sabato 27 agosto 2016

Recensione: Millanta Tamanta - Wow (2016)





 Un uomo, una donna, storie d'amore tormentato, citazionismo che manco Quentin Tarantino; queste le note salienti di una certa corrente dell'indie italiano andata sviluppandosi negli ultimi anni. Dai Baustelle in poi, praticamente, ma che affonda le radici in duetti più o meno maledetti, da quello per eccellenza Gainbourg/Birkin, a quelli più rassicuranti Sinatra/Hazlewood e Bono/Cher e nel pop raffinato dei nostri sixties, quello, per capirci, con i sontuosi arrangiamenti di gente come Morricone e Umiliani. Oltre ai già citati Baustelle, che fanno categoria a parte e rimangono due spanne buone sopra il gruppone, abbiamo Il Genio, i redivivi Piet Mondrian e, ultima mia scoperta ma attivi già da qualche anno, questi Wow, giunti con Millanta Tamanta al secondo lavoro.
Chiarito che il titolo nonsense si rifà a una delle Favole al telefono di Gianni Rodari, lo spettro musicale della band romana si muove essenzialmente su due registri, uno più soft e potenzialmente commerciale, con melodie raffinate ma godibili e arrangiamenti sixties a base di pennate di chitarra elettrica e la voce di China (metà femminile del duo con Leo) che la fa da padrona, citando ora Patty Pravo, ora Milva, muovendosi con grande disinvoltura specie sui registri più scuri, e una più sperimentale che unisce il passato di band punk con istanze psichedeliche, funky e, a tratti, quasi prog. Del primo filone fanno parte i pezzi più immediati, da Il Mondo a Il Caldo, fino a Arriva Arriva, scritta dall'amico e nuovo Re Mida dell'indie Calcutta, passando per Ah ah ah. Proprio quest'ultima merita un discorso a parte in quanto croce e delizia esemplificativa del disco; infatti gli Wow, pur tra qualche incertezza tecnica perdonabile, riescono a confezionare un lavoro davvero interessante, capace di non annoiare anche dopo molti ascolti, ma in cui aleggia una sensazione di incompletezza. Prendiamo proprio Ah ah ah, pezzo dalla melodia azzeccatissima, splendido arrangiamento e prestazione da applausi di China; e allora, come si fa a "sprecare" la melodia della vita in un pezzo di due minuti che lascia quasi l'amaro in bocca per come rimane quasi un bozzetto di quello che poteva essere?
Della seconda anima degli Wow fanno parte le più sperimentali Le Mie Manie, Bianche, Millanta Tamanta e Le Pointeur De Fleury, cantata interamente in francese e che a me ha ricordato alcune cose di Rover, dove i tempi e le melodie si fanno più dilatati e risalta la perizia strumentale della band, con andature incalzanti e cambi di ritmo molto interessanti.
In conclusione, ci troviamo di fronte a una band che sicuramente vanta ampi margini, ma che con questo Millanta Tamanta mette già a segno un ottimo colpo, riuscendo a imporsi in modo originale, diversificandosi dal rischio di mera copia di originali forse irraggiungibili.

