domenica 20 novembre 2016

Recensione: Brooklyn - Enrico Bevilacqua (2016)


La recensione di oggi ci porta in territori musicali lontani, quelli della black music, del jazz e del groove, pur restando ben ancorati al nostro territorio. “Brooklyn” è infatti il primo lavoro solista di Enrico Bevilacqua, bassista dotato del groove tipico della musica nera americana, ma nativo della vicina Atessa, provincia di Chieti. Bevilacqua ha 31 anni, ma è già sulla breccia da più di un decennio, e vanta collaborazioni importanti, sia in ambito jazz e funk, pensiamo a Patches Stewart, Keith Anderson, Poogie Bell, sia in contesti più pop e commerciali, citiamo solo Giò Di Tonno, cui lo lega anche una profonda amicizia. Con tali referenze Bevilacqua, dopo anni di collaborazioni live e come turnista, esce col suo primo lavoro per la Music Force, e gli appassionati del genere non resteranno certo delusi. Bevilacqua e i colleghi che lo supportano nel disco, tra i quali il già citato Patches Anderson, trombettista di fama mondiale, ma anche le brave vocalist Natascia Bonacci e MS AJ, sono musicisti di razza, abituati a maneggiare con disinvoltura i propri strumenti, e si sente. Il lavoro è infatti registrato in modo perfetto, a volte fin troppo vien da pensare, forse qualche imperfezione non sarebbe stonata visto che parliamo di un genere che vive d’improvvisazione, ogni intervento è perfettamente misurato e il basso di Bevilacqua fa il suo bel lavoro per stare dietro alle divagazioni soprattutto della sezione fiati, sempre in bella evidenza. Il disco è equamente diviso tra cover e pezzi originali, tre infatti sono i pezzi autoctoni, scritti dallo stesso Bevilacqua coi suoi collaboratori, e tre le rivisitazioni di classici del jazz. Le cover sono “Can’t Hide Love”, classico funk del misconosciuto Skip Scarborough, “Caravan” di Juan Tizol, mitico trombettista della Duke Ellington Band e “Beauty And The Best”, composta nientemeno che da Wayne Shorter, e crediamo di fare un bel complimento alla band quando diciamo che i tre pezzi da loro composti non sfigurano, per atmosfere e esecuzione, a fianco di questi grandi classici. Certo il genere scelto da Bevilacqua, o forse è il genere stesso ad aver scelto lui, visto che, come ricorda egli stesso “col groove si nasce”, una sorta di commistione tra funk, acid jazz e jazz più classico, non è quanto di meglio per ambire alla scalata delle classifiche, ma resta comunque un piacere per le orecchie ascoltare la qualità di questo gruppo di musicisti con la “M” maiuscola.

martedì 15 novembre 2016

Le Canzoni Degli Spot: Amazon

Dopo aver impazzato negli ultimi mesi con lo spot avente protagonista il cagnolino azzoppato, Amazon prova a replicarne il grande successo puntando stavolta sulla storia simpaticamente triste del pony emarginato da cavalli di ben altra taglia.
Molti mi avevano chiesto ragguagli sulla soundtrack del primo spot, e ora anche del nuovo, quindi approfitto per un post doppio.
La musica dello spot col cagnolino è tratta dal musical "Paint Your Wagon" del 1969 con Clint Eastwood e Lee Marvin, e il pezzo "Wand'rin' Star" è cantato proprio dal burbero Marvin, che presta il suo vocione nell'insolito ruolo di cantante, peraltro con grande successo anche all'epoca.
Il nuovo spot col Pony vede invece come scelta musicale il celebre duo Sonny & Cher, coppia di incredibile successo tra la fine dei '60 e la metà dei '70. La canzone non è tra le più conosciute del duo, anche se "Little Man" rappresenta pienamente il loro stile e vedrà in quegli anni anche le cover, a dire il vero non felicissime, di Milva e Dalida. Cher, in versione ultra plastificata avrebbe poi continuato come solista di grande successo, tra dischi riusciti e scelte all'insegna del trash più discutibile, mentre Bono, dopo il divorzio, si dedicò con successo alla politica, prima di trovare la morte in un incidente sugli sci.

sabato 12 novembre 2016

Recensione: Sogno o Realtà - Terzacorsia (2016)


A partire da oggi pubblicherò alcune delle recensioni che scrivo per una testata locale, spesso il genere potrà un po' andare a cozzare con gli standard del blog; purtroppo il lavoro in redazione è talmente tanto che non ho tutto il tempo che vorrei da dedicare al blog, quindi cercherò di conciliare i due mondi.

I Terzacorsia sono una band abruzzese sulla breccia ormai dal 2006 e si ripresentano con un EP intitolato Sogno o realtà, a distanza di sei anni dal loro primo lavoro sulla lunga distanza, quel 20 12 che li ha fatti conoscere con discreto successo, e dopo Dorian, rock opera concepita assieme al coreografo Americo Di Francesco.

Il gruppo, composto da Gianluca Di Febo alla voce e al piano, Giuseppe Cantoli alle chitarre, Nicola Di Noia al basso e Alessio Palizzi alla batteria, si è fatto le ossa in anni di live, non solo col proprio repertorio, ma anche come cover band dei Pink Floyd, cosa questa che depone sicuramente a favore delle loro innegabili qualità tecniche.

Ma andiamo ad analizzare più in dettaglio l’EP, che esce per Music Force, loro storica etichetta; il fatto di uscire dopo sei anni con un disco di quattro pezzi, di cui la traccia d’apertura, Tempesta, già fu singolo di Dorian e con una cover di Battisti, Amarsi un po’, nella track list, non fa certo pensare a un periodo di straordinaria ispirazione, anche se lascia aperta la speranza che qualcosa di ben più corposo sia all’orizzonte.

