'altezza dei maestri, pur con sprazzi apprezzabili(Acchiappasogni, quasi dylaniana),l'evitabile riproposizione di Aloha,già noto pezzo dei Santo Niente e la voce di Palazzo, che a volte sembra non reggere la cupezza del concept. Ah, i più smaliziati aguzzeranno le orecchie nella conclusiva Acchiappasogni e riconosceranno ben più di un debito(omaggio?) verso la celebre Albatross dei Fleetwood Mac del grande Peter Green.
In conclusione, quindi, un plauso a Umberto Palazzo e un invito a continuare a coltivare questa sua vena cantautorale e intimista.

mercoledì 28 dicembre 2011

Top 15 2011: #1



1. Timber Timbre-Creep On Creepin' On

Puntando anche quest'anno sull'effetto sorpresa tipo "Timber Timbre? E chi cazzo sono?" ecco il verdetto della mia piccola classifica; Creep on creepin' on è il mio album preferito del 2011 e, d'altronde, se volevate Adele e Lady Gaga e Katy Perry avreste dovuto optare per altri lidi. Rimandandovi alla recensione apparsa a suo tempo, vi dici che il lavoro della band canadese, il quarto in catalogo ma il secondo con una produzione degna di tal nome, è un disco dal fascino oscuro e dalle atmosfere gotiche, la strumentazione è ridotta all'osso(tranne in qualche episodio strumental-orchestrale) e su tutto spicca la splendida voce di Taylor Kirk, sorta di Elvis in versione dark. E Black Water è secondo me uno dei pezzi migliori degli ultimi anni.

martedì 27 dicembre 2011

Top 15 2011: #5 to #2

5. Anna Calvi-S/T

Se cercate una rossa tutta fascino e voce, direi che Florence and The Machine dovrebbero andare benissimo. Se poi vi interessa anche la sostanza musicale e una bella Telecaster a tracolla che non se ne sta lì solo per bellezza, allora optate per il disco di Anna Calvi; un esordio al fulmicotone, passato fin troppo sotto silenzio.


4. Graveyard-Hisingen Blues

Il miglior disco di rock duro e puro dell'anno arriva dalla Svezia, terra dai sottovalutati trascorsi tra rock, prog e psichedelia. Derivativi fino all'osso da certo hard-blues anni 70' (ma CHISSENEFREGA), i Graveyard siorano la perfezione sia quando pestano sull'acceleratore, sia quando diluiscono l'ispirazione in ballatone psichedeliche in stile floydiano.


3. Vinicio Capossela-Marinai, Profeti e Balene

Un disco mastodontico come il bianco leviatano e di nobili natali letterari dove il buon Vinicio gioca a riproporre tutte le sue atmosfere tipiche: il blues sbilenco di Billy Budd e quello desertico di Polpo D'Amor(coi Calexico), il jazz-cabaret di Pryntyl e il teatro de La bianchezza della balena e ancora le atmosfere deandreiane di Lord Jim e Il grande leviatano.


2. Feist-Metals

Il ritorno dopo quattro anni di Leslie Feist, dove la canadese, con atmosfere sospese tra folk e blues, ristabilisce le gerarchie in un segmento sovraffollato come quello del cantautorato femminile, dimostrandosi una spanna sopra le sue colleghe. Chapeau.

lunedì 26 dicembre 2011

giovedì 22 dicembre 2011

Top 15 2011: #14 to #10

14. Brown Bird-Salt For Salt


13.Bic Runga-Belle


12.Beirut-The RipTide


11.Seasick Steve-You Can't Teach An Old Dog New Tricks


10.Eleanor Friedberger-Last Summer

domenica 18 dicembre 2011

Top 15 2011: #15 El Camino-The Black Keys


L'idea, lo ammetto, originalissima, era quella di postare la mia top ten annuale, un album al giorno, fino alla fine dell'anno. Ora è diventata una top 15, non tanto perché il 2011 sia stato un anno fenomenale per le uscite discografiche, anzi, diciamolo, non lo è stato, quanto perché alcuni lavori stavano più o meno sullo stesso piano sul mio personalissimo taccuino(cit. Rino Tommasi). Spero di riuscire a tener fede all'impegno quotidiano, ma so già che non ci riuscirò e la classifica natalizia si trascinerà fino a Pasqua.
Cominciamo con l'ultimo lavoro dei Black Keys, e valga anche da recensione, visto che non ne avevo ancora avuto tempo. Certo sono lontani i tempi degli esordi, quando il duo di Akron venne presto bollato come epigono più rozzo e genuino dei White Stripes, e quando l'ispirazione erano il rock blues più sanguigno dei sixties e il blues rurale di Junior Kimbrough e R.L. Burnside. Ma è lontano anche il vicinissimo 2010 di Brothers, con le sue derive soul, tanto lodate dalla critica quanto temute dal sottoscritto. E così questo El Camino, nonostante il titolo accattivante, rischiava di scontentare tutti, fan della prima ora e critica fighetta che li ha scoperti dopo dieci anni. Eppure, al di là della temibile produzione di Danger Mouse, che ha smussato tutto lo smussabile, Dan Auerbach rimane forse la miglior voce del rock di oggi e una delle chitarre più colte e affilate, i pezzi sono tutti piuttosto validi e le atmosfere abbastanza varie tanto da far scorrere l'album abbastanza piacevolmente. Tra gli episodi da ricordare il robusto blues di Gold on the ceiling, i cambi di atmosfera di Little black submarines, la slide ruffiana di Run right black e la puntata ai confini del pop di Nova Baby. Certo, alla lunga qualcosa comincerà a scricchiolare, se è vero che, secondo me, i lavori migliori degli ultimi anni rimangono l'esordio solista di Auerbach e la parentesi hip hop dei Blak Roc. Ma da qui a darli per bolliti ce ne passa. Per adesso.

sabato 17 dicembre 2011

Avvistamenti : Smith and Burrows-Funny Looking Angels(2011)


