lunedì 30 maggio 2016

Recensione: Mr. Robot (2015)





Come promesso, torniamo a parlare, questa volta più diffusamente, di Mr. Robot, la serie tv americana che lo scorso anno ha rilanciato le sorti del canale USA col suo grande successo di pubblico e critica, e i tanti riconoscimenti specie all'emergente protagonista Rami Malek e al redivivo Christian Slater.
Inizio subito con una sorta di Captatio Malevolentiae, dicendo che non amo particolarmente le serie, poi spiegherò meglio il perché; preferisco nettamente il cinema, ma anche i buoni, vecchi, telefilm a episodi slegati tra loro.
Tuttavia Mr. Robot mi ha conquistato con un episodio pilota la cui qualità sfida quella del miglior cinema, non solo attuale; avrei avuto altri nove episodi per rendermi conto che l'entusiasmo era degno di miglior causa, tuttavia va detto che la serie si mantiene, almeno tecnicamente, su livelli d'eccellenza per tutta la sua durata.
Innanzitutto, senza stare a spoilerare per chi non l'avesse vista, due parole sulla trama. Elliot, il protagonista, è un giovane informatico di New York, che lavora per una grande società di sicurezza; timido e insicuro con amici e colleghi, a livelli quasi patologici, in realtà il ragazzo fuori dall'ufficio si trasforma in una sorta di hacker supereroe moderno. Elliot, difatti, si diletta ad hackerare tutte le persone che incontra, svariando dal semplice vouyerismo, quando stalkera l'amica d'infanzia o la sua psicanalista, alla giustizia fai da te, quando smaschera pedofili e seduttori seriali. Inoltre il giovane si barcamena tra forti tendenze anarchiche, una forte dipendenza dalla morfina che lo porta al contatto con ambienti criminali, e disturbi mentali la cui entità andrà facendosi chiara, e sempre più grave, La sua vita procede con questa "routine", fino a quando viene avvicinato dal sedicente Mr. Robot, che lo invita ad unirsi ad un gruppo stile Anonymous, che progetta di ribaltare il sistema capitalistico retto dalle banche, allettando Elliot che da sempre medita vendetta verso l'E Corp, tentacolare multinazionale responsabile della morte del padre.
Il mio parere
Il primo episodio, come detto, è fenomenale, se fosse autoconclusivo ci troveremmo di fronte a un film capolavoro, nel suo genere; regia ispirata, di Niels Arden Oplev, musiche scelte con cura e alcune scene che restano impresse. Poi, pian piano, nei seguenti episodi, l'entusiasmo va un po' spegnendosi, anche se l'attenzione verso la storia viene mantenuta alta attraverso vari stratagemmi. Empatizzare col protagonista non è facile, un po' per la recitazione allucinata e monocorde di Rami Malek, un po' per il suo discutibile stile di vita, un po' perché, a dispetto della sua asocialità patologica (caratteristica spesso reale nel mondo degli hacker), chiunque gli giri attorno faccia a gara per salvarlo, dalle bellocce di turno, al titolare gay, fino ai suoi acerrimi rivali. Alcuni personaggi, poi, lasciano un po' con l'amaro in bocca, specie Tyrell, pezzo da novanta dell'E Corp: all'inizio sembra un signor Villain, degno dei migliori delle serie tv, poi il suo personaggio subisce una sorta di involuzione, inanellando scelleratezze una dopo l'altra. Ma il difetto congenito di Mr. Robot, è quello di ogni serie tv, ovvero, si parte con concetti sociologici e filosofici interessanti, qui, nella fattispecie, una forte, anche se superficiale, critica ai meccanismi capitalistici e ai profitti che le banche e le multinazionali maturano sui debiti della povera gente, unito a una sorta di investitura, per me assai discutibile, della figura dell'Hacker come moderno supereroe, che tutto sa e tutto può, e, barricato dietro la tastiera di un pc, riesce a fare giustizia dei torti peggiori, un po' come facevano i vari Superman e Batman, in modo meno realistico ma sicuramente più romantico. Il problema sorge appunto quando, esaurita l'introduzione generale, il focus si sposta sulle vicende personali dei protagonisti, traumi infantili, amori, amicizie, tradimenti e patimenti; il filo della storia si ingarbuglia, accartocciandosi sulle storie private di Elliot e compagnia, non aiutato anche dagli sceneggiatori che, da un certo punto in poi, sembrano impegnati più nel lasciare aperte tutte le porte a un possibile seguito, che non a dirimere i tanti fili sparpagliati nel corso degli episodi.
Tuttavia, queste sono critiche dettate proprio dal mio approccio personale al mondo delle serie tv e, al netto di queste, Mr. Robot rimane un prodotto di grande qualità, specie per essere televisivo, ben girato e recitato, che farà la gioia di chi si appassiona al mondo della tecnologia, degli hacker e della sicurezza informatica, e la noia (a volte una consonante cambia tutto...) di chi non mastica a colazione protocolli http e giga bytes.
 

sabato 28 maggio 2016

Recensione: Brutus - Wandering Blind (2016)



Quest'oggi ci addentriamo di nuovo in territori oscuri quanto ben conosciuti, almeno su queste pagine: quelli del rock blues suonato come se gli ultimi quarant'anni fossero passati invano. Cosa, peraltro, di cui sono assolutamente convinto. E ne sono convinti anche i Brutus, ennesima band che proviene dal freddo nord, da Oslo, Norvegia, per la precisione, anche se la metà del gruppo è composta da musicisti svedesi. C'è una distinzione da fare con i soliti Graveyard, Witchcraft e compagnia suonante, e cioè che, se i primi suonano ispirandosi agli anni '70, i Brutus vivono proprio negli anni '70, rifiutano qualsiasi compromesso a livello di registrazioni e strumentazioni, tanto che per Wandering Blind sono rimasti in studio solo per quattro giorni di registrazioni praticamente live, e si sente in alcuni passaggi del disco abbastanza avventurosi. Detto questo è pur vero che Graveyard e Witchcraft sono stati per i Brutus e tutta la scena rock blues scandinava un po' quello che furono Alexis Korner e John Mayall per tutto il nascente movimento British Blues e Hard Rock nell'Inghilterra degli anni '60.
Ma parliamo un po' dell'album, loro terzo lavoro dal 2010, molto più vicino al blues che non al doom rispetto alle band ispiratrici già citate, e questo non può che farmeli amare ulteriormente; a partire dall'iniziale title track, ci troviamo subito di fronte a un rock blues robustissimo, senza fronzoli, basato su riff abbastanza tradizionali che si innestano su una ritmica palesemente blues, anche se molto accelerata. Il cantato di Nils Joakim Stenby ricorda molto da vicino il giovane Ozzy Osbourne, tra l'altro suo idolo, anche se il fatto di cantare costantemente un'ottava sopra potrebbe a tratti risultare stridente. Ancora riff pesanti, di matrice assolutamente Free (il gruppo anni '70 di Paul Kossoff) e con qualche rimando ai Leaf Hound e ai Black Cat Bone, in Drowning e Blind Village, mentre un pezzo come The Killer rimanda direttamente alla stupenda Goin' Down To Mexico dei primi ZZTop, stupenda. Si frena un po' in Axe Man, che resuscita una bella melodia da southern rock, e in due bellissimi lentoni blues come Whirlwind Of Madness e My Lonely Room, con tanto di mega assolo con wah wah.
Il dilemma rimane sempre il medesimo, rifugiarsi senza indugio in un sound che ha già detto tutto, ma che rimane quanto di più piacevole si possa ascoltare oggi, o intestardirsi a considerare il nuovo rock una mistura di suoni che col rock nulla hanno a che spartire?
La mia risposta è: Brutus!