Innanzitutto, per chi si aspettasse atmosfere alla Pink Floyd, spazziamo subito via qualsiasi equivoco: i Terzacorsia sono una band con una personalità ben precisa che non vive nel cono d’ombra di un passato così tanto ingombrante. E questo può essere considerato un po’ il pregio e il difetto della band, infatti va bene avere una propria personalità, ma è pur vero che con simili capacità tecniche si rischia di risultare sacrificati nel suonare un pop rock all’italiana che troppe volte sembra inseguire, con alterni risultati, il pezzo di successo radiofonico. È il caso dell’iniziale Tempesta, sospesa tra Subsonica meno elettronici, suggestioni alla Lucio Battisti e band più commerciali stile Negramaro, ottimamente suonata e con liriche non banali (e con un curioso innesto di Balla balla ballerino di Dalla nel mezzo), ma alla quale sembra forse mancare il colpo del KO; leggermente peggio va con Sudore, scelto come singolo dell’EP, dove sembra ancora più forte la ricerca di un consenso del pubblico più vasto, con un risultato che cerca l’ispirazione dalle parti di Negramaro e Tiromancino, ma rischia, nel ritornello, di scivolare più dalle parti dei Modà, con tutto quello che ciò comporta.

Meglio va con la title track, un pezzo che parte come una delicata ballad, questa sì con qualche eco dei Pink Floyd nell’uso di chitarre liquide al punto giusto, per poi crescere dando la possibilità a tutti i musicisti di esprimersi al meglio. La cover di Amarsi un po’, e dispiace forse dirlo, è l’episodio più riuscito del lavoro; la ritmica incalza col celebre riff creato dal grande musicista di Busto Arsizio, in un crescendo che non manca di regalare brividi, mentre Di Febo, titolare di una vocalità non troppo originale ma di grande sostanza, sembra qui particolarmente a suo agio.

In definitiva, un lavoro di transizione, come lo sono spesso gli EP, da cui traspare una certa indecisione tra l’inseguire la hit radiofonica e il cimentarsi con qualcosa di più corposo e ispirato, ma che lascia buone speranze in vista di qualcosa di più sostanzioso, considerate le qualità musicali dei quattro, queste sì indiscutibili.

giovedì 13 ottobre 2016

Sigur Ros Live @Monza 2016 - Le impressioni di Roberta



Complici i mille impegni a cui sono chiamato negli ultimi mesi come redattore degli eventi musicali e non per una nota testata della mia città, non ho più il tempo materiale per aggiornare il blog come vorrei. Per fortuna, quasi casualmente, sono incappato nella suggestiva penna di Roberta Cristofaro che ha accettato di prestarla occasionalmente su queste umili pagine.
Il suo primo pezzo è un reportage sul live che la band islandese dei Sigur Ros ha tenuto qualche tempo fa a Monza. Pura emozione.

di Roberta Cristofaro

‘Sigur Rós’, così si chiamano. Mi chiedo se e quanto siano consapevoli del contenuto pazzesco che arriva dalla loro stessa arte, da una natura che disegna suoni sopra i paesaggi attraverso musiche mistiche, regali, comunque ‘divine’ ed insieme terribilmente ‘umane’. Tu puoi dare ai brani i nomi che vuoi, inventarne i testi, è una musica che ti accoglie, ti fa sedere vicino a Lei, ti abbraccia, dorme accanto a te oppure veglia su di te finché non cadi nel so(g)nno. Essere ad un loro concerto vuol dire farsi investire da una tensione emotiva difficilmente riproducibile in qualsiasi altra situazione. Essere al cospetto dei folletti nordici, così mi piace pensarli, significa venire sopraffatti da suoni e climax che si alternano violenti ed impetuosi uno dopo l’altro, non riuscire neanche ad applaudire tra un pezzo e l’altro per la meraviglia ed il tremolio che invade ogni millimetro della pelle. Niente applausi fino alla fine proporrei, come nei concerti di musica classica, telefoni spenti, nessuno spazio a superflue foto fiduciosa che quelle più belle si sarebbero stampate e sedimentate dentro da sole. Assistere ad un concerto del genere vuol dire entrare in un altro mondo dopo il terzo pezzo. I primi tre si riesce a rimanere lucidi, ad analizzare tutti i vari aspetti, a guardarsi intorno tra le mille lanterne luminose e la scenografia abbagliante, poi si entra in uno stato di trance in cui persino il fiato viene meno. Due ore o poco più. Catturata dapprima con garbo, con un solletico all’anima. La musica ha affiorato lentamente tanto quanto intensamente attraverso il senso stretto delle emozioni. Trentasei secondi di silenzio e scendeva la notte dei folletti d'Islanda ed anche un po' la nostra, un susseguirsi di motivi melodiosi che proprio non possono appartenere a questo mondo. Catturata sì, ed attratta all’interno di ogni singola nota ed indotta ad affrontarla come fossi una bambina, come se mi rammentassi della purezza che è nella musica ed in noi. Ma più che tornare bambina, tornavo semplicemente ad essere libera, salvata dalle mie stesse lacrime. Che qualcuno stia piangendo lacrime d’oro lassù non mi importa perché siamo vivi, qui, adesso e se piangiamo ora vuol dire che sì, siamo liberi. Due ore o poco più per decidere che, dove sono stata il noveluglioduemilasedici c’è qualcosa che per ora, continuerò a chiamare Paradiso.