martedì 25 giugno 2013

Avvistamenti: The Veils-Time Stays, We Go(2013)

Correva l'anno 2004 e l'album d'esordio dei Veils, band guidata dal talentuoso Andrew Finn, venne salutato come uno dei più belli dell'anno, un indie rock epico e viscerale che riadattava la versione delle grandi band del passato filtrandola attraverso una sensibilità e originalità da non sottovalutare. Poi arrivarono i Franz Ferdinand e gli Arcade Fire, e i nostri finirono immeritatamente in una sorta di limbo, non proprio band di culto per pochi, ma nemmeno così mainstream da riempire gli stadi. E menomale. Ora, dopo vari cambi di formazione e altri due album validi ma che non eguagliano l'esordio, i Veils tornano con quello che suona come il loro lavoro più compatto e maturo. E, anche se non siamo di fronte al capolavoro, Time Stays, We Go si presenta come un album tra i più interessanti di questa prima parte dell'anno. Dall'apertura epica di Trough The Deep, Dark Wood, travolgente inno indie rock, come gli U2 vorrebbero scrivere senza più riuscirci, a Train With No Name che prosegue sulla stessa linea, fino a Candy Apple Red, sorta di blues ballad dove la voce di Finn dà il meglio, e forse picco emozionale del lavoro. Va detto però che tutti i pezzi, scelti da un mazzo di cento(e si sente), hanno un loro fascino, tanto che qualsiasi potrebbe essere un singolo potenziale, in un mondo più attento. Manca forse qualche pezzo un po' più acustico a spezzare l'uniformità degli arrangiamenti, con chitarra elettrica e organo a farla da padroni, ma sono sottigliezze. Un ottimo lavoro da una band che, per me, continua a non deludere.

sabato 15 giugno 2013

Avvistamenti: Brown Bird - Fits Of Reason(2013)

Abbiamo già parlato dei Brown Bird, e in termini assolutamente lusinghieri, per il sorprendente Salt For Salt, circa un anno e mezzo fa, e da qualche mese è uscito il nuovo capitolo di questo progetto portato avanti dal barbuto chitarrista David Lamb e dalla sodale MorganEve Swain. Il disco riprende le atmosfere care al precedente lavoro, quindi un folk blues retrò, con innesti jazz anteguerra à la Django Reinhardt, svisate di chitarra e violino zingaresche e arabeggianti. E se l'effetto sorpresa se lo sono ormai giocato, va detto che il disco è talmente gradevole e ben suonato da non far rimpiangere il precedente, dal quale peraltro si smarca soprattutto in virtù di un aumentato tono elettrico degli arrangiamenti, infatti Lamb impugna quasi eslusivamente l'elettrica. I pezzi sono tutti validi, pur in una certa uniformità, spicca l'apertura di Seven Hells, l'esotica Bow For Blade con la delicata voce della Swain; la bella Messenger, la cui sequenza d'accordi sembra rimandare a decine di pezzi già sentiti, senza tuttavia perdere la sua originalità. Sugli scudi sempre la capacità di Lamb di ritagliarsi spazi melodici nei suoi a solo dal tibro elettrico pulito e squillante. Un lavoro in definitiva con cui gli appassionati del genere possono giocare sul sicuro.

martedì 11 giugno 2013

Avvistamenti: Beady Eye - Be(2013)

