martedì 21 luglio 2015

Avvistamenti: Il Rumore Della Tregua - Una Trincea Nel Mare (2015)

Dopo un bel po' di tempo torno a imbattermi in un disco italiano piuttosto convincente. Si tratta dell'esordio sulla lunga distanza, dopo l'EP La Guarigione di un paio d'anni fa, dei milanesi Il Rumore Della Tregua, intitolato, non senza una certa pretenziosità, Una Trincea Nel Mare. Curiosando sul web alla ricerca di informazione sui cinque giovani meneghini, mi sono imbattuto in illustri paragoni con cantautori anni '70 e più celebri colleghi contemporanei, vedi Baustelle; in realtà a me ricordano molto da vicino, per suoni, temi e una certa angoscia di fondo, i bravi e sottovalutati Non Voglio Che Clara, mentre, spostando lo sguardo oltre confine, mi sempre di ravvisare palesi somiglianze con progetti quali Beirut, Hey Marseilles e qualcosa del folk di A Singer Of Song, probabilmente dovute per lo più alla stravagante presenza della tromba, che in certi pezzi rimanda anche a atmosfere desertiche tra Calexico e Morricone. I testi sono piuttosto interessanti, zeppi come sono di riferimenti a letteratura e cinema degli ultimi due secoli, anche se a volte risultano un tantino criptici e scevri da qualche salutare tocco d'ironia che avrebbe forse alleviato da una certa pesantezza di fondo che pervade questa comunque ottima opera prima.
Molte sono le citazioni dai grandi romanzi del mare (elemento che torna quasi ossessivamente, a partire dal titolo), soprattutto dal Moby Dick di Melville, citato in Ismaele (nome del protagonista del romanzo) pezzo dall'incedere molto alla De Andrè, in Cuore Di Bue, che, oltre a citare nel titolo il grandissimo, compianto, Captain Beefheart, ha palesi riferimenti al Capitano Achab, tanto da citare nella coda la famosa battuta "Io non dormo, io muoio!" tratta dalla versione cinematografica di John Huston. Altre citazioni colte in Io e Chaplin (Il Giorno Della Fine), ballata davvero molto bella, in Sacra Ofelia e nella conclusiva Anonimo Natalizio, che omaggia delicatamente il diamante pazzo Syd Barrett. Molto piacevole anche Intermezzo che, nella sua scarna semplicità, è una delle vette del disco.
Concludendo, un'opera prima davvero interessante e la sensazione che, aggiustando e smussando qua e là, lavorando forse più di sottrazione, il capolavoro potrebbe risultare meta alla portata della band milanese.

Sitting On A Bench

Seduto su una panchina all’Outlet.
Perso in nervosismi e malinconie futili, quando dovrei solo buttarmi in ginocchio e ringraziare dio, o l’invisibile unicorno rosa, o chi per loro, per tutto quello che ho, mi guardo attorno.
L’Outlet è il luogo principe della depravazione consumistica e del cancro di questo nostro secolo nuovo di zecca, l’omologazione. La società liquida e votata all’individualismo più sfrenato profetizzata da Baumann si concretizza in una sorta di ossimoro sociale: ognuno pensa solo per sé, ma ognuno mira a essere uguale all’altro.
Siamo nel desolato hinterland di Pescara, ma potremmo essere ovunque, la squallida periferia di Milano, o quella disperata di Roma, o qualsiasi altra nel mondo. Tutto è studiato nei minimi dettagli per farci sentire in tutti e in nessun posto assieme. Persino la radio gracchia un inascoltabile pop estivo da quattro soldi proveniente da una fantomatica “Outlet Station” che immagino uguale in ogni dove. Tutto è pensato, progettato e realizzato al solo scopo di rendere l’utente, perché è questo che siamo, non persone, il più possibile spersonalizzato, al fine di renderlo immune da qualsiasi pensiero autoctono. L’individuo diviene così solo un minuscolo ingranaggio di un meccanismo esclusivamente economico, viene programmato in modo che creda di scegliere tra prodotti tutti uguali, e in modo da far insorgere in esso falsi bisogni e desideri che vanno subito appagati così da generarne altri, in un infinito rincorrere la propria ombra in cerchio.
Alzo lo sguardo e eccola lassù.
Elegante, maestosa, una poiana volteggia innalzandosi sempre più sopra il complesso che imita un centro storico senza crepe. Senza apparente sforzo sfrutta le correnti ascensionali per issarsi sempre più in alto, sempre più lontana dalle umane miserie e frenetiche futilità, perfetta nell’assecondare spontaneamente la sua natura.
Mi sembra quasi di aprire gli occhi in quel momento, e ecco a pochi metri da me un altro spettacolo, ovviamente ignorato da tutti. Una ballerina bianca esegue i suoi semplici, ma allo stesso tempo irriproducibili, passi di danza tra i tavolini del bar, alla ricerca di briciole lasciate cadere da distratti turisti tutti uguali, oberati dalle loro pance prominenti e dai loro sacchetti sempre pieni. Quanta eleganza e superiorità nelle sue movenze.

