lunedì 23 maggio 2016

Recensione: Eric Clapton - I Still Do (2016)

Non è mai facile per me avvicinarmi a una nuova uscita di Eric Clapton; come penso molti altri, mi sono avvicinato alla chitarra rapito dai solo blues dei Slowhand, ricordo che mi decisi ad acquistare la mia prima chitarra elettrica dopo aver ascoltato e riascoltato un best of di Clapton intitolato Stages, che mischiava pezzi del periodo Yardbirds, di quello con Mayall, dei Cream, Derek & The Dominos con alcuni da solista. Ed è proprio il Clapton solista quello che non mi ha mai convinto appieno; già, perché non ho mai condiviso la sua scelta di passare dal furente hard blues degli esordi a quello stile rilassato da sole della California, che ibridava J.J.Cale con pop e Caraibi, fino al fondo toccato con certi sciagurati episodi degli anni '80, targati Phil Collins (leggi, August).
Il Clapton degli ultimi anni, poi, nonostante l'affetto per il suo glorioso passato (Clapton is God, scrisse qualcuno sui muri...), e la sua inalterata statura di musicista sopraffino, più volte mi ha portato alla fatidica domanda, ovvero: "È proprio necessario annacquare una discografia a larghi tratti leggendaria, con nuovi sciapiti episodi tutti uguali?"
Quindi, questo nuovo I Still Do, dal titolo tristemente programmatico, dove si colloca? Be' dipende molto dall'approccio di chi ascolta; infatti siamo di fronte a un lavoro molto raffinato, suonato benissimo e cantato ancor meglio, perché, va detto, se c'è una cosa in cui il buon Eric è costantemente migliorato negli anni, è proprio la voce. Il problema sorge se andiamo a mettere in prospettiva l'album con l'intera discografia: I Still Do è l'ennesima copia di quanto già fatto, e l'ascoltatore che non ha nel chitarrista di Ripley il suo idolo, non può che divertirsi adattando il vecchio gioco enigmistico "trova le differenze" al contesto. E così si parte con Alabama Woman Blues, perfetta rilettura di uno standard di Scrapper Blackwell e Leroy Carr, con la slide di Clapton che riluce a dovere; peccato che si stenti a trovare la differenza con le altra decine di pezzi di slide blues incisi degli anni, ma si sa, il blues è questo, prendere o lasciare. E lo stesso vale per la bella Cypress Grove, mutuata dal grande Skip James, e Stones In My Passway, uno dei pochi brani di Robert Johnson non ancora coverizzati dal nostro. Can't Let You Do It è invece il solito omaggio a J.J. Cale, apprezzabile ma non al livello di altri, più riusciti, tributi, vedi Cocaine. Lo stesso dicasi per Somebody's Knocking, altro tributo a Cale. I Dreamed Saw I St. Augustine è invece un omaggio al Dylan meno conosciuto, riuscito a metà. I veri guai iniziano con i brani inediti, tutti all'insegna di quel soul pop sbiadito che contraddistingue Clapton ormai da troppo tempo. Veramente qui c'è poco da salvare, eccetto forse Spiral, penalizzata da un riff troppo blando ma che svetta per energia e per un suono saturo della chitarra, anche se lontano dai bei tempi. 
Tirando le somme, un album che passerà, forse giustamente, inosservato presso chi cerca innovazione anche nel rock, ma che rischia di scontentare, nonostante qualche progresso dall'ultimo Old Socks, anche i fan della prima ora del buon vecchio Slowhand.  