Voto: 8

giovedì 26 maggio 2016

Sulla TV italiana e sulla sospensione dell'incredulità

 Per motivi su cui non mi dilungherò, soprattutto perché interessanti quanto un documentario sulla riproduzione delle otarie marine, sono investito quasi giornalmente da piccole, ma quasi letali, dosi di televisione spazzatura. E per televisione spazzatura, state ben attenti, non intendo le fiction di Gabriel Garko o le soap spagnole, bensì la vera TV spazzatura, quella con la S maiuscola, ovvero reality show e trasmissioni di pseudo servizio. Mi riferisco a veri classici del Trash, come l'insuperabile Uomini e Donne, l'intramontabile Forum, i sempreverdi (o marroni) reality storici quali Grande Fratello e Isola Dei Famosi, ma anche le nuove leve della monnezza, ossia quell'orda di piccoli reality che hanno invaso l'ex tubo catodico col mortifero avvento del digitale terrestre. Ce ne sono veramente per tutti i gusti, dalle finte storie di tradimenti di Alta Infedeltà, a decine di programmi e contest culinari, pseudo artistici, canori, a sfide di sopravvivenza, reality sul vestito da sposa più adatto, sul restauro di auto d'epoca, sul rilancio di ristoranti troppo brutti per essere veri e, insomma, il classico chi più ne ha, più ne metta.
Ora, vi chiederete dove il vostro umile narratore voglia andare a parare dopo cotanta introduzione, e sicuramente sarebbe interessante aprire un dibattito sociologico, che peraltro non saprei come portare avanti, sul perché tale spazzatura infiocchettata non manchi di ottenere buoni risultati di ascolti, o ancora sul decadimento di questa società malata, etc. etc.
Invece l'unica epifania che mi ha colto, e che voglio qui riportarvi, è del tutto personale. Ed è la scoperta del motivo profondo per cui questa roba non riesce in nessun modo a ottenere il mio pur blando interesse, non fosse altro che per la curiosità di capire cosa solletica l'interesse dei miei colleghi dell'umano consesso, o per la morbosità dei temi trattati, o, al limite, per vedere fino a che punto le persone possano distruggere la propria dignità pur di apparire davanti a una telecamera. E invece niente, nisba, nix... Non riesco ad assistere a tali nefandezze per più di qualche minuto prima di essere assalito da conati inarrestabili, manco avessi ingerito un gallone di latte scaduto da sei mesi.
E, per spiegarmi, devo introdurre il concetto, che molti già conosceranno, di sospensione dell'incredulità. Concetto su cui poggiano le fondamenta di tutta la narrativa di ogni tempo, dalla Bibbia a Omero, da Dante a Shakespeare, fino a Manzoni, Hemingway, Poe, per arrivare ai giorni nostri, con orde di supereroi in ogni guisa e casalinghe e preti detective; concetto però, che fu messo per la prima volta nero su bianco da S.T. Coleridge in un suo scritto, che mutuiamo da Wikipedia:
 « ... venne accettato, che i miei sforzi dovevano indirizzarsi a persone e personaggi sovrannaturali, o anche romanzati, ed a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell'immaginazione quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica. »
In poche parole, la sospensione dell'incredulità è quel patto non scritto tra il narratore, sia esso scrittore, regista, fumettista, e il fruitore, che permette per la durata dell'opera di fantasia, nell'ambito di determinate regole di verosimiglianza e di genere, di credere ciecamente a quello che si sta guardando. Ovvero, è il patto che ci permette non solo di credere possibile che Superman voli a una velocità superiore a quella della luce (o anche solo che voli), che Tex non venga mai colpito dalle pallottole di avversari addestrati a colpire una pulce sul dorso canino a un miglio di distanza, quindi eventi abbastanza iperbolici, ma anche a storie più sottilmente inverosimili; per esempio, come è possibile che ovunque si rechi, Jessica Fletcher inciampi in un cadavere nemmeno fossimo in una puntata di Quarto Grado e, soprattutto, nessuno la sospetti mai visto che, di riffa o di raffa si trova sempre sul luogo del delitto? O ancora, è possibile che Don Matteo in dieci serie si sia trovato davanti una serie di omicidi talmente imponente da aver decimato la popolazione della piccola Gubbio? E che ogni caso segua fedelmente lo schema: Don Matteo scopre il cadavere, arrivano i Carabinieri che impulsivamente arrestano l'uomo sbagliato; DM lo va a trovare in carcere, instilla il dubbio nel Maresciallo e lo fa scagionare tra i risolini sarcastici del Capitano. A questo punto il tutto si ripete per una seconda volta, finché il prelato detective ha l'illuminazione e riesce a far confessare, anzi a confessare, il colpevole poco prima che i Carabinieri, in genere per una botta di culo, giungano alla stessa conclusione. Ma la sospensione dell'incredulità è anche quella per cui accettiamo che Walker Texas Ranger sfondi vetrate anche se trova la porta aperta, senza mai versare una goccia di sangue con tutto quel vetro, o che l'hacker di Mr. Robot, uno schizofrenico asociale e dedito alla morfina, sia circondato per tutta la serie da uno stuolo di bellocce che fanno a gara per salvarlo.
Insomma, quel che ci permette di credere a tali enormità, paradossalmente, è sapere che sia tutto finto! Il narratore, infatti, non pretende che noi crediamo davvero alle mirabolanti imprese di Spiderman, ma nemmeno agli squallidi e fin troppo realistici casi dell'Ispettore Derrick; in definitiva, sapere che tutto è finto, ce lo fa accettare per vero. Ed è questo il meccanismo che non scatta, non può scattare, almeno nel sottoscritto, davanti al reality, proprio perché gli autori non si appellano alla sospensione dell'incredulità, e, anzi, si fanno forti di mostrare vicende che in tutto e per tutto ci spacciano per vere. Come possiamo credere alle cause di Forum o alle storie di Alta Infedeltà quando tutto è palesemente finto? Come facciamo a credere che le persone possano comportarsi naturalmente essendo seguite 24 ore su 24 dalle telecamere? O alle finte storie di Uomini e Donne e alle sciocche rivalità da contest dove ballerini sfidano cantanti soul e suonatori di ascelle lottano ad armi pari con prestigiatori, comici e petomani?
Insomma, il televisore, così come il pc o il minuscolo schermo di uno smartphone, non sono che involucri che dovrebbero farci viaggiare sulle ali della fantasia, facendoci accettare l'improbabile, non spacciandoci per reali vicende talmente squallide da non risultare credibili.
Ridateci la finzione più improbabile, e noi torneremo a credervi.

martedì 24 maggio 2016

Le Canzoni Degli Spot: Renault Clio Duel (2015)

Ancora una volta, per la rubrica attesissima delle colonne sonore degli spot, parliamo della Renault, sempre molto attenta ai contenuti sonori delle proprie pubblicità. E, ancora una volta, saliamo sulla macchina del tempo per catapultarci nel lontano 1965, ai tempi d'oro della British Invasion, quando a contendersi lo scettro di re del pop non erano solo Beatles e Rolling Stones, ma anche una band non troppo celebre qui da noi, ma seminale per movimenti come mods, punk e brit pop, ovvero i Kinks dei fratelli Davies. Il brano scelto dalla Renault per lo spot in questione è uno dei più famosi del gruppo assieme a You Really Got Me, si tratta di All Day And All Of The Night, e, come per il primo, è un pezzo piuttosto semplice sorretto da un robusto riff, anticipatore di certe cose hard rock che si sentiranno solo qualche anno dopo. Il suono della chitarra di Dave Davies è pesantemente distorto e peculiare per i tempi, questo a causa di una modifica artigianale che il chitarrista aveva operato al suo amplificatore, stanco del suono troppo pulito; la miglioria consisteva in un profondo taglio ottenuto con una lametta da barba, che sporcava il suono al punto da farlo divenire il marchio di fabbrica dei primi Kinks. Con buona pace della leggenda metropolitana che voleva Jimmy Page come autore e artefice del solo inciso. Di lì a poco i Kinks abbandoneranno il robusto sound degli esordi, passando a un suono molto più raffinato, debitore alla tradizione inglese più che americana, che metterà molto in risalto anche i testi e tutta la parte concept.

