martedì 19 gennaio 2016

lunedì 4 gennaio 2016

Visioni di fine anno

Mentre tutta l'Italia è presa dal dibattito, piuttosto surreale, in verità, su Checco Zalone, forse per reazione spontanea, mi è venuta la voglia di scrivere un po' di cinema, cosa che faccio, ahimé, sempre più di rado. Ma due parole sul nostro ennesimo fenomeno da botteghino, nonché ennesimo ossimoro tutto italico, un vero "ribelle conservatore", come lo fu a suo tempo e ancora oggi il molleggiato nazionale, quell'Adriano Celentano che leggo, non senza una punta d'orrore, essere uno dei più grandi fans di Checco, vanno spese. Non ce l'ho con Zalone, per carità, e se anche fosse a chi mai potrebbe interessare? Lui è bravissimo nel fare il suo lavoro. L'equivoco è proprio questo, il suo lavoro, che non è fare cinema(peraltro non è nemmeno regista dei film che vengono definiti "suoi"), né fare l'attore, o il comico, o lo sceneggiatore. Il suo lavoro è fare soldi, e fare soldi è l'unico valore che ci viene inculcato dalla nascita. Quindi, guai a parlare male di un cinema fatto di luoghi comuni, di un essere fintamente politicamente scorretto(cazzo, è prodotto da Mediaset il che, al di là di dissertazioni filosofiche sempre fuori luogo davanti a prodotti di valore artistico irrilevante, garantisce al film distese a perdita d'occhio di stampa prezzolata che ne parlerà bene a prescindere, oltre a un battage pubblicitario da propaganda sovietica), di contenuti tecnici e artistici pressocché inesistenti. Complice l'influenza, ieri rivedevo in televisione un gioiello del nostro cinema, "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola; incredibile pensare che all'epoca un film del genere fosse considerato come commedia all'italiana, con gli attori del momento e dai sicuri incassi al botteghino; praticamente lo stesso target che oggi è attribuito a Zalone, ma anche a Pieraccioni o Aldo, Giovanni e Giacomo. Ora, senza attaccare noiosi pipponi sul bel cinema che fu, il film di Scola era un prodotto sì destinato al grande pubblico, ma a cui nulla mancava per fregiarsi a pieno titolo di opera d'arte; affrontava temi importanti, dalla resistenza all'imborghesimento del dopo boom, dall'amicizia, l'amore e altri sentimenti universali all'opportunismo più bieco, poteva contare su un cast di attori in stato di grazia, metteva a nudo le idee e, soprattutto, i fallimenti del regista, degli sceneggiatori e di un'intera generazione che aveva creduto nella rivoluzione e si ritrovava a coltivare il proprio orticello. Il tutto condito da scelte registiche ricercate e non banali, flashback, passaggi dal bianco e nero al colore e via dicendo. La colpa di un tale imbarbarimento quindi a chi spetta? Alle case di produzione che si interessano meramente a fare cassa anche se si tratta di propinare al pubblico immondizia, o allo stesso pubblico, ridotto allo stato larvale da decenni di televisione commerciale, da quiz beceri basati su risposte multiple che garantiscono un'oscena par condicio tra chi è preparato e chi brandisce la più bieca ignoranza, da reality che propugnano l'idea della popolarità per tutti, ben al di là del quarto d'ora di wharoliana memoria, da fiction che ci hanno abituato(Boris docet)a recitazioni alla cazzo di cane e a luci e fotografia che devono essere peggiori di quelle delle televendite, in modo da non far disaffezionare il pubblico da queste ultime? O forse la responsabilità è nella decadenza culturale e di valori dell'intera società, ostaggio da anni del modello americano, per cui è buono e bello solo ciò che fa fare soldi? Questo non lo so, so solo che questa riflessione mi ha preso la mano, dato che dovevano essere solo un paio di righe d'introduzione a delle mini recensioni dei film che ho visto ultimamente al cinema; perché, nonostante il mondo vada così, di bei film se ne fanno ancora. Molti meno, ma se ne fanno.

