giovedì 11 agosto 2016

Live Review: Concerto Grosso - New Trolls live @ Blubar


 Estate tempo di live, concerti sotto le stelle e grandi reportage; se volete rimanere aggiornati su tutti i migliori appuntamenti di stagione, sulle splendide cornici e tutto quanto, posso consigliarvi una serie di ottimi blog. Qui siete nel posto sbagliato, qui si posta un po' alla come viene, tipo oggi.
L'altra sera, nonostante una gravosa giornata avrebbe suggerito di fare tutt'altro, mi sono lasciato attirare dalle sirene del Blubar Festival, occasione più unica che rara di ascoltare musica prog degli anni '70 dal vivo, spesso, ahimè, con le vestigia di quelli che furono grandi gruppi e che diedero l'unico lustro rock che il nostro paese del bel canto abbia mai avuto; in particolare, si esibiva quel che rimane dei New Trolls, una delle prime glorie del prog nostrano e primi in Italia, e tra i primi nel mondo, dai, a incidere un disco rock avvalendosi di un'orchestra. E proprio il loro disco più famoso, Concerto Grosso, avrebbe dovuto farla da padrone nel live del Blubar, come programmaticamente annunciava anche il titolo della serata stessa.
Ecco così il vostro umile narratore recarsi pieno di belle speranze, memore, come ogni buon appassionato di prog, dei sontuosi arrangiamenti studiati da Luis Bacalov insieme alla band nel 1971, originariamente partoriti come colonna sonora del cult La Vittima Designata, giallo all'italiana tipico del periodo, con un sornione Tomas Milian e un'indimenticabile Pierre Clementi.
L'inizio, va detto, non è di quelli più memorabili; riesco a parcheggiare lontanissimo, per di più in un posto a forte rischio multa. Mi approssimo al palco con foschi presentimenti; il pubblico, com'è anche giusto, naviga sulla settantina, e sembra più capitato lì incidentalmente, tra una passeggiata post cena e un gelato d'ordinanza, che per apprezzare uno dei capisaldi del rock italico. Il tempo passa e sul palco solo le solite prove strumenti e microfoni. La spiegazione è semplice quanto agghiacciante: si aspetta un camion che sta portando le sedie, mentre quello che avrebbe dovuto farlo nel pomeriggio si è capottato sull'autostrada. Quando si dice il buongiorno...
Finalmente, dopo oltre un'ora di ritardo, scuse dell'organizzazione, arrampicate sugli specchi varie e, da dire, un pubblico che nel frattempo è diventato quello delle grandi occasioni, forse anche attirato dalla gru che scarica le sedie, si parte. L'orchestra del Maestro Quadrini assicura la giusta potenza di fuoco, mentre, anche dalla disposizione sul palco, si capisce subito che più che al live di una band, stiamo per assistere allo show di Vittorio De Scalzi, a cui un facinoroso alle mie spalle inneggia in modo fastidiosissimo, proponendolo come presidente della Repubblica.
Si inizia subito con Concerto Grosso nei suoi primi tre movimenti e, va detto, la suggestione dell'orchestra e le melodie di Bacalov lasciano il segno. Con mio grosso (s)concerto non viene eseguito il quarto movimento, Shadows, in onore di Jimi Hendrix, e non si accenna neppure alla parte più rock e improvvisata, passando subito all'esecuzione di Concerto Grosso N.2, maldestro tentativo di replicare i fasti del primo capitolo. Segue una pausa in cui viene presentato Aldo Tagliapietra, membro de Le Orme, e guest star della serata. Tagliapietra, che sembra il gemello di De Scalzi anche nel look, esegue l'inevitabile Gioco Di Bimba e un altro paio di pezzi, astenendosi dal regalare le perle più rock della sua band, che comunque ricordiamo come una delle più soft del periodo.
Ma è solo l'inizio della fine, da qui in poi parte il De Scalzi One Man Show, col repertorio più debole dei New Trolls, ovvero quello più pop e melenso, da Quella Carezza Della Sera a Aldebaran, peraltro pezzi acclamatissimi da un pubblico abbastanza di bocca buona, passando per i pezzi scritti dal buon Vittorio per altri cantanti quali Oxa, Drupi e compagnia. Uno spettacolo non proprio all'altezza, insomma, con De Scalzi che si parla decisamente un po' addosso, autoincensandosi in modo quasi surreale. C'e giusto il tempo per un bis che fortunatamente riprende l'Adagio di Concerto Grosso, e per interrogarsi sull'occasione parzialmente sprecata di recuperare una pagina fondamentale del nostro scarso patrimonio rock.
E per un lieto fine, una volta tanto: niente multa sul parabrezza.
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martedì 26 luglio 2016