Parliamoci chiaro: quale periodo dell'anno è più nauseante delle festività natalizie? Gente che ovunque fa di tutto, ovviamente senza riuscirci, per ostentare bontà e felicità che più false non si potrebbero; file iperboliche alle casse dei supermercati di famigliole che sembrano uscite da Miracolo nella 34ma strada con bambini strepitanti al seguito, mentre voi siete là, obbligati a sorridere e aspettare il vostro turno per almeno tre quarti d'ora, solo per comprare la schiuma da barba o gli assorbenti; luci sfavillanti di auguri a cui manca sempre una lettera e traffico congestionato a qualsiasi ora e commercianti cinesi e pakistani che credono in confucio o mao tse tung o krishna o non sanno nemmeno loro in cosa, ma non disdegnano certo di esporre il loro bell'alberino di natale fatto di materiali esclusivamente tossici, se si tratta di attirare polli da spennare. E non parliamo di cosa ci tocca vedere se proviamo ad avvicinarci ad un cinema; le stesse famigliole che ci occhieggiavano con la loro stolida felicità al supermarket si ricordano per una volta all'anno dell'esistenza della settima arte. Andando al cinema una volta all'anno almeno andassero a vedere un film decente...macché, eccoli sciamare in file disordinate e staccare il biglietto per l'ultima cine-fetecchia di De Sica & co. o ancora di Pieraccioni o di altre schifezze assortite. E arriviamo alla musica; è inutile, prima o poi ci cascano tutti: il disco di canzoni natalizie! Ultimo, tanto per citarne uno, quel pacioccone di Michael Bublé, tanto che ultimamente ce lo ritroviamo su tutti i canali, da Fiorello a Gerry Scotti a Carlo Conti, insomma il gotha del nulla. Niente contro le canzoni natalizie, a parte il fatto che la maggior parte sia, nella sua zuccherina inconsistenza, tra i peggiori parti compositivi di ogni tempo. Però...c'è un però, e se siete un minimo perspicaci vi stavate chiedendo quando sarebbe arrivato; ed eccolo, sotto forma di Funny looking angels, curioso progetto natalizio di Tom Smith degli Editors e Andy Burrows, già nei Razorlight, nei We Are Scientist e I Am Arrow. Una vera sorpresa per il sottoscritto, che ha sempre poco amato gli Editors e conosciuto poco o punto le avventure di Burrows. Eppure il disco in questione, pur non essendo certo un capolavoro memorabile, vanta secondo me il corretto approccio al disco del natale ai tempi della crisi; e cioé pezzi in tema ma non eccessivamente natalizi, atmosfera in tema ma non stucchevolmente felice. Niente Jingle bells e White Christmas, per intenderci. Un mix assai azzeccato tra pezzi composti per l'occasione(As the snowflakes falls su tutti) e cover fintamente di basso profilo(On and on dei Longpips e Only you degli yazoo, per esempio). A rischio ridondanza la scelta di proporre l'abusata Wonderful life e la classica The Christmas Song, ma l'arrangiamento minimal cupo della prima e l'eleganza dell'ospite Agnes Obel nella seconda tengono insieme la baracca. Il vocione di Smith e quello tipicamente brit-pop di Burrows si spartiscono equamente il campo e il risultato rimane valido per tutta la durata dell'album, peraltro apprezzabilmente breve. E allora, se disco natalizio deve essere, che sia questo Funny Looking Angels di Smith & Burrows!

martedì 6 dicembre 2011

Avvistamenti : Bic Runga-Belle(2011)

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Cos'è il pop? Sarebbe bello, una volta per tutte, mettersi d'accordo sul contenuto di questo calderone in cui i critici di professione e quelli improvvisati(chi scrive...), spesso per mera comodità, infilano un po' di tutto; si può andare dal trash di Lady Gaga e Jessie J con le loro urla sguaiate e le mise da Halloween sulla bonifica alle canzoncine insipide di una Katy Perry o appena più insaporite di Lily Allen, per tacere di varianti più o meno legittime dal brit-pop al pop-punk. C'è poi un pop più genuino e al tempo stesso nobile che, partendo da radici che affondano nei sixties di Beatles e Beach Boys, passando per gruppi sottovalutati come i Crowded House e tanti altri, arriva fino ai giorni nostri e si perpetua con i dischi di Brent Cash, Richard Hawley, Veils e, ed è il caso di cui parliamo, della neozalandese Bic Runga. Nota più che altro per un pezzo spesso utilizzato al cinema e in televisione come Sway, Bic giunge al quarto album dopo sei anni di silenzio. E lo fa proponendoci un lavoro che è la quadratura del cerchio pop, leggero ma non frivolo, colto coi suoi rimandi alle nobili radici, ma non snob, non troppo lungo e con arrangiamenti che trovano un equilibrio miracoloso tra il cantautorato femminile così in voga ultimamente e atmosfere più leggere e accattivanti. Fin dall'attacco di Tiny little pieces of my heart e Hello hello, si ha una sfuggente, ma piacevolissima, sensazione di deja vù, come se questi pezzi li avessimo già sentiti ma senza riuscire a capire dove. Il segreto è nelle melodie senza tempo di questa manciata di canzoni. E così, in un attimo, scorrono via delicatezze pop come If you really do e Music and light, la ballad con chitarre sghembe Devil on tambourine, il pop-rock à la Arcade Fire di Darkness all around us e l'acustica Everything is beautiful and new. Un lavoro per veri buongustai.


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domenica 4 dicembre 2011

Avvistamenti : Brown Bird-Salt For Salt(2011)


Con l'ondata di folk band che ci sta sommergendo da un paio d'anni a questa parte urge far un po' di chiarezza. Direi che la vecchia divisione tra il folk d'impianto anglosassone, che trova le sue radici in arie medievali e gighe scozzesi, armonie vocali e arpeggi di chitarra(vedi Midlake, Mumford & Sons e Fleet Foxes), e quello americano, che riunisce la grande madre blues col country, il bluegrass e le ballate di protesta(Anais Mitchell, Drew Piston e tutti i seguaci e figliocci di Dylan e Waits).
I Brown Bird fanno decisamente parte della seconda opzione; dapprima creatura solitaria del barbuto chitarrista e cantante David Lamb(che ricorda per timbro ma anche nell'aspetto Dan Auerbach), dopo un promettente esordio di un paio d'anni fa, hanno trovato nuova linfa nel decisivo innesto di MorganEve Swain, talentuosa cantante e polistrumentista nell'ambito degli archi. Ed è proprio il fiddle di MorganEve a caratterizzare maggiormente i passaggi più particolari del disco con accenti gitani e arabeggianti che rimandano a certe atmosfere gipsy-jazz alla Django Reinhardt, soprattutto nello strumentale Shiloh e nella conclusiva, bella, Cast no shadows. Più ancorati alla tradizione americana, ma comunque validissimi, altri episodi come il blues di Thunder and lightning e dell'iniziale Fingers to the bone, o ancor il folk classico di Come my way, dove nel violino della Swain aleggia un inaspettato fantasma di De André. Niente di particolarmente nuovo, insomma, ma una manna per chi ama la musica suonata con anima e tecnica; nel suo genere una delle cose migliori dell'anno.

domenica 27 novembre 2011

Il genio della massa-Charles Bukowski


C'è abbastanza perfidia
odio violenza assurdità
nell'essere umano medio
per fornire qualsiasi esercito
in qualsiasi giorno
e i migliori assassini
sono quelli che predicano contro
e i migliori a odiare
sono quelli che predicano amore
e i migliori in guerra
sono quelli che predicano pace.
Attenti agli uomini comuni
alle donne comuni
attenti al loro amore
il loro è un amore comune
che mira alla mediocrità
ma c'è il genio nel loro odio
c'è abbastanza genio nel loro odio
per uccidere chiunque.
Non volendo la solitudine
non concependo la solitudine
cercheranno di distruggere
tutto ciò che si differenzia da loro stessi.
Non sapendo creare arte
non capiranno l'arte
considereranno il loro fallimento come creatori
solo come un fallimento del mondo
non essendo in grado di amare pienamente
crederanno il tuo amore incompleto
e poi odieranno te
e il loro odio sarà perfetto
come un diamante splendente
come un coltello come una montagna
come una tigre come una cicuta.
La loro arte più raffinata

martedì 22 novembre 2011

Avvistamenti : The Black Belles-S/T(2011)