lunedì 23 maggio 2016

Recensione: Eric Clapton - I Still Do (2016)

Non è mai facile per me avvicinarmi a una nuova uscita di Eric Clapton; come penso molti altri, mi sono avvicinato alla chitarra rapito dai solo blues dei Slowhand, ricordo che mi decisi ad acquistare la mia prima chitarra elettrica dopo aver ascoltato e riascoltato un best of di Clapton intitolato Stages, che mischiava pezzi del periodo Yardbirds, di quello con Mayall, dei Cream, Derek & The Dominos con alcuni da solista. Ed è proprio il Clapton solista quello che non mi ha mai convinto appieno; già, perché non ho mai condiviso la sua scelta di passare dal furente hard blues degli esordi a quello stile rilassato da sole della California, che ibridava J.J.Cale con pop e Caraibi, fino al fondo toccato con certi sciagurati episodi degli anni '80, targati Phil Collins (leggi, August).
Il Clapton degli ultimi anni, poi, nonostante l'affetto per il suo glorioso passato (Clapton is God, scrisse qualcuno sui muri...), e la sua inalterata statura di musicista sopraffino, più volte mi ha portato alla fatidica domanda, ovvero: "È proprio necessario annacquare una discografia a larghi tratti leggendaria, con nuovi sciapiti episodi tutti uguali?"
Quindi, questo nuovo I Still Do, dal titolo tristemente programmatico, dove si colloca? Be' dipende molto dall'approccio di chi ascolta; infatti siamo di fronte a un lavoro molto raffinato, suonato benissimo e cantato ancor meglio, perché, va detto, se c'è una cosa in cui il buon Eric è costantemente migliorato negli anni, è proprio la voce. Il problema sorge se andiamo a mettere in prospettiva l'album con l'intera discografia: I Still Do è l'ennesima copia di quanto già fatto, e l'ascoltatore che non ha nel chitarrista di Ripley il suo idolo, non può che divertirsi adattando il vecchio gioco enigmistico "trova le differenze" al contesto. E così si parte con Alabama Woman Blues, perfetta rilettura di uno standard di Scrapper Blackwell e Leroy Carr, con la slide di Clapton che riluce a dovere; peccato che si stenti a trovare la differenza con le altre decine di pezzi di slide blues incisi degli anni, ma si sa, il blues è questo, prendere o lasciare. E lo stesso vale per la bella Cypress Grove, mutuata dal grande Skip James, e Stones In My Passway, uno dei pochi brani di Robert Johnson non ancora coverizzati dal nostro. Can't Let You Do It è invece il solito omaggio a J.J. Cale, apprezzabile ma non al livello di altri, più riusciti, tributi, vedi Cocaine. Lo stesso dicasi per Somebody's Knocking, altro tributo a Cale. I Dreamed Saw I St. Augustine è invece un omaggio al Dylan meno conosciuto, riuscito a metà. I veri guai iniziano con i brani inediti, tutti all'insegna di quel soul pop sbiadito che contraddistingue Clapton ormai da troppo tempo. Veramente qui c'è poco da salvare, eccetto forse Spiral, penalizzata da un riff troppo blando ma che svetta per energia e per un suono saturo della chitarra, anche se lontano dai bei tempi. 
Tirando le somme, un album che passerà, forse giustamente, inosservato presso chi cerca innovazione anche nel rock, ma che rischia di scontentare, nonostante qualche progresso dall'ultimo Old Socks, anche i fan della prima ora del buon vecchio Slowhand.  

Voto: 5

domenica 22 maggio 2016

Andrea La Rovere - Bar Code Series


Quest'oggi mi faccio un po' di pubblicità; infatti tante volte ho pubblicato in questo blog post dedicati a pittori che amo particolarmente e che sono stati per me fonte di ispirazione, ma raramente ho dato spazio ai miei lavori. Oggi voglio pubblicare le foto di alcune mie opere, tratte dalla Bar Code Series, una serie di tavole che tratta il tema dell'omologazione della società, e che mi ha fruttato varie soddisfazioni, con mostre, esposizioni e concorsi d'arte. La tecnica per quasi tutte le opere è quella dell'olio su tavola, o tela in alcuni casi. Chi volesse approfondire trova qui altro materiale.






venerdì 20 maggio 2016

I Dischi Oscuri: Black Cat Bones - Barbed Wire Sandwich (1969)



Oggi, per la rubrica dei dischi oscuri, mi piace vincere facile; vado infatti a parlarvi di quello che è il mio disco preferito in assoluto del british blues, e di quel particolare periodo, crepuscolare del genere, in cui si andò affermando un particolare heavy blues, che getterà i semi per tutto l'hard rock e per il nascente progressive. Parliamo dell'unica prova in studio dei Black Cat Bones, band formatasi già nel 1966, che si era fatta le ossa accompagnando i vecchi bluesmen neri americani che vivevano una seconda giovinezza in Inghilterra grazie al fenomeno del blues revival, in particolare Champion Jack Dupree. Il primo nucleo dei Black Cat Bones gode di una certa notorietà per aver fatto da palestra ai futuri Free Paul Kossoff, geniale chitarrista scomparso troppo presto, e Andy Fraser. Ma quando la band arriva all'unica prova su vinile, i due se ne sono già andati, e il precario equilibrio ricreatosi con l'arrivo del batterista Phil Lenoir e dello straordinario chitarrista Rod Price, durerà ben poco; infatti, di lì a poco il chitarrista si unirà ai Foghat, e i superstiti cambieranno la ragione sociale in Leaf Hound, dando alle stampe un altro lavoro leggendario, di cui prima o poi parleremo, all'insegna di un tiratissimo hard rock, ma purtroppo anche questo di nessun successo, almeno all'epoca.
Barbed Wire Sandwich è sorretto da una serie di pezzi dalla struttura piuttosto semplice, ma irresistibili; il lavoro alla chitarra di Price è encomiabile, mai una nota di troppo e mai una di meno, il suono che si fa di volta in volta sottile e ficcante, o ruvido e saturo, sorprendendo per misura e gusto, i riff pesanti come macigni e la voce di Brian Short, tra le migliori del genere. Si parte subito col piede affondato sull'acceleratore con Chaffeur, robusto hard blues dal riff implacabile, seguito da Death Valley Blues, uno dei migliori slow che abbia mai ascoltato, per un uno - due che lascia di sasso: come è possibile - ci si chiede - che i Black Cat Bones non vengano ricordati tra i più grandi? Altri pezzi heavy sulla falsariga di Chaffeur sono Save My Love e la conclusiva Good Lookin' Woman, con un'incisiva prestazione di Price anche come vocalist. Si differenziano dal resto del disco la cover dell'abusata, ma non allora, Feelin' Good, la ballata psichedelica Four Women e il blues acustico di Sylvester's Blues.
Se ancora non lo conosceste, ascoltate Barbed Wire Sandwich con attenzione, è quanto di meglio la stagione dell'heavy blues britannico abbia prodotto, e i cui semi ancor oggi germogliano in tante band di giovincelli capelloni e nostalgici di un tempo non vissuto.

giovedì 19 maggio 2016

Recensione: Dunbarrow - Dunbarrow (2016)