Non Essere Cattivo - Di Claudio Caligari
Film estremamente atipico, di un regista estremamente atipico per il cinema italiano di oggidì. Caligari, proprio in virtù del funzionamento del sistema cinema in Italia, è regista capacissimo e singolare, con una cifra tutta sua, ma che, in vari decenni di attività è riuscito a portare a termine solo tre film, di cui quest'ultimo rimane anche come sorta di testamento artistico, data la sua scomparsa poco dopo la fine delle riprese. Si tratta di un'opera che, pur nella meschinità squallida delle ambientazioni, tratta temi importanti quanto risaputi, l'amicizia, la rivalsa dopo la caduta agli inferi e l'impossibilità oggettiva per alcuni di togliersi di dosso le stimmate del perdente e del dannato. Il tutto con un estro registico fuori dal comune, registri ora comico-grotteschi, ora pesantemente drammatici, con qualche caduta in banalità da melò e atmosfere tra Pasolini e Pazienza. Con qualche ammiccamento a una sorta di Trainspotting de noaltri. Ben recitato, con belle ricostruzioni degli anni novanta, al botteghino è passato inosservato, mentre la critica l'ha incensato in modo forse esagerato. Comunque un film da vedere, ben lontano dalla media del cinema italiano.

The Lobster - Di Yorgos Lanthimos
Kynodontas è stato uno dei film che ho più amato degli ultimi anni, una vera rivelazione. Lanthimos torna a proporci la sua personale visione distopica della società con The Lobster, armato di budget e cast internazionali. La trovata di partenza, questa volta, almeno a mio parere, è più debole di Kynodontas; lì avevamo una famiglia che cresceva i propri tre figli nell'isolamento più totale, mentendo in continuazione per creare una sorta di campana di vetro e paventando pericoli a destra e a manca se si fossero avventurati nel mondo reale, dando vita a una metafora del totalitarismo, ma in cui non era difficile rivedere anche molte delle paure occidentali, specie degli Stati Uniti, un po' come accadeva in maniera più roboante in The Village. Qui abbiamo una società in cui è vietato essere single, pena la trasformazione in animali, in cui l'unica via di fuga al conformismo è la fuga nei boschi per unirsi ai ribelli, che vivono rigidamente "scoppiati" in un regime ancor più claustrofobico di quello da cui si tenta di fuggire. Le qualità tecniche di Lanthimos sono inalterate, regia impeccabile, molto personale e di raro talento e potenza visiva, mentre la critica sociale ha questa volta più piani di lettura; quello, fin troppo ovvio, sulla vita di coppia, retta solo da convenienze e ipocrisie, da un sesso freddo e meccanico e da caratteristiche in comune sempre finte, una finzione che i componenti delle coppie fingono di ignorare fino al paradosso. Scavando di più ci troviamo di fronte a una nuova riflessione sui totalitarismi e sul fanatismo, a una visione del mondo pessimistica che ricorda il grande Bunuel non solo per la cifra surreale dell'opera, quanto per il fatto di non salvare nessuno nell'intero consesso umano. E così i ribelli sono ancora peggio dell'oscura dittatura a cui si oppongono, gli uomini sono tutti pronti al tradimento dei propri e degli altrui valori per garantirsi la salvezza, al contrario di quello che succedeva in Fahrenheit 451, opera a cui Lanthimos deve molto. Il film è da vedere per aprire dibattiti poi difficili da chiudere, semmai il problema è un altro: come dare torto a questa visione di pessimismo estremo del regista greco?

Irrational Man - Di Woody Allen

Puntuale come pandoro e panettone, a ogni Natale arriva la nuova opera di Woody Allen, gettando nell'ansia chi ha molto amato e chi ama ancora il regista di New York. La domanda è: ci troveremo di fronte alla scialba ombra del cineasta che fu come nelle scipite cartoline delle capitali europee di To Rome With Love, Vicky Cristina Barcelona o l'appena più godibile Scoop? O a prove più tradizionali ma comunque a forte rischio di derive stucchevoli come Magic In The Moonlight o il comunque godibile Midnight In Paris? O ancora il buon Woody riuscirà a tirar fuori dal cilindro qualcosa di più intrigante, magari serioso, come in Matchpoint o nel suo capolavoro senile Blue Jasmine? Ve lo dico subito, Irrational Man fa parte decisamente dell'ultima categoria, anche se non tocca le vette dei due titoli citati. Joaquim Phoenix è un professore di filosofia ancora giovane seppur imbolsito, tanto fascinoso quanto stufo della vita a cui non riesce a dare un senso. Le donne che gli girano intorno, un po' stereotipate a dire il vero(la studentessa acqua e sapone ma troieggiante quanto basta e la prof/casalinga disperanta, moglie annoiata troieggiante anziché no a sua volta), non riescono a resistere al fascino ombroso del nostro, che tuttavia non se ne cura, tra attacchi di depressione, impotenza psicosomatica e derive suicide, fino a quando non ritrova la voglia di vivere nel bislacco progetto di un omicidio a fin di bene. Nel corso degli anni Woody Allen è diventato un signor regista anche tecnicamente, incidentalmente, a sua detta, e sotto questo aspetto Irrational Man è un film senza pecche; movimenti di macchina lenti e avvolgenti, citazioni da Hitchcock(la scena in cui Emma Stone immagina il delitto tale e quale a come è stato commesso da Phoenix deve molto a Il Delitto Perfetto)e atmosfere debitrici a Delitto e Castigo, più volte espressamente citato, bravi attori usati con parsimonia, tutto è perfetto. Perfetto ma anche già visto, e inoltre l'impressione è che Woody, forse non a torto, si fidi meno del pubblico, tutto è troppo spiegato, limpido, senza zone d'ombra. Ma siamo comunque di fronte a uno dei tre o quattro migliori Allen degli ultimi dieci anni.