Devo ammetterlo: ho scaric...ahem, acquistato l'album delle Black Belles attratto esclusivamente dalla cover con queste quattro belle figliuole di nero vestite dall'aria che più dark e gotica non si potrebbe. Anzi, pure troppo, l'effetto caricatura è dietro l'angolo, ma forse è voluto. Bé, al partire della prima traccia l'impressione fortissima è stata quella di ascoltare un outtake dei White Stripes, chitarra e batterie molto simili, stesso cantato isterico ma virato al femminile. Ho poi scoperto che le Black Belles altro non sono che l'ultima scoperta della casa discografica del buon Jack White! Fatto sta che l'album scorre via che è un piacere, tra l'alt-rock di matrice blues e sixties tanto caro ai White Stripes e svisate tra l'acido e il punk, con pezzi brevi e decisi che solo in un caso superano la barriera dei tre minuti; come è giusto che sia, in un lavoro simile. Io vi propongo Honky tonk horror, dove la bella cantante e chitarrista Olivia Jean dà il meglio, alternando la sua anima più dolce e sospirosa a quella più sguaiata, Not Tonight, con una bella parte d'organo a svariare e Lies, il mio pezzo preferito, ingiustamente relegato a lato b di un precedente singolo, e che non figura sull'album. Insomma, se preferivate il Jack White degli esordi a quello iperattivo e un po' dispersivo di oggi, o se vi piacevano gli Arctic Monkey quando avevano ancora addosso l'argento vivo, questo disco fa per voi!

venerdì 18 novembre 2011

Poesia e musica: La ballata di Billy Budd-Hermann Melville e Billy Budd-Vinicio Capossela



La ballata di Billy Budd(Billy ai ceppi)


Bravo il cappellano nel recesso solitario a entrare
e ginocchioni mettersi a pregare
per gente come me, Billy Budd. - Ma guarda:
attraverso il portello si smarrisce la luce della luna!
Sfiora la daga della guardia ed inargenta questo canto;
ma morirà all'alba dell'ultimo giorno di Billy.
Domani di me faranno un prezioso bozzello,
perla che pende dalla varea
come l'orecchino che in Bristol diedi a Molly -
Ah, sarò io, non la sentenza, ad essere sospeso.
Tutto è finito, certo; e anch'io devo finire;
di mattina presto, su a riva da qui in basso.
Però a stomaco vuoto non funzionerebbe.
Avrò un boccone - un pezzo di galletta prima che io vada.
Sicuro, qualcuno con cui sedevo a mensa
mi porterà l'ultima tazza dell'addio;
ma, senza guardare mentre issa e aggancia,
il cielo sa a chi spetterà il tirare!
Nemmeno un fischio a quelle drizze. - Ma non è tutto finto?
Sto di certo sognando; vedo tutto indistinto.
Un'accetta per il mio gherlino? Andare alla deriva?
Rulli il tamburo per il grog, e non lo sappia Billy?
Ma Donald ha promesso di stare accanto all'asse;
ché una mano amica io stringa prima di sprofondare.
Ma - no! Sarò a quel punto morto, mi viene da pensare.
Mi ricordo di Taff il gallese quando affondò lui
e come il rosa dei boccioli era la sua guancia.
Ma a me, mi legheranno all'amaca, ed inabisseranno.
In giù, per braccia e braccia, a fondo,
come sarà breve addormentarsi in sogno.
Sento che già s'avvicina. Sei lì, sentinella?
Allenta un poco ai polsi questi ceppi,
e gentilmente un po' rigirami!
Ho sonno, e le melmose alghe addosso a me s'avvolgono.

Hermann Melville

venerdì 4 novembre 2011

Avvistamenti : Ceremonials-Florence+The Machine(2011)


Ci risiamo. Puntuale come l'influenza e i malanni di stagione, ogni autunno porta il nuovo fenomeno, appunto, stagionale. E io mi ritrovo immune. Manco m'avessero vaccinato col siringone per ricaricare le cartucce. Ma andiamo con ordine; sto parlando di Ceremonials, secondo, e atteso, album dei Florence+The Machine(che, non dimentichiamolo, sono una band) della rossa Florence Welch. Chiariamo subito una cosa, Florence, al netto dei litri di tinta e delle arie dark eccessive, ha fascino da vendere, forte di una bellezza che sfida i canoni tradizionali e di un buon marketing, e doti canore assolutamente rilevanti. Ma da qui allo strapparsi i capelli e gridare al capolavoro passa un'autostrada a sei corsie; già, perché, secondo me, fatta la tara a cupezze gotico/demoniache buone per adolescenti frustrati, Ceremonials è un discreto lavoro, perfettamente studiato per fare il botto e che tenta, con buone possibilità di riuscita, di strizzare l'occhio al grande pubblico, lobotomizzato da secoli di radio e talent show, senza rinunciare agli appassionati che avevano magari apprezzato l'esordio di Lungs, seppur col beneficio del dubbio che si riserva alle opere prime. I pezzi di valore non mancano, anche se molti danno l'impressione di un'eccessiva lunghezza, e la sensazione generale è quella di una maggiore maturità rispetto all'esordio. Florence è meno sguaiata e più consapevole delle proprie capacità, la scaletta è più compatta e, specie nei ritornelli, affiora una certa ruffianeria pop(il produttore, Paul Epworth, è lo stesso di Adele). Manca un po' l'estro e l'imprevedibilità di Lungs, dove a pezzi pop si alternavano cose molto diverse, tipo il bel blues di Girl with one eye. Comunque, come dicevo, di pezzi forti ce ne sono in abbondanza, ottima l'apertura con una sfilza di potenziali singoli, da Only if... alla popeggiante Shake it out, dalla bella What the water gave me, all'intensa Never let me go. In Breaking down i Florence si cimentano nell'indie-gioco preferito degli ultimi tempi: imitare gli Arcade Fire.

Ci riescono senza uscirne con le ossa rotte, niente male. Lover to lover sposta l'asticella ancora più su, clonando le atmosfere classiche del Marvin Gaye di I heard trough the grapevine, e qualcosa prende a scricchiolare. L'arsenale di fuoco dei Florence è pressocché esaurito e il menù inizia a farsi ripetitivo; da qui in poi si salvano Seven Devils(e daje co' sti cazzo di diavoli...), con un piano che sembra uscire da un horror e, se avete la delux edition, le versioni acustiche delle citate Shake it out e Breaking down, largamente migliori di quelle standard, dove Florence tira fuori una grazia che s'è tenuta in tasca finora, fino a ricordare a tratti la classe irragiungibile di una Jacqui McShee o di una Sandy Denny.E dove il tutto prende una direzione che sarebbe bello approfondire nel prossimo disco. Sempre che il botto non lo facciano davvero, e allora temo che la direzione sarà un'altra. E avremo un'altra band dal successo planetario e un talento da aggiungere a quelli sacrificati sull'altare delle classifiche.

venerdì 28 ottobre 2011

Italiani brava gente(?)

Nel parlare qualche giorno fa del nuovo lavoro di Dente avevo accennato alle altre recenti uscite di interessanti artisti italiani; dopo qualche ascolto ecco il mio(breve) parere, discordante da molte recensioni ottimistiche che ho letto in giro, su alcuni di questi lavori.

Zen Circus-Nati per subire
Con ormai vari dischi alle spalle, questo è il secondo completamente italiano, gli Zen Circus sono ormai una realtà consolidata dell'underground italiano. Avevo trovato il precedente Andate tutti affanculo dissacrante e ironico quasi al punto giusto; dico quasi perchè,parere personalissimo, mal digerisco l'eccessiva politicizzazione nella musica leggera, specie se i testi non sono a regola d'arte (voglio dire, non tutti sono Bob Dylan o Phil Ochs, anzi in realtà nessuno lo è...), e in alcuni episodi pare proprio di ravvisare anche una certa intolleranza verso chi non è della stessa parrocchia. Bene, o male se volete, Nati per subire amplifica i difetti senza essere sostenuto da un'adeguata scrittura, sia per i testi che a livello musicale. Qualche spunto c'è, specie nell'ironica chiusa di Cattivo Pagatore.


