giovedì 13 agosto 2015

R.I.P. Giancarlo Golzi

Leggo con grande dispiacere della scomparsa di Giancarlo Golzi, batterista di grande levatura noto ai più come fondatore dei Matia Bazar, gruppo pop di chiara fama e di qualche merito tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80, poi trascinatosi in una banale routine revivalista. A me, però, piace ricordarlo per la sua militanza nel Museo Rosenbach, gruppo progressive che nel 1973 diede alle stampe Zarathustra, pietra miliare del genere e disco tra i più sfortunati dell'intero movimento, se è vero che al di là dell'indubbio valore del lavoro, lo stesso venne boicottato per assurde motivazioni politiche, tipiche del periodo, condannando il gruppo all'oblio, fino alla tardiva rivalutazione degli ultimi anni.

martedì 11 agosto 2015

I Dischi Oscuri: Free Action Inc.: Plays Eddy Korsche (1970)

Quello che vi propongo oggi è un disco oscuro per davvero, se è vero che si ignora perfino chi furono i musicisti che lo incisero; chi parla dei The Sub (già di per sé abbastanza oscuri), chi vocifera del possibile coinvolgimento di membri del Balletto Di Bronzo, chi ci vede la mano dei fratelli De Angelis (per capirci, quelli delle colonne sonore dei film di Bud Spencer e Terence Hill), all'epoca anche apprezzati turnisti, fatto sta che il mistero permane, e, da oggi, anche voi sarete costretti a perdere, come me e altri appassionati del genere, preziose ore di sonno. Al di là di queste oziose e misteriose considerazioni, l' Lp in questione vanta una sua piccolo importanza sia per la sua rarità che ingolosisce i collezionisti, sia, soprattutto, perché è valida testimonianza di come all'epoca l'Italia potesse vantare dei signori musicisti in ambito rock blues, psichedelia, post beat e nascenti pulsioni progressive. Basta ascoltare una qualsiasi delle tracce di questo lavoro perlopiù strumentale, in cui i misteriosi musicisti eseguono senza pecche (se non quelle di una registrazione ai limiti dell'inascoltabile) le dodici composizioni di Eddy Korsche, che altri non era che un valido produttore austriaco, già attivo in produzioni italiane pre-prog. A emergere sono la chitarra elettrica, grezza e acidissima, e l'organo Hammond tipico dell'epoca che si muove sulla falsariga più di un Jimmy Smith che degli onnipresenti (all'epoca) Doors o Deep Purple, mentre le atmosfere restituite dai pezzi sono molto Freak-beat, con omaggi a artisti al top all'epoca, quali Yardbirds, Hendrix e le solite, imprescindibili, radici blues; si prenda Life Story, come esempio, sembra un crossover tra Born Under A Bad Sign di Albert King, ma ripresa anche dai Cream, altri numi tutelari del gruppo, e la celeberrima Foxy Lady del già citato Hendrix. In buona sostanza, un lavoro assolutamente ininfluente nella storia del rock che conta, ma, a giudizio di chi scrive, anche una piccola perla perduta che farà la gioia degli appassionati di certa musica del periodo, velleitaria ma genuina e ancora oggi piacevole.

martedì 21 luglio 2015

Avvistamenti: Il Rumore Della Tregua - Una Trincea Nel Mare (2015)

Dopo un bel po' di tempo torno a imbattermi in un disco italiano piuttosto convincente. Si tratta dell'esordio sulla lunga distanza, dopo l'EP La Guarigione di un paio d'anni fa, dei milanesi Il Rumore Della Tregua, intitolato, non senza una certa pretenziosità, Una Trincea Nel Mare. Curiosando sul web alla ricerca di informazione sui cinque giovani meneghini, mi sono imbattuto in illustri paragoni con cantautori anni '70 e più celebri colleghi contemporanei, vedi Baustelle; in realtà a me ricordano molto da vicino, per suoni, temi e una certa angoscia di fondo, i bravi e sottovalutati Non Voglio Che Clara, mentre, spostando lo sguardo oltre confine, mi sempre di ravvisare palesi somiglianze con progetti quali Beirut, Hey Marseilles e qualcosa del folk di A Singer Of Song, probabilmente dovute per lo più alla stravagante presenza della tromba, che in certi pezzi rimanda anche a atmosfere desertiche tra Calexico e Morricone. I testi sono piuttosto interessanti, zeppi come sono di riferimenti a letteratura e cinema degli ultimi due secoli, anche se a volte risultano un tantino criptici e scevri da qualche salutare tocco d'ironia che avrebbe forse alleviato da una certa pesantezza di fondo che pervade questa comunque ottima opera prima.
Molte sono le citazioni dai grandi romanzi del mare (elemento che torna quasi ossessivamente, a partire dal titolo), soprattutto dal Moby Dick di Melville, citato in Ismaele (nome del protagonista del romanzo) pezzo dall'incedere molto alla De Andrè, in Cuore Di Bue, che, oltre a citare nel titolo il grandissimo, compianto, Captain Beefheart, ha palesi riferimenti al Capitano Achab, tanto da citare nella coda la famosa battuta "Io non dormo, io muoio!" tratta dalla versione cinematografica di John Huston. Altre citazioni colte in Io e Chaplin (Il Giorno Della Fine), ballata davvero molto bella, in Sacra Ofelia e nella conclusiva Anonimo Natalizio, che omaggia delicatamente il diamante pazzo Syd Barrett. Molto piacevole anche Intermezzo che, nella sua scarna semplicità, è una delle vette del disco.
Concludendo, un'opera prima davvero interessante e la sensazione che, aggiustando e smussando qua e là, lavorando forse più di sottrazione, il capolavoro potrebbe risultare meta alla portata della band milanese.