martedì 29 dicembre 2015

R.I.P. Lemmy Kilmister

Accendere il PC per il rito mattutino della connessione al Dio internet, che tutto sa e che tutto gestisce, l'ultimo rito religioso rimasto, e scoprire che un altro pezzo di quel mondo che non esiste più, ma a cui ostinatamente ci voltiamo a guardare, se n'è andato. Sì, perché Lemmy ha attraversato quasi cinquant'anni di storia del rock, vivendo tante vite diverse, eppure rimanendo sempre uguale a sé stesso; una figura rassicurante, tutto sommato, dietro ai suoi eccessi, alle sue svastiche e a tutto l'immaginario del "rock 'til i drop". Dagli esordi come "roadie" di Jimi Hendrix, alla psichedelia dei Sam Gopal, dallo space rock degli Hawkwind fino alla band che gli avrebbe conferito lo status di icona, i Motorhead, Lemmy ha incarnato tutti gli aspetti del rocker duro e puro. Personalmente l'ho molto ammirato specialmente negli ultimi anni, per il modo di pestare ancora duro sul pedale dell'acceleratore coi suoi fidati Motorhead, sfornando dischi che nulla avevano da invidiare a quelli dei tempi d'oro, al contrario di tante vecchie rockstar, imbolsite e appesantite da anni di lussi e eccessi, lì a barcamenarsi tra liti coi vecchi compagni e scialbe reunion dettate solo dalla volontà di fare un po' di cassa. Se n'è andato così, da un giorno all'altro, Lemmy; del resto, difficilmente l'avrei immaginato in giacca e cravatta a collezionare auto d'epoca come un Nick Mason, o a organizzare festival volti a combattere l'alcol ai Caraibi, come un Eric Clapton. Meglio così, forse.

venerdì 16 ottobre 2015

Avvistamenti: Le Choix - Finché Vita Non Ci Separi (2013)

Quest'oggi vi propongo un avvistamento piuttosto singolare per i canoni di questo blog; innanzitutto si tratta di una band italiana, merce rara da queste parti, per di più proveniente dalla mia stessa regione, da Vasto per la precisione, e, in secondo luogo, perché ho avuto modo di conoscerli, e ascoltarli, direttamente. Il live a cui ho assistito si è svolto durante la manifestazione "Street Food", tenutasi a Pescara ai primi di Ottobre, e a cui il vostro umile narratore ha partecipato in veste di fotografo per conto della Lizard, validissima accademia musicale che ha curato tutta la parte musicale della manifestazione. La proposta musicale è stata varia e tutta di alto livello, ma la band che vi propongo, Le Choix, ha brillato di luce propria essendo l'unica che si è esibita, coraggiosamente, proponendo un proprio repertorio originale, tratto per lo più dal loro primo lavoro in studio, datato 2013, a cui i vastesi stanno per dare un seguito a breve.
Le Choix propongono un solido rock che si nutre delle più disparate ispirazioni, dall'indie rock internazionale a quello nostrano, mi vengono in mente una sorta di Negramaro potenziati, ma nel loro DNA non manca una vaga eco dei Litfiba, specie nel cantato di Fabio Neri, frontman dalla gran presenza scenica nonostante qualche puntata un po' sopra le righe, e accenni in territori hard rock o addirittura metal in qualche passaggio delle chitarre.
Il disco parte subito forte con Innesco Di Fato, pezzo che ci propone i vastesi già nella loro veste più pesante, per proseguire con Pioggia di Luglio, bella ballad di classic rock, fortemente imparentata con la celebre Mr. Jones dei Counting Crows, e con Orchidea, singlo dell'album, scelto non a caso, essendo sicuramente il pezzo più pop e accattivante per un pubblico radiofonico. Io Resto Qui è una ballata con belle parti di chitarra, mentre in Senza Scampo e Il Silenzio Della Neve i Le Choix mostrano il loro aspetto più rock 'n' roll, forse il più convincente dell'intero lavoro. C'è ancora spazio per una raffinata ballad, Segreto, dal bell'arpeggio di chitarra elettrica e convincente anche nelle liriche, mentre note dolenti sono l'accorato j'accuse di Politikani, a forte rischio di dervive populiste nel testo e la chiusa di Per Te Che Verrai, pezzo recitato che chiude in modo forse un po' pretenzioso questa altrimenti riuscitissima opera prima.
Quindi, al di là di qualche aggiustamento di tiro che sicuramente avverrà nei futuri lavori, un album davvero valido che attende a breve il seguito, come mi ha confidato il bravo chitarrista Fabrizio Marchesani, con la certezza che sentiremo ancora parlare dei Le Choix.