I Cani-Il sorprendente album d'esordio dei cani
Diciamolo subito, la cosa più sorprendente di questo album è proprio l'azzeccato titolo, per il resto, dopo che amici me ne avevano parlato benino, una delusione assoluta, forse seconda solo a Le luci della centrale elettrica. La mente di questi Cani, che saggiamente ha scelto la via dell'anonimato, si scaglia contro fighetti e snob vari risultando più indigesto e fighetto degli stessi, e riuscendo nel non facile compito di fare apparire simpatiche le adolescenti Reflex-dotate. Musicalmente è un'elettronica low-fi(leggi: d'accatto), che fa somigliare il tutto a dei Baustelle(che, ne sono sicuro, il cane odia) in tono minore e prodotti da un audioleso. I pezzi sono praticamente indistinguibili l'uno dall'altro, un bluff da cui paradossalmente salvo solo la promettente apertura strumentale di Theme from the cameretta.


Bugo-Nuovi rimedi per la miopia

Lo confesso, sono un fan della prima ora di Bugo, specie di quello più low-fi(o lo fai...) e nonsense, vedi Gggell, ma anche di quello folk alla Dylan de La gioia di Melchiorre. Ho sempre pensato che dietro il suo basso profilo si nascondesse un gran talento e una sensibilità poetica di buon livello. Quindi cosa dedurre da questo nuovo, deludente lavoro, che prosegue la pericolosa china del precedente Contatti, se non che siamo felici che Bugo, che si è sposato e si è trasferito in India, abbia trovato la serenità. Certo l'infelicità, musicalmente, gli giovava.


...A Toys Orchestra-Midnight (R)Evolution

Chiudiamo con una nota positiva, il nuovo lavoro degli ...A Toys Orchestra. Dopo l'azzeccato Midnight Talks, ci riprovano con la mezzanotte e sfornano un disco che evidenzia la loro principale caratteristica; può infatti sembrare banale, ma gli ATO sono bravissimi nello scrivere canzoni, cosa non da poco se lo si fa di mestiere. Dal pezzo rock tirato a quello beatlesiano, dalla ballata al genuino blues della bella Mutineer Blues, il lavoro scorre via sul velluto pur nei continui cambi di atmosfera. Almeno qualcosa l'abbiamo salvato.

mercoledì 26 ottobre 2011

Avvistamenti : Metals-Feist(2011)


Metals, il quarto album di Leslie Feist, arriva a quattro anni dal precedente The Reminder e, ve lo dico senza tanti giri di parole, è uno dei dischi migliori, se non il migliore, di questo 2011. La cantautrice si conferma con questo lavoro una spanna sopra alla gran parte delle sue colleghe, invero tantissime, portabandiera di un folk-pop acustico e minimale declinato al femminile. Metals è un lavoro assolutamente maturo, composto da dodici tracce dove non si ravvisa un solo calo di tensione, dall'apertura di The bad in each other, con la chitarra della canadese che cerca fraseggi blues sulle corde basse, come accadrà in più pezzi, e rincorre il fantasma di Joni Mitchell a livello vocale, prima di agganciare una melodia che entra in testa al primo ascolto. Già, perché la grande forza di Feist è quella di riuscire a far convivere una voce da brivido, a tratti al limite del virtuosismo ma mai sopra le righe, con arrangiamenti misurati e di gran classe e, soprattutto, con melodie cristalline e mai appiccicose o banali.

Così il miracolo si ripete tra le luci soffuse di Graveyard, nella delicata Caught a long wind e nel tono leggermente elettrico di How come you never go there, nell'inusuale trattamento riservato a A commotion e nelle acustiche Comfort me e Cigadas and gulls, mentre la conclusiva e sontuosa Get it wrong, get it right, porta alla luce l'influenza, già manifesta in alcuni pezzi, di un altro illustre, e forse sottovalutato, conterraneo di Feist, il grande Bruce Cockburn, concludendo trionfalmente questo piccolo gioiello folk.

domenica 23 ottobre 2011

Avvistamenti : Noel Gallagher's High Flying Birds-S/T(2011)


Mettiamola così. Se prendessimo i tre/quattro pezzi migliori di questo esordio solista di Noel Gallagher e li sommassimo con i tre/quattro pezzi migliori dell'esordio dei Beady Eye del fratello Liam, otterremmo un disco in linea con gli ultimi lavori degli Oasis, ovvero un discreto lavoro e non certo un capolavoro. Questo però non vuol dire automaticamente che i due dischi siano da buttare, anzi, per le mie aspettative per esempio l'album dei BE era stato anche meglio del previsto. Quanto al lavoro di Noel, invece, devo ammettere che avevo sperato in qualcosa di più; speravo che, libero dalle pressioni di una rock band riempi stadi come erano gli Oasis, il buon Noel avesse potuto dare spazio al suo lato più intimista e acustico, che in definitiva è il suo lato migliore. Invece Noel ha continuato esattamente dove aveva lasciato il gruppo originale all'epoca del discreto Dig out your soul. L'attacco di Everybody's on the run ne è la chiara esemplificazione, una ballatona over arrangiata, tra le cose migliori del disco ma che più Oasis non si potrebbe. L'album, va detto, parte molto bene, visto che anche il secondo pezzo, Dream on, pur non avendo certo le stigmate del capolavoro, si fa ascoltare piacevolmente, mentre le successive If i had a gun e The death of you and me, non a caso scelte come primi singoli, sono quanto di meglio nella scaletta, anche se il richiamo alla band madre è più che edipico, negli arrangiamenti(ricordate The importance of being idle?, be', ascoltate The death of you and me...) e nella vocalità di Noel. Fin qui, quindi, niente rivoluzioni ma comunque un ascolto piacevole e scorrevole. E' a questo punto che il tutto si appiattisce un po', quando Noel cerca di distaccarsi dal modello originario qualcosa non va nel senso giusto e i pezzi iniziano a scivolare via senza far nulla per farsi ricordare, pur tra qualche spunto che potrebbe essere interessante, e forse l'unica traccia a farsi ancora notare è (Stranded on)The wrong beach, che pur ammiccando al rock blues è ancora debitrice al passato. In definitiva un esordio a cui darei magnanimamente un sei e mezzo e che pecca nella mancanza di audacia nell'osare un po' di più e nel mancato distacco da un passato fin troppo ingombrante.

mercoledì 19 ottobre 2011

Il Pugno-Derek Walcott


Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme di nuovo.
Quando mai non ho amato
la pena d'amore? Ma questa si è spinta

oltre l'amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell'abisso.