Ho avuto appena il tempo di riprendermi dalla parziale delusione del nuovo lavoro dei Witchcraft, che ecco capitarmi tra le mani un lavoro che sembra il clone dei primi lavori della band svedese, anzi, a tratti, questi Dunbarrow sono anche più centrati. Si tratta appunto dei Dunbarrow, band norvegese di Trondheim, città che vanta una fiorente scena hard psych fin dagli anni '70; decennio a cui, ovviamente, si rifanno i baldi ragazzi norvegesi, prendendo a modello i soliti Black Sabbath, Pentagram e, venendo più avanti nel tempo, gli immancabili Graveyard e Witchcraft.
Il lavoro si presenta molto compatto, solo la conclusiva Witches Of The Woods supera i sei minuti, proponendo astutamente brani piuttosto brevi che, lungi dall'annoiare l'ascoltatore, hanno nell'omogeneità la loro croce e delizia. Il suono è quello di un granitico proto doom con radici che affondano pienamente nei favolosi seventies, con chitarre massicce ma sempre pienamente in ambito hard e bluesy, senza pericolosi ammiccamenti metal. L'assenza di eccessivi tecnicismi musicali evita l'eccessivo appesantimento dell'ascolto, e lascia aperti ampi margini di evoluzione per il suono dei prossimi lavori. Le atmosfere sono quelle gotiche tipiche del genere, con tanto di esoterismi e streghe che popolano i boschi del profondo nord in bella evidenza. My Little Darling, Lucifer's Child e Witches Of The Woods sono i pezzi forti del menu, insieme a Guillotin, ballad che permette di tirare un po' il fiato, ma, al di là dei limiti congeniti al genere, ovvero una certa ripetitività e derivatività, uniti a un coefficiente di innovazione che è pari a zero, tutti i pezzi sono molto validi.
L'ennesimo disco che per essere goduto come merita va ascoltato con orecchi in totale modalità vintage; se cercate il futuro del rock, a patto che esista, cercatelo altrove.

Voto: 7

mercoledì 18 maggio 2016

Alfred Hitchcock: Il Suo Cinema In Sette Film



Dopo Stanley Kubrick, passiamo in rassegna i sette film migliori, per i miei discutibili gusti, dell'altro mio mito cinematografico: Alfred Hitchcock.
La cosa che subito salta all'occhio analizzando la filmografia del Maestro del Brivido è che, a differenza di quello che capita spesso tra i grandi artisti, che spesso danno il meglio nelle loro prime opere, i suoi capolavori sono quasi tutti stati girati nella sua piena maturità. Infatti, dopo una prima parte di carriera spesa nella natia Inghilterra, promettente e già abbastanza vasta, e con almeno un paio di pellicole riuscitissime, come L'Uomo Che Sapeva Troppo, che avrebbe ripreso poi a Hollywood, Hitchcock intorno agli anni '40 emigrò negli Stati Uniti, dove, dopo una serie di film comunque passati alla storia (Rebecca, Io Ti Salverò, Il Sospetto, Notorius), metterà a segno i suoi colpi più brillanti tra gli anni '50 e i primi '60, prima di concludere la carriera con una serie di pellicole dignitosissime, su tutte lo stupefacente Frenzy.
Ma il nucleo dell'opera del Maestro si concentra appunto nel periodo citato. Andiamo a vedere.

7. Frenzy (S/T)1972

Capolavoro senile di Hitchcock, Frenzy omaggia la sua filmografia in alcuni temi, dal serial killer all'uomo comune che, scambiato per il colpevole, si improvvisa detective per difendersi, mentre traccia un solco di discontinuità nella scelta delle protagoniste femminili, tutte attrici di teatro poco conosciute e nell'uso esplicito di scene di violenza e nudo. Film ambientato e girato in Inghilterra, dopo anni di produzioni hollywoodiane, contiene, anche a livello registico, gli ultimi guizzi del fuoriclasse.



6. Il Delitto Perfetto (Dial M For Murder) 1954

Altro lavoro prettamente teatrale che vanta negli anni innumerevoli rivisitazioni e imitazioni, Il Delitto Perfetto è un film di una perfezione inavvicinabile, sarebbe il capolavoro della filmografia di decine di registi importanti, ma non per il Maestro. Favoloso l'incastrarsi di ogni elemento della cervellotica messa in scena, senza lasciare aperta nessuna falla narrativa. Sublime la recitazione all'insegna dell'understatement dei protagonisti, un impagabile Ray Milland nel ruolo di un appesantito ex tennista professionista che trama di uccidere la moglie, un'abbagliante Grace Kelly. Nulla andrà come previsto. Menzione a parte per lo stupendo John Williams nella parte dell'Ispettore Hubbard.


5. Nodo Alla Gola (Rope) 1948

Primo vero capolavoro di Hitchcock, all'epoca non apprezzatissimo, è un film fortemente innovativo; primo tentativo di pellicola girata completamente in piano-sequenza, cosa peraltro tecnicamente impossibile all'epoca per motivi tecnici, cosa questa by passata grazie a brillanti trovate, narra una storia di chiara impostazione teatrale, tratta da un fatto di cronaca (due amici gay che uccidono per il solo gusto di vedere che effetto fa) che purtroppo tornerò periodicamente alla ribalta della cronaca nera, anche ai giorni nostri. Tutto è perfetto come in un congegno a orologeria, in primis la recitazione (su tutti Jimmy Stewart) e i dialoghi. Forti implicazioni filosofiche.

4. La Donna Che Visse Due Volte (Vertigo) 1958

Uno dei grandi capolavori di Hitchcock, con l'ennesima grande prova del fido James Stewart, Vertigo, che oggi non manca mai in qualsiasi classifica sui più grandi film della storia, a volte anche al primo posto, all'epoca non ebbe grande successo, forse perché troppo complesso e all'avanguardia per quegli anni. La storia contorta del poliziotto Scottie, che perde per due volte la donna amata tra presunte possessioni, vertigini, scene cult e i soliti dialoghi brillanti, dà modo a Hitchcock di sfoggiare nuove trovate tecniche, tra cui l'inquadratura che simula le vertigini del protagonista, e che da allora prenderà il nome di effetto Vertigo.

3. La Finestra Sul Cortile (Rear Window) 1954

Nello stesso anno del Delitto Perfetto il Maestro del Brivido sforna un altro, ancora più grande, capolavoro, di nuovo di impianto fortemente teatrale. La Finestra Sul Cortile mischia temi cari al regista inglese, dalla commedia sofisticata alla suspance, dal vouyerismo all'arguta metafora sul cinema, e riesce a non annoiare in quasi due ore di ambientazione claustrofobica che faranno storia nel cinema thriller a venire. Sempre sugli scudi due attori feticcio di Hitchcock, il solito James Stewart e Grace Kelly, qui forse all'apice del suo algido fascino. E, tra un colpo di scena e l'altro, moderne riflessioni sul rapporto di coppia.

2. Gli Uccelli (The Birds) 1963



 Siamo di fronte, anche secondo una famosa critica di Fellini, a uno dei film migliori dell'intera storia del cinema. Una metafora filosofica criptica sul rapporto dell'uomo con la natura, secondo alcuni, con un finale aperto che all'epoca lasciò più di un critico con l'amaro in bocca. Gli Uccelli, che narra l'inspiegabile rivolta degli uccelli in una tranquilla cittadina della California rimane uno dei film più terrificanti di sempre, sospeso tra il tradizionale inizio hitchcokiano all'insegna della commedia raffinata, e il successivo incedere quasi da horror dalla forte carica innovativa. Il repertorio del cineasta c'è tutto, inquadrature dall'alto, lo stupefacente uso di effetti speciali e, soprattutto, sonori, con l'assenza totale di musica. E lo splendido finale, un'immagine quasi da Giudizio Universale. Alla fine non c'è una spiegazione, ma punizione divina o il cosmo impazzito che sia, a noi rimane una delle esperienze visivamente più forti a cui assistere al cinema.

