lunedì 22 giugno 2015

Avvistamenti: Cosmic Wheels (2015)

Ancora su sentieri di heavy psichedelia (e che palle, direte voi, forse anche giustamente...), un lavoro che è un vero gioiellino per i cultori del genere, e che, stranamente, arriva dagli States, sempre più parchi di dischi che si rifanno genuinamente all'età dell'oro del genere. E, forse non a caso, si tratta di un lavoro registrato nel 2007 e che mai aveva visto la luce; se oggi possiamo ascoltarlo lo dobbiamo all'opera meritoria dell'etichetta Heavy Psych Sounds, nome che poco spazio lascia all'immaginazione. Dietro il moniker di Cosmic Wheels si celano in realtà i fratelli Marrone, Paul, batterista dei Radio Moscow, valida band di rock blues ai confini del mainstream, che qui oltre a darci dentro con la batteria fa quasi tutto da solo, tranne per il basso e l'armonica dove si cimenta suo fratello Vincent. Si tratta in realtà di poco più di un demo, tanto che i pezzi non hanno nemmeno un titolo, tranne per gli ultimi due, che sono anche gli unici episodi cantati del lavoro. Ma al di là dell'ovvia incompletezza con cui suona il tutto, si tratta di pezzi davvero gustosi per l'appassionato che può divertirsi a cercare di volta in volta le varie influenze. Così, giusto a titolo d'esempio, andiamo dai Cream di Steppin' Out, apertamente citati nell'Untitled #4, ai Blue Cheer che aleggiano un po' ovunque, ai Deep Purple dell'Untitled #7, alla traccia 8 che parte citando Good Looking Woman, dei mai troppo ricordati Black Cat Bones, e poi clona il riff di The Warning, resa celebre dai Black Sabbath, ma da ascrivere ai misconosciuti ma validissimi Aynsley Dunbar Retaliation. Abbiamo poi un episodio di blues più ortodosso, quasi acustico, nella nona traccia, e i due pezzi cantati; 12 O'Clock Groove Street, sorta di blues cosmico, trattato con effetti vari e con tanto di coretti che fanno tanto west coast con tutti gli stereotipi del genere, fiori tra i capelli, jeans a zampa e fricchettoni strafatti che si rollano un joint tra un solo lisergico e l'altro, e No Ones Know Where They've Been, sorta di stravolto blues hendrixiano che chiude questo lavoro consigliatissimo, ma solo agli appassionati del genere. Per gli altri, astenersi se volete evitare episodi acuti di orchite.

giovedì 18 giugno 2015

Avvistamenti: Wired Mind - Mindstate Dreamscape (2015)

Quando il rock, o almeno quello che intendo io per rock, dopo i fulgidi decenni '60 e '70, ha iniziato a prendere derive che hanno portato non si sa bene dove, se è vero che oggi si cataloga come rock un po' tutto, da Vasco Rossi agli Arcade Fire, da Florence + The Machine ai Modà, da Manu Chao ai Sepultura, be', più o meno in quel momento, un sentiero via via più corposo a preso a essere tracciato, e si tratta di un sentiero che punta diritto verso le cupe e fredde lande del Nord Europa. Un sentiero disseminato di alberi che producono frutti psichedelici e lisergici, all'insegna della creatività ma anche estremamente ligio a una tradizione fatta di pezzi dilatati e svisate di chitarre acide e sature di riverberi, di atmosfere che inneggiano a viaggi mentali più o meno ortodossi, di registrazioni che pagano poco o nulla alle moderne tecnologie che tendono a appiattire i caldi suoni analogici, laccando dove ci sarebbe da lasciare le cose quanto più rudi e grezze possibile. E così, mentre Regno Unito, USA e Australia fanno da timonieri della nuova psichedelia con gruppi quali Tame Impala, Temples e compagnia bella, proponendo in buona sostanza nulla più che un pop dilatato e filtrato con qualche effetto buono per chi si è perso i cinquant'anni precedenti, ecco fiorire band che fanno rivivere i fasti del vero heavy rock psichedelico, in Svezia Sgt. Sunshine, Graveyard e Witchcraft, in Belgio i DeWolff, in Olanda gli Orange Sunshine e in Germania una pletora di gruppi capeggiati dai favolosi Samsara Blues Experiment. E da questi ragazzi di cui vi parlo oggi, tali Wired Mind.
Se il cappello è stato così prolisso, bastano poche parole per parlare del loro Mindstate Dreamscape, lavoro composto da appena quattro pezzi, di cui un paio superano i dieci minuti, dilatati e psichedelici nel senso più genuino che in ambito rock si possa dare a questi termini. Atmosfere che vanno da echi stoner appenna accennati(i Kyuss), a chitarre liquide e lisergiche che rimandano a Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service, accenni floydiani e passaggi West Coast, il tutto condito in salsa Doors con riff degni dei Black Sabbath nella conclusiva, sontuosa Woman, che parte piano fino a risolversi in una cavalcata di selvaggio chitarrismo fuzz, con tanto di wah wah abusato come se non ci fosse un domani. Per chi sa di cosa parlo, una vera boccata d'ossigeno.