Tieni duro allora, cuore; così almeno vivi.

martedì 18 ottobre 2011

Avvistamenti : Bad As Me-Tom Waits(2011)


Forse questa sarà una delle recensioni più brevi della storia. Perchè non c'è bisogno di tante parole con Tom Waits. Perchè una sua nuova uscita è un po' come tornare a casa.
Bentornato Tom.

domenica 16 ottobre 2011

Avvistamenti : Io Tra Di Noi-Dente(2011)


Queste prime settimane di ottobre sono dense di ritorni per parecchi nomi di punta dell'indie di casa nostra, da Dente a Bugo, dagli ...A Toys Orchestra agli Zen Circus, oltre al sorprendente(ma nemmeno tanto...) album d'esordio dei Cani. Degli altri magari parleremo nei prossimi giorni, tempo permettendo, per adesso vi propongo il mio preferito, Dente. Aspettavo il suo nuovo lavoro con una certa preoccupazione; visto il successo del precedente L'amore non è bello, il rischio che il buon Peveri si fosse montato la testa andava messo in conto. Invece Io tra di noi(ammettiamolo, il nostro ha talento per i titoli) prosegue sulla via dei predecessori, ossia un cantautorato delicato e intimista, con arrangiamenti semplici ma curati e tuttaltro che banali, e testi che affrontano sempre temi personali senza lanciarsi in tirate politiche un po' moraleggianti, come spesso capita in tanto indie italico. Dente, come peraltro ammesso dallo stesso, parla sempre di se stesso e, anche se l'ironia de L'amore non è bello, qui è un po' offuscata da una maggiore amarezza di fondo, non manca il suo gusto caratteristico per i giochi di parole, già a partire dai titoli, La settimana enigmatica e Giudizio universatile ne sono buoni esempi, ma anche Saldati, che cita, anche in una strofa, la celeberrima Soldati di Ungaretti. Il disco parte con la delicata Due volte niente, dove un bel testo basato tutto su negazioni si sposa con lo scarno accompagnamento di una solitaria chitarra acustica. Questo mi piace, tra le altre cose di Dente, il non farsi problemi di inserire un pezzo solo chitarra e voce, che mantiene il suo basso profilo per tutta la durata, senza la solita esplosione strumentale che tante canzoni rovina. Si prosegue con Piccolo destino ridicolo, dove emerge, come spesso accade, il fantasma di Battisti e con una fenomenale apertura: Più che il destino, è stata l'ADSL che vi ha unito. Saldati è il singolo, e forse l'unico pezzo a rischio tormentone, con quell'appiccicoso fa fa fa. Casa tua è il mio pezzo preferito della raccolta, con Io sì e la minuscola gemma di Cuore di pietra(quarantasette secondi che sembrano citare De Gregori), dall'incedere psichedelico-bucolico e il testo che descrive poeticamente l'amata fino ad una repentina svolta strumentale che mette fine al tutto. Da segnalare anche la chiusa di Rette parallele, tipica ballata su due entità inconciliabili, ma che stupisce per la lunga coda a ritmo di samba, e la credibile disco music di Giudizio universatile. Insomma Dente continua col nuovo lavoro la sua personale esplorazione di un mondo di sentimenti e piccole malinconie(si veda la bella Io sì o Da Varese a quel paese), popolato di attimi di felicità e fugaci ricordi di amori andati male, rischiando, immagino con ben pochi patemi, di essere troppo cerebrale per il grande pubblico addomesticato da radio e tv, e troppo poco alternativo per piacere agli alternativi di professione. A me piace, come diceva Totò.

lunedì 10 ottobre 2011

Capolavori : Murder Ballads-Nick Cave (1996)


Murder Ballads più che un album è un'opera letteraria, di un romanticismo gotico che sarebbe scaturito dalla penna di un Edgar Allan Poe o di un Byron, se solo fossero vissuti oggi. Il concept, come esplicita palesemente il titolo, ruota attorno al tema dell'omicidio, e più ancora delle tipiche ossessioni di Cave: amore, sangue e morte. Se ai tempi della tossicodipendenza e della vita on the road i lavori di Cave erano arricchiti da quel tocco di autenticità e urgenza dovuti allo stile di vita dell'autore, qui l'australiano, già folgorato da misticismo e redenzione da The good son(1990) in poi, si reimmerge nei suoi temi preferiti in un disco che risulta però perfettamente studiato a tavolino, in senso appunto letterario. Ciò è stato visto da alcuni come un difetto, io vi consiglio invece di avvicinarvi a questo capolavoro coi testi alla mano, altrimenti rischiate di perdervi il meglio. Si parte con Song Of Joy, dove la storia di un omicidio familiare è narrata con toni e suggestioni da Racconti del terrore di Poe, il tutto ben supportato dalla musica, con un piano che evoca atmosfere horror e l'impagabile voce di Cave che recita via via più allucinata la storia di Joy.
She grew so sad and lonely
Became Joy in name only

Si prosegue con una favolosa rilettura pulp del classico blues Stagger Lee. Cave stravolge, anche nel testo, lo standard; siamo sempre in ambito blues, ma un blues sghembo dai giri di basso ossessionanti e con un Cave sempre più istrionico che recita tutti i ruoli dando vita a un vero e proprio breve film.
He said, "Well bartender, it's plain to see
I'm that bad motherfucker called Stagger Lee"
Mr. Stagger Lee

Due sono i duetti del disco, e entrambi sono piuttosto famosi; si tratta della ballata tradizionale Henry Lee, registrata con P.J. Harvey, allora compagna di Nick, dove la storia si ribalta ed è lei che uccide l'uomo che la rifiuta, e del valzer da brividi e atmosfere tra Cohen e De Andrè Where the wild roses grow, dove il nostro riesce nell'improbabile compito di rendere gradevole la performance di una Kylie Minogue mai più così ispirata.
Le altre perle sono il blues metallico Lovely Creature, dove la cupa voce di Cave stride coi la la la del coretto femminile per un risultato straniante, la scellerata polka di The Curse Of Millhaven, che riprende struttura e melodia di Henry Lee, e la classicissima ballata The Kindness Of Strangers, dove, come in vari pezzi del lavoro, le atmosfere dolci e serene della musica contrastano con il testo tragico. Per concludere, un ulteriore tris di capolavori, a partire dal blues ossessivo e quasi jazzato di Crow Jane, passando per la lunga, estenuante O'Malley's Bar, per finire con la rilettura della dylaniana Death is not the end.
Insomma un disco che, pur essendo il più celebre di Nick Cave anche se non necessariamente il migliore, non può mancare tra gli ascolti dell'appassionato e che, a parer mio, rappresenta l'ideale inizio dell'esplorazione della discografia di quest'imprescindibile artista.

domenica 9 ottobre 2011

Avvistamenti : In Love With Oblivion-Crystal Stilts (2011)


Uscito qualche mese fa, In love with Oblivion è il secondo lavoro dei newyorchesi Crystal Stilts, gruppo che fa capo a Brad Hargett e JB Townshend. Siamo in ambito garage-noise e, se è vero che i Crystals Stilts non inventano niente di nuovo, va detto che il risultato è notevole. Le influenze che vengono subito in mente sono tutte nobili, anche se magari un po' abusate, si va da grandi sixties come Velvet Underground e Doors, questi ultimi specie nell'azzeccato uso dell'organo e in certi toni sciamanici del cantante, la cui voce monocorde e distaccata ricorda anche quella di Ian Curtis, a ispirazioni più dark-wave(appunto gli immancabili Joy Division), il tutto però miscelato con elementi che vanno dallo space rock al surf, con qualche chitarrina à-la Byrds che affiora qua e là nel magma rumoroso di fondo. Da citare anche le forti suggestioni della bella cover spaziale del disco e di certi titoli altisonanti, vedi Death is what we live for. Tra i pezzi da ricordare l'apertura di Sycamore tree, la lunga cavalcata psichedelica Alien Rivers e il rock'n'roll camuffato della conclusiva Prometheus At Large.