Voto: 5

domenica 22 maggio 2016

Andrea La Rovere - Bar Code Series


Quest'oggi mi faccio un po' di pubblicità; infatti tante volte ho pubblicato in questo blog post dedicati a pittori che amo particolarmente e che sono stati per me fonte di ispirazione, ma raramente ho dato spazio ai miei lavori. Oggi voglio pubblicare le foto di alcune mie opere, tratte dalla Bar Code Series, una serie di tavole che tratta il tema dell'omologazione della società, e che mi ha fruttato varie soddisfazioni, con mostre, esposizioni e concorsi d'arte. La tecnica per quasi tutte le opere è quella dell'olio su tavola, o tela in alcuni casi. Chi volesse approfondire trova qui altro materiale.






venerdì 20 maggio 2016

I Dischi Oscuri: Black Cat Bones - Barbed Wire Sandwich (1969)



Oggi, per la rubrica dei dischi oscuri, mi piace vincere facile; vado infatti a parlarvi di quello che è il mio disco preferito in assoluto del british blues, e di quel particolare periodo, crepuscolare del genere, in cui si andò affermando un particolare heavy blues, che getterà i semi per tutto l'hard rock e per il nascente progressive. Parliamo dell'unica prova in studio dei Black Cat Bones, band formatasi già nel 1966, che si era fatta le ossa accompagnando i vecchi bluesmen neri americani che vivevano una seconda giovinezza in Inghilterra grazie al fenomeno del blues revival, in particolare Champion Jack Dupree. Il primo nucleo dei Black Cat Bones gode di una certa notorietà per aver fatto da palestra ai futuri Free Paul Kossoff, geniale chitarrista scomparso troppo presto, e Andy Fraser. Ma quando la band arriva all'unica prova su vinile, i due se ne sono già andati, e il precario equilibrio ricreatosi con l'arrivo del batterista Phil Lenoir e dello straordinario chitarrista Rod Price, durerà ben poco; infatti, di lì a poco il chitarrista si unirà ai Foghat, e i superstiti cambieranno la ragione sociale in Leaf Hound, dando alle stampe un altro lavoro leggendario, di cui prima o poi parleremo, all'insegna di un tiratissimo hard rock, ma purtroppo anche questo di nessun successo, almeno all'epoca.
Barbed Wire Sandwich è sorretto da una serie di pezzi dalla struttura piuttosto semplice, ma irresistibili; il lavoro alla chitarra di Price è encomiabile, mai una nota di troppo e mai una di meno, il suono che si fa di volta in volta sottile e ficcante, o ruvido e saturo, sorprendendo per misura e gusto, i riff pesanti come macigni e la voce di Brian Short, tra le migliori del genere. Si parte subito col piede affondato sull'acceleratore con Chaffeur, robusto hard blues dal riff implacabile, seguito da Death Valley Blues, uno dei migliori slow che abbia mai ascoltato, per un uno - due che lascia di sasso: come è possibile - ci si chiede - che i Black Cat Bones non vengano ricordati tra i più grandi? Altri pezzi heavy sulla falsariga di Chaffeur sono Save My Love e la conclusiva Good Lookin' Woman, con un'incisiva prestazione di Price anche come vocalist. Si differenziano dal resto del disco la cover dell'abusata, ma non allora, Feelin' Good, la ballata psichedelica Four Women e il blues acustico di Sylvester's Blues.
Se ancora non lo conosceste, ascoltate Barbed Wire Sandwich con attenzione, è quanto di meglio la stagione dell'heavy blues britannico abbia prodotto, e i cui semi ancor oggi germogliano in tante band di giovincelli capelloni e nostalgici di un tempo non vissuto.

giovedì 19 maggio 2016

Recensione: Dunbarrow - Dunbarrow (2016)