Sitting On A Bench

Seduto su una panchina all’Outlet.
Perso in nervosismi e malinconie futili, quando dovrei solo buttarmi in ginocchio e ringraziare dio, o l’invisibile unicorno rosa, o chi per loro, per tutto quello che ho, mi guardo attorno.
L’Outlet è il luogo principe della depravazione consumistica e del cancro di questo nostro secolo nuovo di zecca, l’omologazione. La società liquida e votata all’individualismo più sfrenato profetizzata da Baumann si concretizza in una sorta di ossimoro sociale: ognuno pensa solo per sé, ma ognuno mira a essere uguale all’altro.
Siamo nel desolato hinterland di Pescara, ma potremmo essere ovunque, la squallida periferia di Milano, o quella disperata di Roma, o qualsiasi altra nel mondo. Tutto è studiato nei minimi dettagli per farci sentire in tutti e in nessun posto assieme. Persino la radio gracchia un inascoltabile pop estivo da quattro soldi proveniente da una fantomatica “Outlet Station” che immagino uguale in ogni dove. Tutto è pensato, progettato e realizzato al solo scopo di rendere l’utente, perché è questo che siamo, non persone, il più possibile spersonalizzato, al fine di renderlo immune da qualsiasi pensiero autoctono. L’individuo diviene così solo un minuscolo ingranaggio di un meccanismo esclusivamente economico, viene programmato in modo che creda di scegliere tra prodotti tutti uguali, e in modo da far insorgere in esso falsi bisogni e desideri che vanno subito appagati così da generarne altri, in un infinito rincorrere la propria ombra in cerchio.
Alzo lo sguardo e eccola lassù.
Elegante, maestosa, una poiana volteggia innalzandosi sempre più sopra il complesso che imita un centro storico senza crepe. Senza apparente sforzo sfrutta le correnti ascensionali per issarsi sempre più in alto, sempre più lontana dalle umane miserie e frenetiche futilità, perfetta nell’assecondare spontaneamente la sua natura.
Mi sembra quasi di aprire gli occhi in quel momento, e ecco a pochi metri da me un altro spettacolo, ovviamente ignorato da tutti. Una ballerina bianca esegue i suoi semplici, ma allo stesso tempo irriproducibili, passi di danza tra i tavolini del bar, alla ricerca di briciole lasciate cadere da distratti turisti tutti uguali, oberati dalle loro pance prominenti e dai loro sacchetti sempre pieni. Quanta eleganza e superiorità nelle sue movenze.

Guardo colmando il mio spirito di queste immagini e penso che a volte la bellezza è intorno a noi, anche in mezzo al marciume. Basta avere gli occhi per vederla.

lunedì 22 giugno 2015

Avvistamenti: Cosmic Wheels (2015)

Ancora su sentieri di heavy psichedelia (e che palle, direte voi, forse anche giustamente...), un lavoro che è un vero gioiellino per i cultori del genere, e che, stranamente, arriva dagli States, sempre più parchi di dischi che si rifanno genuinamente all'età dell'oro del genere. E, forse non a caso, si tratta di un lavoro registrato nel 2007 e che mai aveva visto la luce; se oggi possiamo ascoltarlo lo dobbiamo all'opera meritoria dell'etichetta Heavy Psych Sounds, nome che poco spazio lascia all'immaginazione. Dietro il moniker di Cosmic Wheels si celano in realtà i fratelli Marrone, Paul, batterista dei Radio Moscow, valida band di rock blues ai confini del mainstream, che qui oltre a darci dentro con la batteria fa quasi tutto da solo, tranne per il basso e l'armonica dove si cimenta suo fratello Vincent. Si tratta in realtà di poco più di un demo, tanto che i pezzi non hanno nemmeno un titolo, tranne per gli ultimi due, che sono anche gli unici episodi cantati del lavoro. Ma al di là dell'ovvia incompletezza con cui suona il tutto, si tratta di pezzi davvero gustosi per l'appassionato che può divertirsi a cercare di volta in volta le varie influenze. Così, giusto a titolo d'esempio, andiamo dai Cream di Steppin' Out, apertamente citati nell'Untitled #4, ai Blue Cheer che aleggiano un po' ovunque, ai Deep Purple dell'Untitled #7, alla traccia 8 che parte citando Good Looking Woman, dei mai troppo ricordati Black Cat Bones, e poi clona il riff di The Warning, resa celebre dai Black Sabbath, ma da ascrivere ai misconosciuti ma validissimi Aynsley Dunbar Retaliation. Abbiamo poi un episodio di blues più ortodosso, quasi acustico, nella nona traccia, e i due pezzi cantati; 12 O'Clock Groove Street, sorta di blues cosmico, trattato con effetti vari e con tanto di coretti che fanno tanto west coast con tutti gli stereotipi del genere, fiori tra i capelli, jeans a zampa e fricchettoni strafatti che si rollano un joint tra un solo lisergico e l'altro, e No Ones Know Where They've Been, sorta di stravolto blues hendrixiano che chiude questo lavoro consigliatissimo, ma solo agli appassionati del genere. Per gli altri, astenersi se volete evitare episodi acuti di orchite.