venerdì 7 ottobre 2011

Harold Norse-La questione poetica


La questione poetica
è l'immagine di un giovane
che fa musica, che fa la corte
a una ragazza i cui interessi
in musica e in amore coincidono
con un'enorme disperazione in entrambi
i loro io interiori simili a una chitarra
arpeggiata nel caldo arido sole
della speranza dove uomini brutali e selvaggi
lacerano la vita come una pagina
di un libro molto
vecchio e
ingiallito.

venerdì 30 settembre 2011

Avvistamenti : Father, Son, Holy Ghost-Girls (2011)


Difficilmente avrei creduto in questo periodo di poter apprezzare tanto un disco di rock così classico da permettersi di riunire sotto lo stesso tetto Beatles, Neil Young, qualche cadenza prog e sbuffi di psichedelia bucolica a-la Pink Floyd, e ancora ballatone lacrimevoli tipicamente sixties, assoli di chitarra lancinanti e tutto l'armamentario rock anni '70. E una certa raffinatezza indie-pop.
Eppure i Girls, creatura del biondo e dannatissimo Cristopher Owens, riescono col loro secondo lavoro ad assestare un colpo da KO dopo l'altro, mettendo in scena il travaglato privato del loro leader in una serie di pezzi degni di far parte del meglio di questo 2011. C'è Vomit, pezzo forte della raccolta, costruita su un arpeggio di elettrica che piano prende il volo verso il rock più classico, per poi atterrare su un finale gospel; il tutto passando per uno degli assoli di chitarra elettrica più acidi degli ultimi tempi. Just a song e Forgiveness sono pezzi più composti, con cambi di atmosfere e ritmo, mentre Die è una cavalcata rock che unisce un'andatura stile Muse e jam alla Neil Young con passaggi floydiani. My mà e Love like a river sono ballate anni '60, con la prima che cita apertamente la chitarra di George Harrison, ma che esibisce anche una vistosa somiglianza con The greatest di Cat Power.
In definitiva un gran bel disco vecchio stile, a tratti sopra le righe come la vita di Owens, che invoglia chi se lo fosse perso a recuperare anche l'esordio della band.

giovedì 29 settembre 2011

Pioggia-Charles Bukowski


Un'orchestra sinfonica.
Scoppia un temporale,
stanno suonando un'ouverture di Wagner
la gente lascia i posti sotto gli alberi
e si precipita nel padiglione
le donne ridendo, gli uomini ostentatamente calmi,
sigarette bagnate che si buttano via,
Wagner continua a suonare, e poi sono tutti
al coperto. Vengono persino gli uccelli dagli alberi
ed entrano nel padiglione e poi c'è la Rapsodia
Ungherese n. 2 di Lizst, e piove ancora, ma guarda,
un uomo seduto sotto la pioggia
in ascolto. Il pubblico lo nota. Si voltano
a guardare. L'orchestra bada agli affari
suoi. L'uomo siede nella notte nella pioggia,
in ascolto. Deve avere qualcosa che non va,
no?
È venuto a sentire
la musica.


Fotografia : Musician, di Robert Doisneau

martedì 27 settembre 2011

Avvistamenti : Submarine-Alex Turner (2011)


Questo m'era proprio sfuggito, visto che la sua uscita risale a più di qualche mese fa; poco male, lo recuperiamo ora. Alex Turner, genietto di Sheffield, deus ex machina degli Arctic Monkeys e degli ottimi Last Shadow Puppets, debutta da solista con un'Ep/colonna sonora, tenendo basso il profilo ma regalandoci un gioiellino acustico di una delicatezza che sembra non appartenere a quest'epoca. Il lavoro, così come il film cui fa da soundtrack, si intitola Submarine, ed è una raccolta di sei pezzi che più british non si potrebbe, rincorrendo un immaginario fil rouge che unisce Beatles, Kinks, il Noel Gallagher più romantico e ispirato, il Badly Drawn Boy dei tempi d'oro e la malinconia di Richard Hawley. Il tutto combinato con la tipica, uggiosa attitudine inglese. Particolarmente riuscite la classicissima ballata (che ha qualche debituccio con Don't think twice...di Dylan e con un pezzo del francese Francis Cabral)It's hard to get around the wind, e la conclusiva Piledriver Waltz, dove lo spettro di Hawley prende consistenza; ma tutto il disco è ampiamente sopra la media.

lunedì 26 settembre 2011

Haiku-Kikaku



Che ci sia la luna

sul sentiero notturno

di chi porta i fiori


Illustrazione : Moonlight on the Viga canal-Helen Hyde

sabato 24 settembre 2011

Avvistamenti : Only In Dreams-Dum Dum Girls (2011)


Secondo lavoro per le Dum Dum Girls, anzi terzo se consideriamo il bell'Ep He gets me high. La creatura della front-woman Dee Dee (alias Kristin Gundred), dopo il promettente esordio del 2010, I will be, dai limacciosi sapori fuzz-punk, si propone qui in una veste leggermente più pop, anche se gli ingredienti di base sono più o meno gli stessi. La somiglianza coi Raveonettes è in alcuni episodi lampante, del resto alla produzione troviamo Sune Rose Wagner, ma non mancano riferimenti a gruppi come Gun Club, Opal e Mazzy Star. Gli arrangiamenti ripropongono chitarre cristalline e una spruzzata di immancabile shoegaze, tanto cari a Wagner, e melodie che sembrano venire diritte da tanti episodi sixties. L'ispirazione non è forse ai buoni livelli del primo lavoro, anche se la godibilità in tempi di ascolti distratti finisce per guadagnarci, tanto che alcuni pezzi potrebbero tranquillamente godere dell'airplay radiofonico, in un mondo migliore. A parziale riprova di una relativa mancanza di idee, va però citato il fatto che un pezzo come Coming down, ballatona molto bella e ben interpretata da Dee Dee, vero pezzo forte del lavoro, accusi un pesante debito nei confronti di Fade into you, uno dei cavalli di battaglia dei troppo spesso dimenticati Mazzy Star; consideriamolo un tributo ad una band importante e sottovalutata.

giovedì 22 settembre 2011

A casa Hopper-Lawrence Ferlinghetti


A casa Hopper
sulla spiaggia di Truro
Mi giro e alzo gli occhi a guardarla
alta sulla scogliera
E sono Edward Hopper
il famoso pittore americano
disteso sul pendio
fra le erbe della sabbia
e mi giro e alzo gli occhi verso
il Mondo di Hopper
dove abitò tutti quegli
anni spazzati dal vento
certo non solo e malinconico
come i personaggi dei suoi quadri
nelle bettole aperte tutta notte
dietro ai vetri d'un mattino domenicale
in camere da letto con le lampadine appese a un filo
fari assolati
verande di serate estive
case lungo la ferrovia
facciate vittoriane
di vuoto
Eppure saprei dipingerli diversi adesso io?
alla fine estrema del nostro secolo distorto
come se la sovrappopolazione adesso
avesse davvero sconfitto
le nostre immense solitudini
per cui simbolo di successo è ancora
una casa isolata
su un colle.

martedì 20 settembre 2011

Avvistamenti : Sparrow And The Workshop-Spitting Daggers (2011)