Guardo colmando il mio spirito di queste immagini e penso che a volte la bellezza è intorno a noi, anche in mezzo al marciume. Basta avere gli occhi per vederla.

lunedì 22 giugno 2015

Avvistamenti: Cosmic Wheels (2015)

Ancora su sentieri di heavy psichedelia (e che palle, direte voi, forse anche giustamente...), un lavoro che è un vero gioiellino per i cultori del genere, e che, stranamente, arriva dagli States, sempre più parchi di dischi che si rifanno genuinamente all'età dell'oro del genere. E, forse non a caso, si tratta di un lavoro registrato nel 2007 e che mai aveva visto la luce; se oggi possiamo ascoltarlo lo dobbiamo all'opera meritoria dell'etichetta Heavy Psych Sounds, nome che poco spazio lascia all'immaginazione. Dietro il moniker di Cosmic Wheels si celano in realtà i fratelli Marrone, Paul, batterista dei Radio Moscow, valida band di rock blues ai confini del mainstream, che qui oltre a darci dentro con la batteria fa quasi tutto da solo, tranne per il basso e l'armonica dove si cimenta suo fratello Vincent. Si tratta in realtà di poco più di un demo, tanto che i pezzi non hanno nemmeno un titolo, tranne per gli ultimi due, che sono anche gli unici episodi cantati del lavoro. Ma al di là dell'ovvia incompletezza con cui suona il tutto, si tratta di pezzi davvero gustosi per l'appassionato che può divertirsi a cercare di volta in volta le varie influenze. Così, giusto a titolo d'esempio, andiamo dai Cream di Steppin' Out, apertamente citati nell'Untitled #4, ai Blue Cheer che aleggiano un po' ovunque, ai Deep Purple dell'Untitled #7, alla traccia 8 che parte citando Good Looking Woman, dei mai troppo ricordati Black Cat Bones, e poi clona il riff di The Warning, resa celebre dai Black Sabbath, ma da ascrivere ai misconosciuti ma validissimi Aynsley Dunbar Retaliation. Abbiamo poi un episodio di blues più ortodosso, quasi acustico, nella nona traccia, e i due pezzi cantati; 12 O'Clock Groove Street, sorta di blues cosmico, trattato con effetti vari e con tanto di coretti che fanno tanto west coast con tutti gli stereotipi del genere, fiori tra i capelli, jeans a zampa e fricchettoni strafatti che si rollano un joint tra un solo lisergico e l'altro, e No Ones Know Where They've Been, sorta di stravolto blues hendrixiano che chiude questo lavoro consigliatissimo, ma solo agli appassionati del genere. Per gli altri, astenersi se volete evitare episodi acuti di orchite.

giovedì 18 giugno 2015

Avvistamenti: Wired Mind - Mindstate Dreamscape (2015)

Quando il rock, o almeno quello che intendo io per rock, dopo i fulgidi decenni '60 e '70, ha iniziato a prendere derive che hanno portato non si sa bene dove, se è vero che oggi si cataloga come rock un po' tutto, da Vasco Rossi agli Arcade Fire, da Florence + The Machine ai Modà, da Manu Chao ai Sepultura, be', più o meno in quel momento, un sentiero via via più corposo a preso a essere tracciato, e si tratta di un sentiero che punta diritto verso le cupe e fredde lande del Nord Europa. Un sentiero disseminato di alberi che producono frutti psichedelici e lisergici, all'insegna della creatività ma anche estremamente ligio a una tradizione fatta di pezzi dilatati e svisate di chitarre acide e sature di riverberi, di atmosfere che inneggiano a viaggi mentali più o meno ortodossi, di registrazioni che pagano poco o nulla alle moderne tecnologie che tendono a appiattire i caldi suoni analogici, laccando dove ci sarebbe da lasciare le cose quanto più rudi e grezze possibile. E così, mentre Regno Unito, USA e Australia fanno da timonieri della nuova psichedelia con gruppi quali Tame Impala, Temples e compagnia bella, proponendo in buona sostanza nulla più che un pop dilatato e filtrato con qualche effetto buono per chi si è perso i cinquant'anni precedenti, ecco fiorire band che fanno rivivere i fasti del vero heavy rock psichedelico, in Svezia Sgt. Sunshine, Graveyard e Witchcraft, in Belgio i DeWolff, in Olanda gli Orange Sunshine e in Germania una pletora di gruppi capeggiati dai favolosi Samsara Blues Experiment. E da questi ragazzi di cui vi parlo oggi, tali Wired Mind.
Se il cappello è stato così prolisso, bastano poche parole per parlare del loro Mindstate Dreamscape, lavoro composto da appena quattro pezzi, di cui un paio superano i dieci minuti, dilatati e psichedelici nel senso più genuino che in ambito rock si possa dare a questi termini. Atmosfere che vanno da echi stoner appenna accennati(i Kyuss), a chitarre liquide e lisergiche che rimandano a Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service, accenni floydiani e passaggi West Coast, il tutto condito in salsa Doors con riff degni dei Black Sabbath nella conclusiva, sontuosa Woman, che parte piano fino a risolversi in una cavalcata di selvaggio chitarrismo fuzz, con tanto di wah wah abusato come se non ci fosse un domani. Per chi sa di cosa parlo, una vera boccata d'ossigeno.

sabato 6 giugno 2015

Joe

Joe Satriani, acrilico su tavola, 2015. Sold.