1. Psyco (Psycho) 1960


 Il masterpiece della carriera di Hitchcock, e uno dei film più importanti della storia, era nato come un progetto a basso costo, motivazione questa a cui, probabilmente, si deve l'uso suggestivo del bianco e nero. La storia dello psicopatico Norman Bates, giovane solitario, succube dell'anziana madre, terrorizza gli spettatori ormai da oltre cinquant'anni. Grande successo di pubblico e vero forziere di scene entrate nel mito, a partire dall'omicidio sotto la doccia, non ebbe il plauso unanime della critica, forse perché episodio di grande rottura all'interno della cinematografia del nostro, a partire dall'uso del bianco e nero (già presente sì in Io Confesso e Il Ladro, ma con ben altri toni), alla violenza esplicita e alla quasi totale mancanza di scene di alleggerimento sempre presenti anche nei suoi film più cupi. Un film e un personaggio immensi, prototipi di decine di opere successive, e da cui Anthony Perkins non sarebbe riuscito più a liberarsi.

lunedì 16 maggio 2016

La Playlist Della Settimana




Rieccoci all'appuntamento con le Playlist di ALR ART BLOG; un po' di musica brand new da ascoltare durante la settimana appena iniziata. Come sempre si mischiano vari sapori, dal rock duro e puro di band come i sudafricani Basement Saints ai Bright Curse, dai Combomatix ai redivivi Witccraft, passando per dischi di tendenza come il nuovo a firma  ANHONI, ennesima incarnazione di Anthony Hegarty, e quello di Beth Orthon, assaggiando appena la psichedelia folk dei Golden Grass e salutando ritorni di band come The Jayhawks e Weezer. 
Come sempre anche qualche presenza italiana, col cantautorato tascabile de Il Lungo Addio, il rock alla Tom Waits dei Lucyfer Sam, un altro assaggio dell'album di Mara e di quello, prossimamente da queste parti, degli Psychedelic Witchcraft.
Non resta che schiacciare play!

domenica 15 maggio 2016

Recensione: Witchcraft - Nucleus (2016)

I Witchcraft sono uno dei miei gruppi favoriti nell'ondata di revival di un certo tipo di hard rock anni '70, assieme ai Graveyard, e così aspettavo con ansia la loro nuova uscita discografica, a distanza di quattro anni dal precedente Legend. Ed era tanta l'ansia che... me lo sono perso! Infatti il disco è uscito a Gennaio e solo in questi giorni sono riuscito a recuperarlo.
Iniziamo subito con un accenno alle recenti traversie della band, che ha visto l'abbandono praticamente di tutti i membri, eccetto il deus ex machina Magnus Pelander che, per l'occasione, ha dovuto rinnovare totalmente la line up, con l'obiettivo di continuare l'avventura dei Witchcraft. E così registriamo il ritorno del leader alla chitarra, oltre che alle parti vocali, e il ridimensionamento a tre elementi, i classici del rock, chitarra, basso (Tobias Anger) e batteria (Rage Widerberg), il più tipico dei power trio.
Documentandomi un po' in giro nel web, sono incappato in recensioni che definire entusiastiche sarebbe riduttivo, soprattutto in ambito metallaro, genere a cui per me non possono essere ascritti i precedenti lavori della band; e il motivo non è difficile da comprendere, Nucleus, fin dall'iniziale Maelstroem suono molto più pesante, a tratti monolitico, specie se paragonato ai primi lavori, epico e vanta (per modo di dire) una produzione molto più patinata, che poco spazio lascia ai suoni quasi da cantina che tanto mi avevano fatto amare i loro primi album.
Se finora i numi tutelari dei Witchcraft andavano rintracciati in quell'hard rock seventies che molto doveva al blues nelle strutture dei brani e degli assoli, specie le leggende scandinave dei November e i Jethro Tull, ora siamo più dalle parti dei Black Sabbath, dei Pentagram, in puro territorio doom, quindi. Purtroppo, a mio modo di vedere, il risultato non è dei migliori, e il lavoro risulta di difficile assimilazione, a tratti troppo pesante e pretenzioso, specie nei chilometrici episodi di Nucleus e Breakdown, mezz'ora in tutto, sebbene non privi di momenti da ricordare e grande perizia strumentale. Più felice la tradizionale The Outcast, che rimanda a certe cose del passato e con la voce di Pelander comunque sempre da brivido. Ottime anche Theory Of Consequences e An Exorcism Of Doubts, che rimandano pesantemente ai Sabbath più oscuri, mentre il resto del lavoro si arena su pezzi un po' riempitivi, caratterizzati da un suono della chitarra pesantemente metal.
In conclusione, almeno per i gusti di chi scrive, un disco che segna una decisa involuzione.

Voto: 5.5

sabato 14 maggio 2016

Le Canzoni Degli Spot: Renault Kadjar (2015)



Lo spot di cui parliamo oggi nell'ormai tradizionale appuntamento con la rubrica che risponde all'annoso quesito "Mica sapresti chi è che canta...?", è quello della Renault Kadjar. I creativi della casa di Vichy, da sempre molto attenti agli spot e alle relative colonne sonore, stavolta hanno puntato sul duo svedese delle First Aid Kit, due ragazze giovanissime che nulla hanno a che vedere col tipico immaginario scandinavo; infatti propongono un raffinato indie folk, con venature country che si confà più ad atmosfere da west coast americana, come nel pezzo scelto, Silver Lining, tratto dal loro terzo lavoro. Qui su ALR ART BLOG, dove notoriamente si scoprono talenti sconosciuti ai più, se ne era già parlato in occasione del loro secondo album, il primo a vantare una distribuzione internazionale.

venerdì 13 maggio 2016

ALR ART BLOG Cerca te!


Hai inciso un disco o del materiale e vuoi farlo sentire al mondo? ALR ART BLOG è il blog che fa per te! Visita la nostra pagina dei contatti e scegli il modo per inviare il tuo materiale, con una email, o direttamente sulla pagina Facebook. Ai lavori migliori sarà dedicato un post con la recensione, tutta i dati della band o dell'artista e le eventuali date dal vivo.
Che aspetti?

giovedì 12 maggio 2016

Recensione: Mara - Ottobre '66 (2016)


 Non mi capita molto spesso di scrivere di dischi italiani, e non dovete credere sia questione di snobismo o esterofilia più o meno conclamata; semplicemente, mi capita di rado di ascoltare un lavoro italiano che rientri nel range dei miei gusti.
Faccio molto volentieri un'eccezione per il secondo disco di Mara Luzietti, in arte Mara, ma cito volentieri il suo cognome perché ho dei parenti omonimi (saremo mica parenti? Carramba...), musicista e musicoterapeuta di Ravenna. Eccezione, ma nemmeno tanto, visto che il disco è cantato interamente in inglese, eccetto per una bella cover di Modugno, e suona come se fosse stato inciso sulla west coast proprio negli anni evocati dal titolo, anche se quel '66 è riferito alla data di nascita della chitarra suonata da Mara. Il suono, dunque, è all'insegna di un pop-blues retrò, dai tocchi jazzati qua e là, ma niente di troppo sofisticato e difficile da assimilare, e qualche influenza desertica tra Morricone e un certo sentire tarantiniano.
La voce di Mara è una vera boccata d'ossigeno in un panorama nostrano che sempre più, complice una certa cultura contrabbandata dai talent, premia le urla sguaiate di certe cantanti emergenti; soffusa e delicata, quasi algida a tratti, evoca atmosfere che vanno dai Portishead a paladine del folk pop quali Katie Melua, al pop nobile sixties, tra Nada e Dusty Springfield, passando per la contemporanea, e sottovalutata, Holly Golightly.
I momenti migliori dell'album vanno dall'apertura della title track, un vero gioiellino di delicatezza pop, a Red Leaf, dall'intro western, al singolo San Francisco, che cita l'estate dell'amore nel titolo, il film Non si uccidono così anche i cavalli? nel bel video, e quella There Is An End, magistrale pezzo di Holly Golightly con i Greenhornes, contenuta nella colonna sonora di Broken Flowers. Belle anche I Saw A Man, dedicata a Leonard Cohen, Run Over, che vanta una melodia cristallina e una tromba degna del Chris Rea più notturno, e l'omaggio a Modugno di Notte Di Luna Calante, davvero riuscito.
Insomma, non bisogna poi allontanarsi molto per ascoltare quanto di meglio ci potrebbe proporre il suono della west coast americana, ma, purtroppo, è probabile che questo lavoro di Mara sia destinato a rimanere un tesoro ben nascosto.