Provate a immaginare la scena : un lago dell'Irlanda, un cielo uggioso al punto da confondere nel grigio piombo il confine tra l'acqua e ciò che gli sta sopra e in mezzo Jill O'Sullivan che, di spalle, lancia sassi che rimbalzano sulla superficie dello specchio d'acqua increspandolo appena. Già, perche Jill O'Sullivan, oltre che la spiritata ed affascinante cantante di questi Sparrow and the workshop, è anche una campionessa di Stone Skimming, appunto l'atto di lanciare sassi e farli rimbalzare sull'acqua, che, ci crediate o no, esiste come sport e ha anche un suo campionato. Inoltre la O'Sullivan, e con quel cognome non poteva andare diversamente, è irlandese, pur essendo cresciuta a Chicago, mentre i suoi due compagni d'avventura vengono da Scozia e Galles. Per loro sono stati evocati illustri paragoni e coniate varie categorie; mettiamola così, a me è piaciuta la definizione folk-noir, mentre la voce di Jill mi ha evocato fortemente quella di Grace Slick dei Jefferson Airplane (ascoltate ad esempio Spitting Daggers). Altri riferimenti più rassicuranti sono i vari gruppi della nuova ondata folk (Mumford & sons, Fleet Foxes e via dicendo), dai quali però, gli Sparrow si distinguono per una versatilità che li fa ondeggiare tra folk, psichedelia acida e rock più classico, evitando il rischio noia, sempre presente. Un album comunque non facilissimo, che decolla dopo qualche ascolto, e che si chiude in maniera superlativa con la tenue ballata Soft sound of your voice, dove la voce di Jill O'Sullivan, doppiata dai cori del batterista Gregor Donaldson, riesce veramente a dare i brividi.

sabato 17 settembre 2011

Avvistamenti : Velociraptor-Kasabian (2011)


A due anni dal fortunato West Ryder Pauper Lunatyc Asylum, album che a me era piaciuto molto, al di là dell'oggettiva e multipla derivatività dai quarant'anni di rock precedenti, esce il nuovo lavoro dei Kasabian, Velociraptor. La maturazione della band di Manchester, già evidente nel precedente disco, qui si spinge ancora avanti smussando quegli eccessi che però, paradossalmente, facevano di West Ryder...un lavoro dalla personalità più marcata rispetto a questa ultima fatica. Manca forse un pezzo sballato come Vlad the impaler, o un riff che ti si appiccica addosso come quello di Underdog, anche se la forza dei Kasabian rimane comunque quella di scrivere brani che, pur rimanendo impressi al primo ascolto, non vengono subito a noia, come succede nel pop migliore. Altro punto a favore di questa nuova uscita è l'effettiva maturazione del vocalist Tom Meighan, che ha smesso di emulare Liam Gallagher, il cui bel timbro ricorda a tratti quello di Richard Ashcroft, soprattutto in riuscite ballad come Goodbye Kiss e La Fee Verte, forse i pezzi più riusciti. Tra qualche riempitivo di troppo, spicca anche Days are forgotten, che cita a piene mani Immigrant song dei Led Zeppelin, e Let's roll just like we used to. Insomma, un lavoro che resta ben lontano dal cambiare la storia del rock, ma che non mancherà di essere apprezzato da chi vuol passare un'oretta in compagnia di un disco leggero ma non banale.

mercoledì 14 settembre 2011

Erri De Luca-Proposta di modifica


C'è il verbo snaturare, ci dev'essere pure innaturare,
con cui sostituisco il verbo innamorare
perchè succede questo: che risento il corpo,
mi commuove una musica, passa corrente sotto i
polpastrelli,
un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,
in fondo all'osso sacro scodinzola una coda che s'è
persa.
Mi sono innaturato: è più leale.
M'innaturo di te quando t'abbraccio.


Fotografia di Robert Doisneau

lunedì 12 settembre 2011

Avvistamenti : Cults-S/T (2011)


Se hai vent'anni e un curriculum musicale lungo due canzoni pubblicate solo in rete, e la Columbia ti mette sotto al naso un contratto discografico, è probabile che qualche qualità ce la dovrai pur avere. Partendo da questo (quasi) incontrovertibile assunto, stasera vi segnalo l'omonimo album di debutto dei Cults, alias Madeline Follin e Brian Oblivion. Si tratta essenzialmente di una rivisitazione dei classici suoni vintage-pop anni '60, rivisti sotto una lente blandamente shoegaze. Questo ritorno così prepotente dello shoegaze, ultimamente, serve spesso a mascherare sotto una coltre di rumore una certa mancanza di idee, ma nel caso dei Cults le cose stanno solo parzialmente così; infatti l'album dei due di New York è sostanzialmente un buon debutto, meno sofisticato di certo dream pop, ma che potrebbe riuscire gradito, ad esempio, a chi apprezza band come i Raveonettes e le Dum Dum Girls, che propongono una miscela simile, anche se un po' più virata al rock, da tempo.O a chi ha apprezzato l'esordio dei La Sera, dalle atmosfere molto simili ma una spanna sotto come produzione.

domenica 11 settembre 2011

venerdì 9 settembre 2011

Chiedi alla polvere-John Fante



Incipit

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto.


Che fare, allora? Alzerò la faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce
impaurita? Mi scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per
attirare l'attenzione del mio Cristo? O non è forse più ragionevole che
io mi ricopra e continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e
momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata
solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire
le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come
l'amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la
quieta attesa della notte e una tenue paura dell'abbraccio avvolgente e
derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle
mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni
della mia gioventù. E io sarò perdonato, per questo e per altro, per
Vera Rivken e per l'incessante battere d'ali di Voltaire, affascinante
uccello, e perché mi sono fermato a osservarlo e a sentirne il canto.
Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare.


A parte il contorno del viso e il candore dei denti, non era bella.


Questo non è che l'inizio, ma potrei anche raccontarti la storia di una sera passata sulla spiaggia con una principessa bruna, parlarti della sua carne senza significato, dei suoi baci come fiori di cera, privi di profumo nel giardino della mia passione.


Due persone in una stanza: una è una donna, l'altra Arturo Bandini, che non è né carne, né pesce, né niente.


Dio Onnipotente, mi dispiace di essere diventato ateo, ma hai mai letto Nietzsche?!


– Ti odio – mi disse.
Lo sentivo quest'odio, potevo quasi annusarlo, o udirne il suono, ma sogghignai di nuovo. – Lo spero bene, ribattei. – Chi si attira il tuo odio non può essere altro che un tipo in gamba.


– Giovanotto, – mi disse. – È messicano per caso?
Mi indicai e mi misi a ridere.
– Messicano, io? – scossi il capo. – Sono americano, signora Hargraves. E quello non è un racconto sui cani. Parla di un uomo e non è niente male. Non c'è nemmeno un cane, lì dentro.
– Non ospitiamo messicani in quest'albergo, – insisté.
– Non sono messicano. E il titolo l'ho tratto da una favola. «E il cagnolino rise a vedere uno simile spasso».
– E nemmeno ebrei, – concluse.


Si cominciava a scorgere, in distanza, il luccichio tremolante della canicola. Risalii il sentiero fino alla Ford. Presi la copia del mio libro, del mio primo libro, la aprii e scrissi a matita sul risguardo: "A Camilla, con amore, Arturo". Percorsi un centinaio di metri verso sud-est e, con tutta la forza che possedevo, gettai il libro nella direzione che lei aveva preso. Poi montai in macchina, avviai il motore e partii per Los Angeles.


Dalla prefazione

Così l'ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere.
E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro.

giovedì 8 settembre 2011

Anna Achmatova


Il nostro sacro mestiere
esiste da millenni.
Con lui al mondo non occorre luce:
ma nessun poeta ha detto ancora
che la saggezza non esiste,
che non esiste la vecchiezza
e forse nemmeno la morte.