sabato 10 ottobre 2015

Avvistamenti: Graveyard - Innocence & Decadence (2015)


Chi ha avuto la pazienza quasi autolesionista di seguire questo blog negli ultimi anni, sa che da queste parti gli svedesi Graveyard sono una delle band preferite; li ritroviamo al quarto lavoro dopo il promettente esordio intitolato semplicemente Graveyard del 2007, Hisingen Blues del 2011, che rimane, a mio parere, il loro capolavoro, e Lights Out del 2012, lavoro a tratti involuto che divideva in egual parti luci e ombre. Ora è il turno di questo Innocence & Decadence, album che nelle intenzioni degli scandinavi dovrebbe aprire all'esplorazione di nuovi territori musicali, e che si segnala per il ritorno di Truls Morck, ex chitarrista che stavolta si occupa delle parti di basso e, in un paio di brani, canta. Va detto subito che, a dispetto delle intenzioni della band, l'album suona abbastanza simile ai lavori precedenti, e questo può essere un bene vista la qualità dei primi tre lavori, tuttavia qua e là una certa prevedibilità e piattezza rischia di affiorare. L'album si apre, abbastanza tipicamente, con un bel pezzo hard, di quelli velocissimi e urlati allo spasimo tra un riffone e l'altro, che giustamente hanno reso famosi i Graveyard, Magnetic Shunk, con atmosfere che vengono replicate anche in Never Theirs To Sell e nella tirata Hard Headed; sembra però mancare a questi pezzi il fascino e l'effetto sorpresa di pezzi come Hisingen Blues o Ain't Fit To Live Here. Si prosegue con The Apple & The Tree, un cui verso dà il titolo all'album, pezzo sbilanciato piacevolmente sul versante blues, dove, ma è una mia impressione, ho ravvisato nella strofa una piccola somiglianza con All Along The Watchtower di Bob Dylan. Andiamo avanti con Exit 97, che assieme a Too Much Is Not Enough e Far Too Close, si prende in carico l'impegnativo compito di evocare il lato più slow e intenso del songbook degli svedesi, ovvero quello in cui riescono meglio dai tempi delle leggendarie No Good, Mr. Holden e Uncomfortably Numb; diciamo che qui la band riesce a metà, Exit 97 infatti è un pezzo che non decolla come dovrebbe, mentre Too Much Is Not Enough, pur proponendo un cantato intenso e belle parti di chitarra, stecca un po' nei coretti soul, sì innovativi nel suono del gruppo, ma a rischio di risultare un po' ruffiani e fuori contesto, se non stucchevoli, mentre Far Too Close è forse l'episodio più riuscito e intenso dell'intero disco, uno slow di gran classe. Altri episodi da segnalare i pezzi cantati dal redivivo Morck, Can't Walk Out e From A Hole In The Wall, dove la voce non proprio potente e un po' asmatica del bassista lascia dapprima un po' interdetti, ma alla distanza di qualche ascolto, rischia di essere una piacevole sorpresa, soprattutto nel secondo pezzo, un hard blues che precipita l'ascoltatore nei favolosi anni a cavallo tra '60 e '70, sulla scia di supergruppi quali Cream e Experience. Segnalo infine la chiusura di Stay For A Song, ballad per sola voce e chitarra elettrica(o quasi), anche questa riuscita a metà. Ed è un po' la cifra di tutto l'album, quella della riuscita a metà, per un lavoro che si fa ascoltare piacevolmente, ma che non aggiunge nulla di nuovo alla storia dei Graveyard.