Voto: 7.5

mercoledì 11 maggio 2016

Recensione: Spidergawd - III (2015)



Non è un mistero che negli ultimi anni ciò che di più significativo sta accadendo nell'hard rock e nell'heavy metal, venga per lo più dalle fredde lande del nord Europa. I Graveyard e i Witchcraft in Svezia, i mitici Motorpsycho in Norvegia, uniti a un folto stuolo di band minori o emergenti, sta infatti tenendo alto il vessillo di chi ama un certo tipo di rock che, pur avendo dato il meglio negli anni '70, sopravvive, anche se spesso a mero livello di rappresentazione, essendo venuti ormai meno i contenuti innovativi da almeno trent'anni.
E proprio da una costola dei Motorpsycho nasce il side-project degli Spidergawd, formati da due terzi della band madre, Bent Saether e Kenneth Kapstad, e che dal gruppo originario ha ereditato, oltre alla tecnica e l'ispirazione, anche l'estrema prolificità, avendo infatti dato alle stampe tre album in tre anni, intitolati molto fantasiosamente I, II e III. Ma forse, visto il genere, è un tributo ai primi tre dischi dei Led Zeppelin, chissà.
Va subito detto che, benché il sottoscritto non sia del tutto d'accordo, continuando a preferire lo spleen dei Graveyard e la ruspante genuinità dei Witchcraft, gli Spidergawd si sono subito imposti come alfieri del movimento, probabilmente anche grazie alla loro nobile discendenza. Quello che non mi convince sono infatti certe atmosfere da metal anni '80 che ogni tanto affiorano nelle melodie e in qualche assolo di chitarra tirato un po' troppo a lucido, ma siamo nel campo dei gusti personali; già, perché, al di là di questo III suona che è una meraviglia, con complessi passaggi strumentali che il rock medio dei nostri giorni nemmeno sogna. E questo si esplicita chiaramente soprattutto nell'attacco al fulmicotone di No Man's Land, una cavalcata hard seventies con la voce tirata come in un pezzo dei Deep Purple, e nel conclusivo trittico Lighthouse, con accenni di pura psichedelia e il favoloso sax di Rolf Martin Snustad in bella evidenza.
Un signor disco, quindi, anche se la mia sensazione è che forse l'eccessiva prolificità, tra dischi in studio, tour interminabili e impegni coi Motorpsycho, quando trovino il tempo per tutto rimane un mistero, abbia per ora impedito agli Spidergawd di esprimere l'intero potenziale; qualche aggiustamento, idee un po' più chiare sulla direzione da prendere, e state sicuri che ne sentiremo ancora delle belle.

Voto: 7

martedì 10 maggio 2016

Recensione: Santana - Santana IV (2016)


 
Recita l'antico adagio: "Si nasce incendiari, si muore pompieri". E così per la reunion della line-up
(quasi) originale dei leggendari Santana ci troviamo di fronte a un lavoro molto in linea coi capolavori di quaranta e passa anni fa; il problema, per l'appunto, è che quella mistura di ritmiche afro-latine, elementi di psichedelia e dell'allora nascente hard rock, sensibilità pop e assoli che molto devono al jazz, al blues e alla fusion, se all'epoca furono una vera rivoluzione per il mondo del rock, qualcosa di mai sentito prima, oggi suonano come quanto di più conservatore e rassicurante si possa immaginare. Un prodotto totalmente revivalista, destinato a un pubblico di nostalgici ex capelloni, per lo più. Ma, fatta la tara di questo ragionamento, Santana IV (titolo che omaggia Santana III, del 1971), che vede in campo, oltre all'immarcescibile leader Carlos Santana, Gregg Rolie, Michael Shrieve, Michael Carabello, Karl Perazzo, Benny Rietveld e l'altro chitarrista Neal Schon, oltre alla splendida ospitata di Ronald Isley degli Isley Brothers, suona a tratti davvero bene. Merito, ovviamente, della caratura e del mestiere di questi grandi musicisti. Non tutto, però, funziona a dovere; alcuni pezzi sembrano veramente la caricatura della band del bel tempo che fu, e così ecco le evitabili Choo Choo Come As You Are, e una Suenos che ricalca gli episodi più melodici e melensi tanto cari a Carlos. Gli episodi più felici stanno invece nella parte più psichedelica della tracklist, sicuramente troppo lunga, quali Fillmore East e la conclusiva, sontuosa, Forgiveness, nel blues che omaggia la storica Black Magic Woman di Blues Magic, nel tipico latin rock dell'iniziale Yambu e della piacevole Anywhere You Want To Go e negli episodi con Isley alla voce.
In conclusione, un lavoro da ascoltare come piacevole diversivo, sicuramente molto migliore dei duetti milionari ma assolutamente improbabili a cui Santana ci aveva abituato (male) negli ultimi anni, da non approcciare sicuramente con intenti intellettuali e con la puzza sotto al naso perché, e ovvio ma va detto, un disco così nel 2016 non ha senso se non quello di far leva sull'effetto nostalgia e sul piacere di ascoltare del latin-rock ben suonato. E non è detto che ciò sia poco.

lunedì 9 maggio 2016

Escher e l'Abruzzo


Non tutti sanno che Maurits Cornelis Escher, forse il più famoso incisore della storia, nato in Olanda e vissuto a cavallo del XIX e del XX secolo, visse per circa un decennio in Italia. Infatti, nel 1923, il grande artista olandese, passato alla storia per le sue illusioni ottiche e per opere che, puramente per induzione, andavano a lambire temi complessi come la matematica e le teorie psicologiche sulla percezione della realtà, dopo aver vagabondato per l'Italia, decise di stabilirsi a Roma. Da qui prese l'abitudine, ogni primavere, di intraprendere dei viaggi piuttosto avventurosi negli allora selvaggi Appennini, alla ricerca di pace spirituale e ispirazione per nuove opere. Un particolare amore Escher arrivò a nutrirlo per l'Abruzzo, che visitò per ben tre volte tra il 1928 e il 1935; l'olandese progettò addirittura un intero libro di disegni ispirati alla regione, che non vide mai la luce, ma di cui ci rimangono ben ventotto bellissime incisioni che ritraggono paesi come Scanno, Sulmona, Goriano Sicoli, Pettorano sul Gizio e, in particolare, il minuscolo borgo di Castrovalva, verso il quale Escher nutriva una sorta di ossessione.
 














domenica 8 maggio 2016

Recensione: Lo Chiamavano Jeeg Robot (2015)