Ho avuto appena il tempo di riprendermi dalla parziale delusione del nuovo lavoro dei Witchcraft, che ecco capitarmi tra le mani un lavoro che sembra il clone dei primi lavori della band svedese, anzi, a tratti, questi Dunbarrow sono anche più centrati. Si tratta appunto dei Dunbarrow, band norvegese di Trondheim, città che vanta una fiorente scena hard psych fin dagli anni '70; decennio a cui, ovviamente, si rifanno i baldi ragazzi norvegesi, prendendo a modello i soliti Black Sabbath, Pentagram e, venendo più avanti nel tempo, gli immancabili Graveyard e Witchcraft.
Il lavoro si presenta molto compatto, solo la conclusiva Witches Of The Woods supera i sei minuti, proponendo astutamente brani piuttosto brevi che, lungi dall'annoiare l'ascoltatore, hanno nell'omogeneità la loro croce e delizia. Il suono è quello di un granitico proto doom con radici che affondano pienamente nei favolosi seventies, con chitarre massicce ma sempre pienamente in ambito hard e bluesy, senza pericolosi ammiccamenti metal. L'assenza di eccessivi tecnicismi musicali evita l'eccessivo appesantimento dell'ascolto, e lascia aperti ampi margini di evoluzione per il suono dei prossimi lavori. Le atmosfere sono quelle gotiche tipiche del genere, con tanto di esoterismi e streghe che popolano i boschi del profondo nord in bella evidenza. My Little Darling, Lucifer's Child e Witches Of The Woods sono i pezzi forti del menu, insieme a Guillotin, ballad che permette di tirare un po' il fiato, ma, al di là dei limiti congeniti al genere, ovvero una certa ripetitività e derivatività, uniti a un coefficiente di innovazione che è pari a zero, tutti i pezzi sono molto validi.
L'ennesimo disco che per essere goduto come merita va ascoltato con orecchi in totale modalità vintage; se cercate il futuro del rock, a patto che esista, cercatelo altrove.

mercoledì 18 maggio 2016

Alfred Hitchcock: Il Suo Cinema In Sette Film



Dopo Stanley Kubrick, passiamo in rassegna i sette film migliori, per i miei discutibili gusti, dell'altro mio mito cinematografico: Alfred Hitchcock.
La cosa che subito salta all'occhio analizzando la filmografia del Maestro del Brivido è che, a differenza di quello che capita spesso tra i grandi artisti, che spesso danno il meglio nelle loro prime opere, i suoi capolavori sono quasi tutti stati girati nella sua piena maturità. Infatti, dopo una prima parte di carriera spesa nella natia Inghilterra, promettente e già abbastanza vasta, e con almeno un paio di pellicole riuscitissime, come L'Uomo Che Sapeva Troppo, che avrebbe ripreso poi a Hollywood, Hitchcock intorno agli anni '40 emigrò negli Stati Uniti, dove, dopo una serie di film comunque passati alla storia (Rebecca, Io Ti Salverò, Il Sospetto, Notorius), metterà a segno i suoi colpi più brillanti tra gli anni '50 e i primi '60, prima di concludere la carriera con una serie di pellicole dignitosissime, su tutte lo stupefacente Frenzy.
Ma il nucleo dell'opera del Maestro si concentra appunto nel periodo citato. Andiamo a vedere.

7. Frenzy (S/T)1972

Capolavoro senile di Hitchcock, Frenzy omaggia la sua filmografia in alcuni temi, dal serial killer all'uomo comune che, scambiato per il colpevole, si improvvisa detective per difendersi, mentre traccia un solco di discontinuità nella scelta delle protagoniste femminili, tutte attrici di teatro poco conosciute e nell'uso esplicito di scene di violenza e nudo. Film ambientato e girato in Inghilterra, dopo anni di produzioni hollywoodiane, contiene, anche a livello registico, gli ultimi guizzi del fuoriclasse.



6. Il Delitto Perfetto (Dial M For Murder) 1954

Altro lavoro prettamente teatrale che vanta negli anni innumerevoli rivisitazioni e imitazioni, Il Delitto Perfetto è un film di una perfezione inavvicinabile, sarebbe il capolavoro della filmografia di decine di registi importanti, ma non per il Maestro. Favoloso l'incastrarsi di ogni elemento della cervellotica messa in scena, senza lasciare aperta nessuna falla narrativa. Sublime la recitazione all'insegna dell'understatement dei protagonisti, un'impagabile Ray Milland nel ruolo di un'appesantito ex tennista professionista che trama di uccidere la moglie, un'abbagliante Grace Kelly. Nulla andrà come previsto. Menzione a parte per lo stupendo John Williams nella parte dell'Ispettore Hubbard.