giovedì 11 agosto 2016

Live Review: Concerto Grosso - New Trolls live @ Blubar


 Estate tempo di live, concerti sotto le stelle e grandi reportage; se volete rimanere aggiornati su tutti i migliori appuntamenti di stagione, sulle splendide cornici e tutto quanto, posso consigliarvi una serie di ottimi blog. Qui siete nel posto sbagliato, qui si posta un po' alla come viene, tipo oggi.
L'altra sera, nonostante una gravosa giornata avrebbe suggerito di fare tutt'altro, mi sono lasciato attirare dalle sirene del Blubar Festival, occasione più unica che rara di ascoltare musica prog degli anni '70 dal vivo, spesso, ahimè, con le vestigia di quelli che furono grandi gruppi e che diedero l'unico lustro rock che il nostro paese del bel canto abbia mai avuto; in particolare, si esibiva quel che rimane dei New Trolls, una delle prime glorie del prog nostrano e primi in Italia, e tra i primi nel mondo, dai, a incidere un disco rock avvalendosi di un'orchestra. E proprio il loro disco più famoso, Concerto Grosso, avrebbe dovuto farla da padrone nel live del Blubar, come programmaticamente annunciava anche il titolo della serata stessa.
Ecco così il vostro umile narratore recarsi pieno di belle speranze, memore, come ogni buon appassionato di prog, dei sontuosi arrangiamenti studiati da Luis Bacalov insieme alla band nel 1971, originariamente partoriti come colonna sonora del cult La Vittima Designata, giallo all'italiana tipico del periodo, con un sornione Tomas Milian e un'indimenticabile Pierre Clementi.
L'inizio, va detto, non è di quelli più memorabili; riesco a parcheggiare lontanissimo, per di più in un posto a forte rischio multa. Mi approssimo al palco con foschi presentimenti; il pubblico, com'è anche giusto, naviga sulla settantina, e sembra più capitato lì incidentalmente, tra una passeggiata post cena e un gelato d'ordinanza, che per apprezzare uno dei capisaldi del rock italico. Il tempo passa e sul palco solo le solite prove strumenti e microfoni. La spiegazione è semplice quanto agghiacciante: si aspetta un camion che sta portando le sedie, mentre quello che avrebbe dovuto farlo nel pomeriggio si è capottato sull'autostrada. Quando si dice il buongiorno...
Finalmente, dopo oltre un'ora di ritardo, scuse dell'organizzazione, arrampicate sugli specchi varie e, da dire, un pubblico che nel frattempo è diventato quello delle grandi occasioni, forse anche attirato dalla gru che scarica le sedie, si parte. L'orchestra del Maestro Quadrini assicura la giusta potenza di fuoco, mentre, anche dalla disposizione sul palco, si capisce subito che più che al live di una band, stiamo per assistere allo show di Vittorio De Scalzi, a cui un facinoroso alle mie spalle inneggia in modo fastidiosissimo, proponendolo come presidente della Repubblica.
Si inizia subito con Concerto Grosso nei suoi primi tre movimenti e, va detto, la suggestione dell'orchestra e le melodie di Bacalov lasciano il segno. Con mio grosso (s)concerto non viene eseguito il quarto movimento, Shadows, in onore di Jimi Hendrix, e non si accenna neppure alla parte più rock e improvvisata, passando subito all'esecuzione di Concerto Grosso N.2, maldestro tentativo di replicare i fasti del primo capitolo. Segue una pausa in cui viene presentato Aldo Tagliapietra, membro de Le Orme, e guest star della serata. Tagliapietra, che sembra il gemello di De Scalzi anche nel look, esegue l'inevitabile Gioco Di Bimba e un altro paio di pezzi, astenendosi dal regalare le perle più rock della sua band, che comunque ricordiamo come una delle più soft del periodo.
Ma è solo l'inizio della fine, da qui in poi parte il De Scalzi One Man Show, col repertorio più debole dei New Trolls, ovvero quello più pop e melenso, da Quella Carezza Della Sera a Aldebaran, peraltro pezzi acclamatissimi da un pubblico abbastanza di bocca buona, passando per i pezzi scritti dal buon Vittorio per altri cantanti quali Oxa, Drupi e compagnia. Uno spettacolo non proprio all'altezza, insomma, con De Scalzi che si parla decisamente un po' addosso, autoincensandosi in modo quasi surreale. C'e giusto il tempo per un bis che fortunatamente riprende l'Adagio di Concerto Grosso, e per interrogarsi sull'occasione parzialmente sprecata di recuperare una pagina fondamentale del nostro scarso patrimonio rock.
E per un lieto fine, una volta tanto: niente multa sul parabrezza.