Lo Chiamavano Jeeg Robot, con buona pace dei super incassi di Checco Zalone, è il caso della stagione cinematografica italiana. Al di là degli effettivi meriti, riconoscimenti e quant'altro, va innanzitutto detta una cosa: Gabriele Mainetti è riuscito praticamente per la prima volta a girare un film di supereroi in Italia. E questo lascia ben sperare per il futuro, per una rinascita del cinema di genere italiano che, se ha sempre peccato nel peculiare sottogenere dei supereroi, ha brillato di fulgida luce propria per tutti gli anni '70 nel giallo, thriller e horror, tanto da essere ancora vissuto come un vero e proprio culto, non tanto in Italia, quanto all'estero, con illustri fan, vedi Tarantino, John Landis, Joe Dante e Martin Scorsese.
Esaurita questa doverosa premessa, qualche parola sul film, senza stare troppo a spoilerare.
Enzo Ceccotti è un delinquente di mezza tacca di Tor Bella Monaca, vive nella tipica periferia popolare, degradata e fatiscente, va avanti a porno e budini, rifugge qualsiasi responsabilità e odia tutto e tutti. Nel più classico stile Marvel, entra in possesso di superpoteri, da cui, ovviamente, deriveranno grandi responsabilità. I suoi destini si intrecciano con una giovane vicina di casa, Alessia, ragazza resa psicolabile da prevedibili traumi infantili, che nutre una vera ossessione per il manga Jeeg Robot, da qui il titolo della pellicola, e con Lo Zingaro, capo di una gang di piccolo cabotaggio che sogna la svolta, ovvero entrare nel grande giro della criminalità organizzata, appassionato di trash anni '80. Sullo sfondo oscuri attentati bombaroli che incendiano una Roma quanto mai notturna e gotica.
C'è tutto il corredo dei film del genere; l'uomo qualunque che, ritrovatosi supereroe, cerca dapprima di sfruttare la situazione a suo esclusivo vantaggio, per poi arrivare, attraverso una maturazione personale, ad accettare grandi responsabilità. C'è la storia d'amore senza lieto fine, e c'è un villain degno dei film americani, e non è detto che sia un complimento. E non manca un finale che lascia aperta la possibilità di un sequel.
Le note positive sono innanzitutto il coraggio di Mainetti e soci nell'imbarcarsi in un'operazione a forte rischio trattandosi di cinema italiano, votato da anni invariabilmente alla commedia sentimentale-isterica, o al binomio tossici-criminali di borgata, per arrivare a cinepanettoni, Checco Zalone e trash vario. Il film, a parte qualche ingenuità, alcuni buchi narrativi e un budget ridicolo per il genere, funziona bene, scorre ed è ben diretto, con qualche scena davvero ben riuscita(quella del Luna Park, Lo Zingaro che canta Un'Emozione Da Poco, applausi alla grandezza di Ivano Fossati come autore di canzoni, la strage dei camorristi con Ti Stringerò di Nada come sottofondo), gli effetti speciali sono caserecci ma funzionali allo scopo, e la recitazione, a parte qualche eccesso, rimane su buoni livelli. Bravo Santamaria, ingrassato di venti chili, alla maniera di Hollywood, nell'aggiungere qualche sfumatura al personaggio altrimenti monocorde di Ceccotti. Qualche dubbio in più per l'Alessia di Ilenia Pastorelli, sopra le righe e a tratti irritante, ma nel complesso tenera al punto giusto, e per il cattivone interpretato dal talentuoso Luca Marinelli, che forse esagera nel caratterizzare una sorta di Joker di borgata, non aiutato in questo da una sceneggiatura che appesantisce il suo personaggio con una serie di stereotipi dei villain hollywoodiani forse esagerata. La trama regge, alcuni passaggi sono molto telefonati, ma siamo comunque nel campo dei supereroi e non di fronte al nuovo film di Herzog, e l'approfondimento psicologico dei personaggi è abbastanza bi-dimensionale, ma vale il ragionamento di cui sopra.
In definitiva, un film che, tra eccessi pulp e qualche bella trovata, si fa guardare con piacere, anche se non me la sento davvero di unirmi a certe reazioni entusiastiche viste in giro(sette David di Donatello forse sono un'esagerazione), ma che ha la sua importanza più a livello simbolico di un cinema di genere che cerca di rinascere.

Voto: 6.5

sabato 7 maggio 2016

Le 15 Frasi Che Fanno Scappare Il MUSIC GEEK

                                 
È passato un bel po' di tempo da quando pubblicai un post intitolato Fauna Musicale, nel quale dividevo in cinque tipologie gli ascoltatori musicali, dai più ignoranti a quelli più molesti, passando per i maniaci; visto che, tuttavia, continuo a sentirne di cotte e di crude, ecco un piccolo vademecum per capire subito quando darsi alla fuga davanti a situazioni che potrebbero mettersi male.
Date retta a me, non sperate di redimere chi ascolta un po' di tutto, chi vede il rock in Vasco e il blues in Zucchero. Non ci sono spiegazioni da dare, o compilation da fare ascoltare; c'è solo da darsela a gambe. Correre, il più velocemente possibile.
E allora, eccole:

Le 15 Frasi Che Fanno Scappare Il MUSIC GEEK

-          Adoro la musica! Ascolto un po’ di tutto.
-          Come non ti piace? Ma se ha venduto milioni di dischi!
-          Il rock in Italia è morto, sono rimasti solo Vasco e Ligabue a farlo!
-          Dal vivo sono pazzeschi! Sembra proprio di sentire il disco!
-          Sono stato a sentire una cover band fighissima, guarda, proprio identici a quelli veri!
-          Però dai, Gigi D’Alessio alla fine è un signor cantante.
-          Ascolti il blues, sul serio? Mi fa impazzire! Hai sentito l’ultimo di Zucchero?
-          Comunque Mariah Carey ha una voce pazzesca!
-          Ma che è ‘sta musica? Mi sta a venire la depressione!
-          Sono sempre stata una tipa alternativa, pensa che a sedici anni già sentivo gli Oasis.
-          Certo che il reggae è sempre il top! Peter Tosh? E chi cazzo è? Mah, passa ‘sta canna, va’!
-          Il concerto è stato fighissimo! Se suonavano dal vivo? Boh, però le coreografie erano stupende!
-          Chi sono? I Bitols… Boh, carini dai.
-          Cavolo, è bravissimo! Ma perché non si iscrive a qualche talent?
-          Ma dai! Anche a me piace il metal! Sì, Vasco, Bon Jovi e tutta quella roba lì!

venerdì 6 maggio 2016

I Dischi Oscuri: Czar - S/T (1970)


Quella che vi propongo oggi è una vera rarità, una perla sconosciuta riservata ai fan del prog, sempre alla ricerca di One Shot Band, vere meteore nell'affollatissmo cielo dell'epoca, denso di band validissime tecnicamente ma che, per i motivi più disparati sparivano nel nulla dopo aver dato alle stampe spesso una sola opera.
La band di oggi è quella degli Czar, nati nel 1967 col nome di Tuesday Child, e di cui non si sa moltissimo. Dopo una serie di tour come spalla a pezzi da novanta del periodo, tra cui i Moody Blues, gli Animals, i Troggs, i Pink Floyd, i King Crimson e Jimi Hendrix, i quattro ragazzi inglesi arrivarono all'appuntamento col primo album che, pare, fu composto e registrato in tempi brevissimi. Da ognuno dei gruppi coi quali si erano esibiti gli Czar sembrano aver preso qualcosa, anche se le influenze più chiare sembrano essere quelle di certo prog melodico, vedi King Crimson, Moody Blues, i primi Deep Purple e Procul Harum, filtrato però da una sensibilità particolare che unisce ai primi vagiti del progressive d'oltremanica robuste svisate hard della chitarra elettrica e accenni di mellotron. Il tutto, va detto, innestato su strutture rock ancora piuttosto semplici, debitrici al beat degli anni precedenti.
Il risultato è comunque godibilissimo ancora oggi, soprattutto per gli appassionati di un certo tipo di suono. Ascoltate l'apertura di Tread Softly On My Dreams, dove la melodia cristallina si scontra con una parte di chitarra distorta tra le più dure per l'epoca, per capire il fascino di questo disco.

giovedì 5 maggio 2016

Le Canzoni Degli Spot: Flower by Kenzo (2015)



La canzone colonna sonora dello spot Kenzo del 2015, di nuovo in onda in questi giorni, mi ha posto un serio dubbio esistenziale: possibile che veramente qualcuno non conosca il capolavoro immortale scelto per fare da sottofondo alla pubblicità in questione? Eppure non poche persone mi hanno posto l'annoso quesito: "Tu che te ne intendi, mica sai di chi è il pezzo..." etc.
E il pezzo in questione è Child In Time dei Deep Purple, vero caposaldo dell'hard rock, contenuto in quello che fu la pietra angolare del genere, ovvero l'album In Rock del 1970. Si tratta di una poderosa cavalcata hard rock, paragonabile a Stairway To Heaven dei loro rivali di sempre, i Led Zeppelin, che parte in modo soffuso, col riff d'organo di Jon Lord, pare mutuato dalla misconosciuta Bombay Calling degli It's A Beautiful Day, per crescere lentamente tra i vocalizzi sempre più alti di Ian Gillan e la rocciosa chitarra di Ritchie Blackmore, che qui propone uno dei suoi più riusciti solo.
Insomma un pezzo che, in questo caso, non è davvero esagerato definire leggendario.