Ne è passata ormai d'acqua sotto ai ponti dallo scioglimento degli Oasis, dopo l'ennesima lite dei fratelli più presuntuosi del brit pop, ovvero i Gallagher, e se il primo round del dopo-Oasis pare sia andato a Noel, sia come vendite che come critica, nonostante nessuno dei due lavori fosse certo un capolavoro, Liam è il primo a ributtarsi nella mischia. È infatti uscito ieri Be, il secondo lavoro a nome Beady Eye, ossia gli Oasis meno Noel, con la produzione rinomata di Dave Sitek, già con TV On The Radio e Yeah Yeah Yeahs; e diciamo subito che Be rappresenta un passo avanti per la band britannica, che riesce in parte a discostarsi dagli stilemi della formazione madre. Questo nonostante la voce di Liam, che caratterizza fin troppo il suono rendendo difficile dimenticare il passato. Va però detto che anche lo stesso Liam si impegna non poco nel tentare di rendere più duttile il suo strumento, anche se la pronuncia delle vocali che lo ha reso famoso/famigerato è sempre la medesima. Passando ai pezzi, si parte con Flick Of The Finger, che sembra uscire dritta dalla penna di Noel, con la piacevole variazione degli ottoni; Soul Love è una bella ballata, mentre con il rock banalotto da stadio di Face The Crowd l'impianto mostra qualche crepa. La già nota Second Bite Of The Apple invece, pur non facendo sfraceli, è una bella novità con l'arrangiamento soft e la sua melodia sinuosa. La ballata Soon Come Tomorrow, pur apprezzabile ma già sentita, apre la parte più difficile del disco, fatta di riempitivi che pur scorrendo via gradevolmente nulla aggiungono e nulla tolgono a un disco fin qui discreto; fino ad arrivare al finale dove il demone lennoniano che da sempre possiede l'animo dei due Gallagher prende vita con forza nelle due ballate Ballroom Figured e Start Anew, che sono belle canzoni, specie la prima, forse il meglio dell'album, ma che pagano l'ovvio dazio all'illustre ispiratore. In definitiva un passo avanti, anche se si avverte la mancanza di qualcosa. Anzi si avverte la mancanza di Noel, punto.E, visto che i due assieme erano capaci di buone, ma non leggendarie, cose, mentre da soli producono lavori buoni a metà, forse sarebbe il caso di pensarci.

venerdì 7 giugno 2013

Avvistamenti: The Heavy Horses-Murder Ballads & Other Love Songs(2013)

Nuovo avvistamento ancora sulle piste del folk-country americano più genuino, ben lontano insomma dai baracconi country tutti lustrini e cappelli da cowboy a cui subito si potrebbe pensare. Rispetto al lavoro dell'europeo A Singer Of Songs precedentemente trattato, la band canadese è più spostata sul versante country, quindi non mancano steel guitar e slide acustiche, così come un bel banjo a punteggiare qua e là i comunque scarni arrangiamenti del lavoro. Se l'intro strumentale pare evocare arpeggi cari al Morricone della trilogia del dollaro, i riferimenti si spostano man mano verso quanto di più nobile abbia prodotto nei decenni il country, ovvero nomi del calibro di Johnny Cash e Townes Van Zandt, ma anche il più recente, grandissimo Barna Howard. Il tutto è permeato da un tradizionalismo che potrebbe far storcere un po' il naso a chi si aspetta magari un pizzico in più di originalità, così come pregio e difetto allo stesso tempo si rivela una certa uniformità dei pezzi, plafonata sì verso l'alto, ma che, alla lunga, fa sì che nessun pezzo riesca a spiccare sugli altri, eccetto forse la bellissima Intro e la fascinosa Pale Rider. Ma sono gli unici due, piccoli, difetti di questo lavoro senza tempo.

mercoledì 5 giugno 2013

Avvistamenti: A singer Of Songs-There Is A Home For You(2013)

Ci sono album che entrano in punta di piedi nelle tue playlist, crescono pian piano con gli ascolti e finiscono per non uscirne più. Mi era già successo col primo lavoro di A Singer Of Songs, progetto che prende il nome dal pezzo di Johnny Cash, tra americana e folk di Lieven Scheerlinck, belga di nascita, spagnolo d'adozione ma il cui songbook sembra uscire da polverosi deserti americani. Si tratta di un lavoro delicato, sussurrato in alcuni episodi, il cui ascolto meriterebbe molta più attenzione dei distratti ascolti cui siamo ormai abituati dalla sovrabbondanza dell'offerta; il genere di questo "There is a home for you" è una sorta di folk slow core, anche se non manca qualche crescendo epico(la chiusura di One Night, posta in apertura), o qualche robusto riff elettrico(Silent Soldiers). Ma è quando sussurra che  Scheerlinck conquista, come nella delicata Little Sin(con Laura Rasanen), nel gioiellino da un minuto One Minute Tune, nel blues strascicato à la Waits di Shine, nelle bella Ruins Of You, nel classico arpeggio elettrico di The Crying Game. Ma la vera vetta, almeno per chi scrive, di questo piccolo capolavoro, il songwriter belga l'ha posto in chiusura: Into The Storm è un pezzo perfetto, sembra quasi di sentire la pioggia notturna picchiettare sul tetto, facendo capolino tra l'indolente piano e l'avvolgente tromba che punteggia le parti strumentali. Un pezzo che si colloca tra Antony e Perfume Genius, chiudendo in modo trionfale uno dei dischi migliori del 2013.