Recensione: Eli "Paperboy" Reed - My Way Home

Oggi parliamo di un genere poco frequentato su queste pagine, ma che in questi ultimi anni è forse quello che ha dato maggiori soddisfazioni, se parliamo di un compromesso tra qualità e pretese mainstream, ovvero il rhythm and blues venato di soul. E quando parliamo di rhythm and blues attenzione, non parliamo del moderno r'n'b che raccoglie un po' di tutto, dall'hip hop agli sculettamenti di sedicenti divette settimanali, ma di quella nicchia che si rifà a nomi irraggiungibili quali James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin e i pezzi grossi della Stax e che, negli ultimi anni, ha visto la sua punta di diamante impazzito nell'indimenticata Amy Winehouse. Un genere ben esemplificato dal repertorio dei leggendari Blues Brothers; e allora andiamo a fare la conoscenza con Eli "Paperboy" Reed, ultimo musicista in missione per conto di Dio.
Il buon Eli esce in questo periodo col suo nuovo lavoro, intitolato programmaticamente My Way Home, sorta di ritorno a casa dopo un certo sbandamento commerciale dovuto al passaggio prima alla Capitol e poi alla Warner Bros, major che prima l'hanno snaturato tentando di aprirgli le vie dorate ma perigliose del mainstream, per poi abbandonarlo dopo risultati non proprio brillantissimi. E il buon Eli ha ripreso la via dell'indipendenza e di casa, riallacciando i fili pendenti dai tempi di Roll With You del 2008, seguito del fulminante esordio del 2005 Walkin' And Talkin', album di cover di cui vi consiglio caldamente il recupero. 
Ma parliamo di My Way Home, lavoro che rende omaggio ai grandi maestri, Eli urla, si dimena e agita novello James Brown, sempre ai limiti del parossismo e della puntata sopra le righe, travisandone però la tradizione fatta di arrangiamenti costruiti attorno a robuste sezioni di fiati. Già, perchè My Way Home ha la sua originalità proprio nell'assetto strumentale proposto da Reed, privo della sezione fiati e puntellato su una sezione ritmica che traina un organo tra gospel e garage soul, la chitarra misurata e piena di feeling più che di tecnica del leader, oltre alla sua voce fin troppo urlata e graffiante, ben sorretta da cori, questi sì, assai tradizionali.
Si parte subito con l'acceleratore pestato a fondo con Hold Out, pezzo urlato che mette subito in chiaro lo stato di forma di Eli, per proseguire col gospel assai ispirato di Your Sins Will Find You Out. E il gospel tornerà più volte nel corso dell'album, così come ricorrenti sono le tematiche religiose, inusuali ma nemmeno tanto per un giovanotto del profondo sud come Reed. Ma c'è spazio anche per ballate potenti, come Movin', e ibridi tra il blues paludoso del delta e il gospel più sentito, vedi Eyes On You; ma in generale tutto il lavoro si mantiene su livelli molto più che dignitosi e, per chi scrive, il ritorno a casa di Eli Reed va salutato con il più sonoro degli applausi. 

Voto: 7

giovedì 14 luglio 2016

Recensione: Sulfur City - Talking Loud (2016)


Eccoci ancora a parlare di un disco che farà la gioia degli appassionati di quel rock blues un po' grezzo, con svisate decisamente hard, che ha avuto il suo periodo di massimo fulgore negli anni '70, ma che ultimamente sembra aver ripreso nuovo vigore. Il disco di cui parliamo oggi è Talking Loud dei canadesi Sulfur City e, come per alcune recensioni recenti, siamo di fronte a un combo rock blues dei più classici che ha la sua punta di diamante nella graffiante voce femminile della vocalist Lori Paradis. Alla ragazza, va detto, non manca nulla per impersonare lo stereotipo della cantante rock, bella e dannata al punto giusto e con in più quel pizzico di curiosità per un passato che l'ha vista, prima di calcare i palcoscenici, nei panni piuttosto insoliti di camionista, imbianchina e barista.
Rispetto a band qui trattate di recente e che condividono stile e voce femminile, i Purson e i nostrani Psychedelic Witchcraft, i Sulfur City forse hanno le idee meno chiare sulla strada da battere e la loro musica non sempre risulta centrata al 100 % (Pocket) e pagano a tratti anche l'inesperienza della Paradis, in qualche passaggio ai limiti dell'imperizia, nonostante gli illustri paragoni, da Grace Slick a Janis Joplin, a cui la sua voce si presta, e di cui è sicuramente degna quando riesce a non travalicare le righe con la sua giovanile irruenza.
Il meglio i Sulfur City lo danno invece quando si confrontano col terreno a loro congeniale del blues, le classiche Tie My Hands On The Floor e You Don't Know Me, per non parlare del bellissimo slow One Day In June, dove tuttavia la bella Lori è ancora leggermente dissonante. Ottimi anche gli episodi più attuali, che sembrano strizzare l'occhio a band ormai mainstream come i Black Keys, vedi Ride With Me. Un plauso infine alla chitarra di Jesse Legage che, pur non brillando certo per la tecnica cristallina, regala assoli grezzi e emozionanti al punto giusto, senza oltrepassare mai la giusta misura.
I Sulfur City devono ancora crescere, ma le potenzialità, specie della cantante e bandleader, sono teoricamente altissime, staremo a vedere.