mercoledì 4 maggio 2016

Recensione: Nothing - Tired Of Tomorrow (2016)

 

Era un pezzo che non sentivo un album rock così convincente e coinvolgente come questo Tired Of Tomorrow dei Nothing, band shoegaze di Philadelfia che, confesso, non conoscevo. Diciamo subito che la definizione shoegaze, pur pertinente, rischia di essere un po' limitante per un lavoro che spazia dalla ballata per piano e archi al grunge più duro e puro. È pur vero che la band di Philadelfia non fa nulla per nascondere le palesi influenze di storiche band shoegaze, My Bloody Valentine e Swervedriver su tutte, o anche il più recente fuoco di paglia dei Glasvegas, ma ciò che colpisce nel loro nuovo lavoro sono principalmente altri due aspetti; la sincerità di canzoni che mettono a nudo il mal di vivere del leader Nick Palermo, bersagliato dalle avversità manco fosse un novello Mr. E degli Eels, ex carcerato per una rissa finita male, scampato miracolosamente a una pericolosa aggressione e segnato dalla recente perdita del padre, e, soprattutto, il grande talento nel mettere in scena melodie malinconiche e senza tempo, l'ideale, insomma, per cuori spezzati in una sera di tempesta.
L'album si può dividere idealmente in tre parti, un attacco shoegaze malinconico, una parte più grunge, debitrice a Smashing Pumpkins e Nirvana, e un finale scandito da lente ballatone anche semi acustiche. L'avvio è davvero quanto di meglio si possa chiedere a un album rock, Fever Queen, The Dead Are Dumb, Vertigo Flowers, ACD e Nineteen Ninety Heaven sono tutti pezzi da novanta, dove muri di chitarre, riff di basso ipnotici, un cantato indolente al punto giusto e melodie strappalacrime si mescolano in un mix davvero irresistibile. Le successive Curse Of The Sun e Eaten By Worms, come detto, sono più classicamente debitrici al rock degli anni '90, e traghettano l'album verso la chiusura per piano e archi della title track, bella ma forse non sontuosa come avrebbe potuto.
In ogni caso un album intenso e potente, e la più bella scoperta dell'anno, almeno finora.

Voto: 8


martedì 3 maggio 2016

Stanley Kubrick: Il suo cinema in sette film

Il cinema, si sa, è considerato la settima arte, per questo pensando a una rubrica dove passare brevemente in rassegna le filmografie dei miei registi preferiti, ho pensato di farlo prendendo in considerazione i loro sette migliori film.
Cominciamo dal top, ovvero Stanley Kubrick, uno di quei pochi registi a fare veramente storia a sé; ognuno dei suoi, purtroppo pochi, film ha rivoluzionato un genere, dalla fantascienza tout court di 2001 a quella distopica di Arancia Meccanica, dall'unica incursione nell'horror di Shining ai due favolosi episodi bellici di Orizzonti di gloria e Full Metal Jacket, fino al noir di Rapina a mano armata. Ogni film meriterebbe una trattazione a sé, ma per la vostra gioia oggi sarò breve.

7. Rapina A Mano Armata

    Splendido noir del 1956, si caratterizza per la struttura a scatole cinesi, dove il fallimento di un piano criminale è narrato tramite l'utilizzo di continui flashback, portando ancora in avanti il discorso iniziato dall'Orson Welles di Quarto Potere e proseguito dal Rashomon di Akira Kurosawa, e che ispirerà poi Le Iene di Tarantino e,volando più bassi, film come Slevin - Patto Criminale. Non tutto è ancora a punto, ma il genio di Kubrick è già ben evidente in molte scene. Al botteghino il film non ottenne i risultati sperati.


6. Shining

    Unica incursione nell'horror del maestro, datata 1980, si basa su un romanzo del prolifico Stephen King, che non fu entusiasta di questa riduzione. Il film narra la discesa nella follia di Jack Torrance, insegnante disoccupato e aspirante scrittore, che accetta un posto come custode invernale all'Overlook Hotel, albergo di montagna teatro anni prima di un terribile massacro. Più di altri film di Kubrick è entrato nell'immaginario collettivo, grazie anche all'allucinata recitazione di Jack Nicholson. Tecnicamente perfetto, ma forse meno importante di altri nella storia del cinema.

5. Full Metal Jacket

    Siamo nel 1987 e Kubrick torna a dirigere un film di guerra, che sarà anche il suo ultimo capolavoro. Il conflitto narrato è quello del Vietnam, partendo dalla vita nei campi d'addestramento dei Marines, fino agli orrori senza senso della prima guerra mediatica della storia. Il Vietnam ricostruito in un quartiere industriale di Londra è quantomai credibile, l'insensatezza della guerra risalta a dovere e, più che in altri lavori, Kubrick regala personaggi dastinati all'immortalità, dalla voce narrante del soldato Joker a Palla di lardo, ma soprattutto al Segente Hartman, assurto a vera icona. Indimenticabile la sequenza finale con la marcia di Topolino.


4. Orizzonti Di Gloria

   Primo, efficacissimo affondo anti militare di Kubrick, tanto che in Francia sarebbe rimasto inedito a causa della censura per anni. Ambientato durante la prima guerra mondiale, è un vero e proprio manifesto anti bellico, dove sono già presenti tutti gli archetipi del cinema di Kubrick, dalle soggettive all'uso massiccio di carrelli e prospettive centrali. La guerra in tutta la sua crudele inutilità, psicologicamente un vero pugno nello stomaco. Se ne parla anche qui.


3. Il Dottor Stranamore

    Apocalittico, ironico, cinico apologo sulla Guerra Fredda e sui pericoli degli armamenti nucleari utilizzati come deterrente, in quanto ostaggio della fallibilità e follia umana. Uscito nel climax della Guerra Fredda, con la crisi missilistica di Cuba appena conclusa, Il Dottor Stranamore nel 1957 ci mostra il lato più cinico e sarcastico di Kubrick, oltre a regalarci un fenomenale trittico di interpretazioni del mai troppo rimpianto Peter Sellers, con Kubrick anche in Lolita; e, soprattutto, il magistrale personaggio dell'ex nazista Dr. Strangelove. Ma tutto è perfetto in quest'opera, la regia, le scenografie, il perfetto incastro della trama e i dialoghi surreali, nonché le splendide interpretazioni di Sterling Hayden e George C. Scott. Capolavoro assoluto.


2. Arancia Meccanica

   Parte la prima sequenza di Arancia Meccanica e si è subito catapultati in qualcosa di mai visto prima; stranianti musiche classiche rilette dal moog di Walter (ora Wendy) Carlos, i dialoghi in un linguaggio distorto, il Nadsat, i costumi e le scenografie di una gelida eleganza pop. Tutto in Arancia Meccanica è cult, dalla prima all'ultima inquadratura e, con buona pace dello scrittore Burgess, che mai apprezzò il film, siamo davanti al caso più unico che raro di film che supera l'opera scritta, già di per sé eccezionale. Restano tutte le polemiche sulla violenza e le emulazioni, ma va da sé che lo spettatore dotato di un comune senso critico saprà coglierne la condanna tra le righe, assieme a quella verso qualsiasi totalitarismo e inibizione del libero arbitrio. Capolavoro fuori da ogni logica, schema e tempo.


1. 2001: Odissea Nello Spazio

    Ed eccolo, il film dei film. Una vera e propria opera d'arte in cui ognuno, a detta dello stesso Kubrick, potrà trovare i suoi significati. Nella storia apparentemente fantascientifica dell'astronave Discovery One e del super computer Hal 9000, la trama, pur intrigante, è solo un elemento di contorno; siamo nella pura filosofia e le splendide immagini, unite all'uso rivoluzionario di una colonna sonora classica, coi valzer di Strauss in bella evidenza, precipitano lo spettatore in un vortice di pura psichedelia e poesia. Un'opera immane che travalica i confini tra tutte le arti e che, almeno in quanto a potenza visiva, è destinata a non essere raggiunta.