sabato 6 giugno 2015

Joe

Joe Satriani, acrilico su tavola, 2015. Sold.




domenica 31 maggio 2015

Avvistamenti: Calexico - Edge Of The Sun (2015)

 Ogni nuova uscita dei Calexico è un po' come passare una serata con gli amici di sempre, in quel locale che da ragazzi era abitudine frequentare tutti i giorni, e dove ora si va magari per una rimpatriata una tantum. Si sa già che qualcuno verrà preso in giro per storie di vent'anni fa, che si riderà per battute becere su difetti fisici, si parlerà male di chi non c'è e si finirà alticci a rimpiangere i bei tempi che furono e che all'epoca così belli non sembravano nemmeno. E nonostante siano passati gli anni tutto ci sembrerà uguale, giacché le idee che si hanno gli uni degli altri sono talmente radicate che il cervello inserirà il pilota automatico, bypassando rughe e spigolosità che magari non c'erano; non ci accorgeremo nemmeno che il locale ha cambiato gestione e tappezzeria. E, fatta salva qualche passeggera nostalgia post sbronza, non ci si penserà più fino alla prossima rimpatriata. Bene, questo pseudo trattato di sociologia da "Donna Moderna" per dire che coi Calexico si rischia di andare talmente sul sicuro da non accorgersi di quanta ricerca a livello di scrittura e arrangiamenti si celi dietro ogni loro uscita, ben nascosta dietro un family feeling che rischia di far sembrare la band sempre uguale a sé stessa. In realtà, anche in questo Edge Of The Sun, i Calexico si muovono sicuri nel solco di una tradizione che, giunti ormai a quasi vent'anni di carriera, essi stessi hanno tracciato pazientemente, brandendo chitarrone mariachi e voci sussurrate come metaforici aratri, ma non mancano di inserire interessanti novità nelle loro complesse tessiture sonore. Ed ecco fare capolino qua e là un delicato tappeto elektro(Tapping On The Line), qualche tocco di batteria elettronica e misurati effetti sonori. Le influenze sono, al solito, le più disparate, al di là del loro marchio di fabbrica, ovvero un tex-mex di qualità(la strumentale Coyoacàn o la classica Beneath The City Of Dreams), che si spinge ancora più a sud con la bella Cumbia De Donde, numero che farà impazzire i calexichiani duri e puri, mentre pezzi quali When The Angels Played o Miles From The Sea, o ancora il delicato valzer di Woodshed Waltz, sembrano prelevati da episodi minori del songbook di Dylan & The Band. Tapping On The Line sembra omaggiare anche il sound del sempre sottovalutato Bruce Cockburn, mentre la novità più eclatante può essere rintracciata nella collaborazione di World Undone coi Takim, gruppo di musica greca che suona anche nella delirante Roll Tango, bonus track piuttosto ghiotta dove convivono mondi apparentemente inconciliabili, da Tom Waits al tango, dal sirtaki alla maestosa voce di Eric Burdon fino al Tanco Del Murazzo di Vinicio Capossela, musicista ben conosciuto dai Calexico, tanto che il pezzo rimanda più o meno direttamente alla loro collaborazione di "Polpo D'Amor".
Da segnalare le bonus track dell'edizione deluxe, che costituiscono quasi un lavoro a sé, incentrato sul versante mex della loro musica. E un consiglio: al prossimo ascolto dell'album, così come alla prossima rimpatriata, cercate di fare tabula rasa di ciò che già conoscete e date per scontato, se riuscirete a guardare con occhi nuovi vecchie realtà, scoprirete qualcosa d'interessante.
 

venerdì 29 maggio 2015

29.05.1997 Jeff Buckley

Siamo angeli con un'ala sola, possiamo volare solo se restiamo abbracciati” (Jeff Buckley).