Anna Achmatova

mercoledì 7 settembre 2011

Originale vs Cover : Be my baby-Ronettes/John Lennon


Cover. Un terreno paludoso dove i più affondano, irrimediabilmente. Quante ce ne tocca subire, così a caso, il Vasco che massacra i Radiohead, o Venditti che scippa i Crowded House e poi ti fa - ...e quelli là chi li conosce...-o, se volete, Jovanotti che ripropone De Andrè con tutta l'onesta di questo mondo, ma a fischiettare Il suonatore Jones proprio non ce la fa; velo pietoso sulle decine di cover band che rifanno i loro idoli in tutto e per tutto, deduco anche quando si rinchiudono in quel posticino che avete capito benissimo. Una volta conobbi il cantante di una cover band di Ligabue, imitava, si badi bene giù dal palco, anche la parlata strascicata e assai poco invidiabile del liga, tutto fiero di non aver niente di suo da proporre, la negazione dell'arte...ma questa è un'altra storia e un post non può diventare la Gerusalemme liberata. Terreno scivoloso, dunque, dove chi rimane in equilibrio e a volte supera l'originale non può che essere un grande; Nick Cave che rifà Disco 2000 dei Pulp, o Johnny Cash che rifà qualsiasi cosa possa uscire dal manico della sua chitarra, o M Ward alle prese con l'insidiosa Let's dance di Bowie, o gli Czars e Micah P. Hinson che riescono a mantenere l'equilibrio per un album intero. A questo elenco, se siete d'accordo, aggiungerei John Lennon (se non lo siete, pazienza...); il nostro vanta forse come cover più conosciuta l'immortale Stand by me, già di Ben E. King, ma quello che voglio proporvi è qualcos'altro. Be my baby è forse il pezzo più celebre delle Ronettes, perfetto esempio di canzone pop anni '60, magari un filo smielata, ma comunque perfetta nel suo genere; del resto Phil Spector non era l'ultimo arrivato, come anche i Beatles ben sapevano. Ma la versione di Lennon è sublime, una completa trasfigurazione dell'originale; ascoltate l'intro, una chitarra acustica battuta indolentemente come piace tanto fare oggi agli Arcade Fire e a tanti nobili esponenti dell'indie, qualche secondo e arriva la linea di basso, semplice e incalzante, presto doppiata dal piano. Quando poi arrivano i fiati e la batteria il brano si colora di una venatura reggae, rimanendo al tempo stesso quanto di più lontano dal reggae si possa immaginare; gli strumenti si aggiungono uno dopo l'altro,con naturalezza, in quello che potremmo definire uno sviluppo orizzontale(e non parliamo di film porno...). Il pezzo avrebbe già un suo perchè così, quando ecco la voce di Lennon; bè, la voce di Lennon tutti la conosciamo, Liam Gallagher si farebbe tagliare un braccio per cantare così una volta nella vita, eppure non è mai semplice scrollarsela di dosso così facilmente; la voce di Lennon in Be my baby arriva dritta dall'anima, è il grido disperato e sensuale di chiunque abbia mai amato qualcosa, o qualcuno, di irrangiungibile. Be my baby nella versione originale è un pezzo di storia del pop, fantastica. Be my baby, la cover, è un pezzo dell'anima di Lennon e di chi abbia mai avuto il cuore strizzato da un amore impossibile.

martedì 6 settembre 2011

Aforismi-Emil Cioran


Nei momenti critici una sigaretta porta più sollievo che i vangeli.

Senza la possibilità del suicidio, avrei potuto uccidermi molto tempo fa.
Dio: una malattia dalla quale immaginiamo di essere stati curati perché nessuno ai nostri giorni ne rimane vittima.
Il fatto che la vita non ha un significato è una ragione per vivere, l'unica in grado di darle un senso.
Una sensazione deve essere caduta molto in basso per accettare di trasformarsi in un'idea.
Noi deriviamo la nostra vitalità dal magazzino della pazzia.
La conversazione è feconda soltanto fra spiriti dediti a consolidare le loro perplessità.
Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro sicuramente avrebbe affondato la sua barca.
Al contrario di Giobbe, non ho maledetto il giorno della mia nascita. Ma in compenso ho colmato di maledizioni tutti gli altri giorni.
Ammettendo l'uomo la natura ha commesso molto più di un errore di calcolo: un attentato a se stessa.
L'unico modo di conservare la propria solitudine è di offendere tutti, prima di tutti, coloro che si ama.
La speranza è la forma normale del delirio.
Quello che so a sessant'anni, lo sapevo anche a venti. Quindi quarant'anni di una lunga, evitabile verifica.
Nessuno guarisce dalla malattia dell'essere nato, una ferita mortale se mai ce n'è stata una.

Soltanto chi non ha approfondito nulla può avere delle convinzioni.

Emil Cioran

lunedì 5 settembre 2011

Avvistamenti : Timber Timbre-S/T (2009) e Creep On Creepin' On (2011)


I Timber Timbre, progetto di folk-rock noir che fa capo a Taylor Kirk, sono attivi già da qualche anno ma, ahimè, li ho scoperti solo ora. Meglio tardi che mai, si dice. Hanno all'attivo quattro album, anche se i primi due sono lavori autoprodotti, ancora un po' acerbi e sacrificati nella produzione e nei suoni, con forti accenti country. Voglio parlarvi invece degli ultimi due, i primi distribuiti da una vera casa discografica (la Arts & Crafts ). Il primo, che prende il titolo dal nome della band, è una raccolta di brani incisi con una scarna stumentazione analogica, a cavallo di un blues spettrale con echi di Screamin' Jay Hawkins, e un folk più tradizionale che va da Dylan a Bon Iver. Si va dall'asciutta apertura di Demon Host alla lentissima ballad Lay down in the tall grass, tutta costruita su un delicatissimo tappeto d'organo, a Until the night is over, che cita in avvio la favolosa House on the rising sun degli Animals, fino al blues cupo di Troubles come knocking.


L'album più recente è uscito qualche mese fa, si intitola Creep on creepin' on e, a mio avviso, è pure meglio. La voce di Kirk, ancora più matura, si pone a metà tra un Elvis dark e Antony Hegarth (Antony and the Johnsons), mentre il songbook si arricchisce di una serie di pezzi imprescindibili, a partire da due vere gemme come Black Water e Woman. Da notare anche i video di queste ultime, molto particolari e ben riusciti.

domenica 4 settembre 2011

Adagio-Amos Oz


Da mattina a sera fuori scorre una luce che tutto pensa fuorché d'essere luce.
Cime di fronde che respirano silenzio senza bisogno alcuno di trovare
il codice dell'essere alberi. Steppe inerti per sempre adagiate senza darsi pena della propria desolazione. Sabbie sperdute senza stare a domandarsi
fino a quando e perché e dove. Tutto questo esistere strabiliante
eppure non strabiliato. Rossa sale la luna, un occhio versato pare
che ustiona la tenebra del cielo, tacita ma non attonita. Un gatto appisolato sul muretto.
Pisola e respira. Niente più. La notte il vento gira, alita sui boschi e colli, gira e va. Alita.
Senza pensieri e mugugni. Solo tu, terra e umore, sino a che viene mattino
scrivi e cancelli, cerchi causa e rimedio.