Voto: 6.5

lunedì 4 luglio 2016

Recensione: Psychic Ills - Inner Journey Out (2016)


Gli Psychic Ills li ho scoperti recentemente, quando, in un'inedita veste tra fotografo e recensore, sono stato spedito senza tanti complimenti all'Indierocket Festival per conto di una testata della mia regione; ammetto che prima ne ignoravo bellamente l'esistenza, nonostante i ragazzi di New York non siano esattamente dei pivellini, essendo ormai al quinto album.
Comunque, mia ignoranza a parte, gli Psychic Ills, dal vivo, mi hanno molto ben impressionato, complice anche la pochezza delle altre band in cartellone, abbinando a una convincente presenza scenica un rock psichedelico dai toni soffusi, fin troppo a volte, ipnotico e letargico. La particolarità però di questa band sta tutta nelle strutture dei loro brani, se è vero che al di là di arrangiamenti cosmico-psichedelici, tra tappeti di tastiere, chitarre sbilenche e cantilenanti, e la vocalità a dir poco indolente di Tres Warren, ben coadiuvata dalla bassista Elizabeth Hart (peccato che continuasse a far su e giù col suo basso che manco Wilko Johnson, impedendomi una foto decente), l'ossatura dei brani è puro e semplice country, con qualche svisata blues. L'impressione, infatti, è che i brani, se spogliati da arrangiamenti a volte anche un po' presuntuosi nella loro indolenza, potrebbero ricordare addirittura Bob Dylan, oltre che le ispirazioni ben chiare di Spaceman 3, Opal e Mazzy Star.
E proprio i Mazzy Star sono evocati in modo eloquente in I Don't Mind, forse il passaggio più efficace del disco, tanto che il pezzo ospita la bella voce di Hope Sandoval, per l'appunto storica vocalista della band americana. Altri pezzi da ricordare sono All Alone, ballata quasi radiofonica, il blues addormentato e estenuante di Coca Cola Blues, l'efficace chitarra della lentissima No Worry e la stupenda Confusion. Accenni raga e cosmici danno fascino al tutto, anche se episodi come Hazel Green e Ra Wah Wah la tirano veramente troppo in lungo, sfidando la pazienza dell'ascoltatore non dedito a sostanze psicotrope. E, mi permetto di aggiungere, proprio l'eccessiva lunghezza è un altro difetto di questo lavoro, davvero troppo prolisso per guadagnarsi il plauso che meriterebbe. 
In definitiva, Inner Journey Out è un lavoro che alterna momenti di grande ispirazione ad altri di una noia quasi mortale, e il 6.5 che mi strappano deve un mezzo voto al coraggio di seguire la propria strada nonostante il plauso non proprio unanime della critica.

Voto: 6.5

mercoledì 29 giugno 2016

Recensione: Purson - Desire’s Magic Theatre (2016)


Nel ricco carrozzone del rock revivalista, dedito a registrazioni analogiche, travestitismi occulti, citazioni colte che vanno a parare sempre negli stessi paraggi, e calendario che pare essersi bloccato al 1971, i Purson rappresentano qualcosa di diverso.
Già, perché la band inglese, guidata da quella creatura onirica che risponde al nome di Rosalie Cunningham, bellissima nel suo look da fata psichedelica e, soprattutto, detentrice di una vocalità ispirata, partono sì dall'hard rock psichedelico dei primi seventies, ma questi semi vengono gettati in ogni direzione, aprendo a risultati che vanno dal folk dei Jehtro Tull, alle melodie dei Beatles, a break strumentali che devono molto ai Doors, ma anche a reminiscenze da cabaret, teatro vittoriano, Hendrix, Small Faces e Kinks, in un caleidoscopio sonoro che rischia di lasciare storditi; e questo già dall'avvio con la title track, che parte con un riff sabbathiano su cui si innesta prepotente la voce sensuale e smargiassa di Rosalie, per poi cambiare registro, rovesciarsi su sé stessa fino a diventare una ballata folk. Electric Landlady, già dal titolo, è un omaggio a Jimi Hendrix, ricordato soprattutto nel riff, ma con toni molto soft per un risultato che, come anche in altri pezzi, ricorda i Kula Shaker come vorrei suonassero ancora. Anche la successiva Dead Dodo Down è un pezzo killer, molto vicino alla psichedelia del periodo d'oro, dalle parti dei Jefferson Airplane soprattutto grazie alla vocalità della Cunningham, non distante dalla Grace Slick del tempo che fu; a completare il tutto un solo di chitarra davvero gustoso nella sua brevità.
Da qui in poi il disco procede alternando ancora folk, prog e compagnia bella, ma c'è ancora spazio per un paio di gemme, la beatlesiana, anzi, harrisoniana, The Window Cleaner e la stupenda Mr. Howard, il cui protagonista, dietro la ritmica blueseggiante cela lontane parentele col Mr. Jones della Ballad Of A Thin Man di Dylan.
Insomma, l'unico pericolo con i Purson, che non a caso prendono il nome da un demone, è di perdersi, non si sa se per le disparate influenze e suggestioni o per il fascino di Rosalie Cunningham, vera dea psichedelica.

Voto: 7