5. Nodo Alla Gola (Rope) 1948

Primo vero capolavoro di Hitchcock, all'epoca non apprezzatissimo, è un film fortemente innovativo; primo tentativo di pellicola girata completamente in piano-sequenza, cosa peraltro tecnicamente impossibile all'epoca per motivi tecnici, cosa questa by passata grazie a brillanti trovate, narra una storia di chiara impostazione teatrale, tratta da un fatto di cronaca (due amici gay che uccidono per il solo gusto di vedere che effetto fa) che purtroppo tornerò periodicamente alla ribalta della cronaca nera, anche ai giorni nostri. Tutto è perfetto come in un congegno a orologeria, in primis la recitazione (su tutti Jimmy Stewart) e i dialoghi. Forti implicazioni filosofiche.

4. La Donna Che Visse Due Volte (Vertigo) 1958

Uno dei grandi capolavori di Hitchcock, con l'ennesima grande prova del fido James Stewart, Vertigo, che oggi non manca mai in qualsiasi classifica sui più grandi film della storia, a volte anche al primo posto, all'epoca non ebbe grande successo, forse perché troppo complesso e all'avanguardia per quegli anni. La storia contorta del poliziotto Scottie, che perde per due volte la donna amata tra presunte possessioni, vertigini, scene cult e i soliti dialoghi brillanti, dà modo a Hitchcock di sfoggiare nuove trovate tecniche, tra cui l'inquadratura che simula le vertigini del protagonista, e che da allora prenderà il nome di effetto Vertigo.

3. La Finestra Sul Cortile (Rear Window) 1954

Nello stesso anno del Delitto Perfetto il Maestro del Brivido sforna un altro, ancora più grande, capolavoro, di nuovo di impianto fortemente teatrale. La Finestra Sul Cortile mischia temi cari al regista inglese, dalla commedia sofisticata alla suspance, dal vouyerismo all'arguta metafora sul cinema, e riesce a non annoiare in quasi due ore di ambientazione claustrofobica che faranno storia nel cinema thriller a venire. Sempre sugli scudi due attori feticcio di Hitchcock, il solito James Stewart e Grace Kelly, qui forse all'apice del suo algido fascino. E, tra un colpo di scena e l'altro, moderne riflessioni sul rapporto di coppia.

2. Gli Uccelli (The Birds) 1963



 Siamo di fronte, anche secondo una famosa critica di Fellini, a uno dei film migliori dell'intera storia del cinema. Una metafora filosofica criptica sul rapporto dell'uomo con la natura, secondo alcuni, con un finale aperto che all'epoca lasciò più di un critico con l'amaro in bocca. Gli Uccelli, che narra l'inspiegabile rivolta degli uccelli in una tranquilla cittadina della California rimane uno dei film più terrificanti di sempre, sospeso tra il tradizionale inizio hitchcokiano all'insegna della commedia raffinata, e il successivo incedere quasi da horror dalla forte carica innovativa. Il repertorio del cineasta c'è tutto, inquadrature dall'alto, lo stupefacente uso di effetti speciali e, soprattutto, sonori, con l'assenza totale di musica. E lo splendido finale, un'immagine quasi da Giudizio Universale. Alla fine non c'è una spiegazione, ma punizione divina o il cosmo impazzito che sia, a noi rimane una delle esperienze visivamente più forti a cui assistere al cinema.

1. Psyco (Psycho) 1960


 Il masterpiece della carriera di Hitchcock, e uno dei film più importanti della storia, era nato come un progetto a basso costo, motivazione questa a cui, probabilmente, si deve l'uso suggestivo del bianco e nero. La storia dello psicopatico Norman Bates, giovane solitario, succube dell'anziana madre, terrorizza gli spettatori ormai da oltre cinquant'anni. Grande successo di pubblico e vero forziere di scene entrate nel mito, a partire dall'omicidio sotto la doccia, non ebbe il plauso unanime della critica, forse perché episodio di grande rottura all'interno della cinematografia del nostro, a partire dall'uso del bianco e nero (già presente sì in Io Confesso e Il Ladro, ma con ben altri toni), alla violenza esplicita e alla quasi totale mancanza di scene di alleggerimento sempre presenti anche nei suoi film più cupi. Un film e un personaggio immensi, prototipi di decine di opere successive, e da cui Anthony Perkins non sarebbe riuscito più a liberarsi.