lunedì 5 settembre 2016

Musica e Sport: Cinque Pezzi Facili (In collaborazione con Post Calcium)



Il post di oggi è un po' particolare per lo stile di questo blog, ma quando l'amica blogger Francesca, di Post Calcium mi ha proposto di buttare giù una lista di cinque pezzi ideali per fare sport, la cosa ha stuzzicato il mio lato di sedicente esperto musicale. Quello che ho cercato di fare è stato trovare un compromesso tra le scelte più ovvie e banali, ma non temete, Eye Of The Tiger c'è, e pezzi che mi sembravano troppo di nicchia. Questo e il risultato:

Eye Of The Tiger – Survivor (1982)

Il pezzo che non può mancare in ogni lista di canzoni ideali per fare sport che si rispetti. Eye Of The Tiger uscì l’otto maggio del 1982, data non troppo felice per gli sportivi, lo stesso giorno morì l’indimenticabile Gilles Villeneuve, riscuotendo un successo planetario, tanto che ancora oggi si tratta di uno dei singoli più venduti.
Il pezzo fu composto per la colonna sonora di Rocky III su espressa richiesta di Sylvester Stallone, dopo che i Queen gli negarono il permesso di utilizzare la loro Another One Bites The Dust.
La canzone, che parla di rivalsa e invita a non arrendersi mai, è rimasta indissolubilmente legata al film ed è rimasta l’unico grande successo dei Survivor, onesto gruppo di rock commerciale che non sarebbe più riuscito a ripetere gli stessi numeri, proseguendo comunque in una lunga carriera tra scioglimenti, reunion e cambi di formazione.
Il pezzo ideale per chi deve caricarsi prima di una competizione in cui parte sfavorito.

Hurricane – Bob Dylan (1976)

Bob Dylan è da sempre uno dei cantautori più celebrati e al tempo stesso indecifrabili; in tanti hanno provato a tirarlo per la giacca per sostenere questa o quella causa politica e sociale, ma lui ha sempre preferito continuare a pensare con la propria testa schierandosi solo per ciò in cui crede, a costo di farsi non pochi nemici. E non si fece pregare quando, nel 1974, lesse l’autobiografia di Rubin “Hurricane” Carter, che il pugile stesso gli aveva inviato dal carcere in cui era ingiustamente detenuto da anni con l’accusa di omicidio.
La canzone da lui composta, una lunga ballad col violino a fare la parte del leone nel ritornello, pesò non poco nel tenere desta l’attenzione sull’ennesimo caso di ingiustizia razziale negli Stati Uniti, tema peraltro ancora oggi di scottante attualità.
Per la cronaca Carter, che nel ’64 aveva sfiorato il mondiale dei pesi medi, fu scarcerato solo nel 1985.
La canzone ideale per lo sportivo che si sente vittima di un’ingiustizia.

Wake Up – Arcade Fire (2005)

Wake Up degli Arcade Fire, ovvero la canzone che non ti aspetti in una lista di pezzi ideali per fare sport. Eppure già l’invito insito nel titolo, Wake Up, Alzati, è una vera e propria call to action, un invito all’azione; così come lo è il cambio di ritmo che trasforma una ballata malinconica, per quanto epica con quei cori da stadio, in un pezzo trascinante. E forse è questo che ha convinto l’Aston Villa e i New York Rangers dell’hockey su ghiaccio ad usare Wake Up come canzone che ne accompagna l’entrata in campo. E un invito a conoscere meglio gli Arcade Fire, gruppo canadese vero portabandiera del rock indipendente.
Il pezzo ideale quando la vostra squadra è sotto a mezz’ora dalla fine: Wake Up!

Lust For Life – Iggy Pop (1977)

Lust For Life, pezzo del 1977 tratto dall’album omonimo e inciso da Iggy Pop con la produzione dell’amico fraterno David Bowie, fin dall’uscita divenne uno dei brani più rappresentativi del cantante che ha fatto della vita spericolata la propria cifra.
Eppure Lust For Life è forse più nota oggi per il suo utilizzo nella sequenza iniziale del film cult Trainspotting, dove accompagna la corsa forsennata e allucinata di Renton, facendo da sottofondo al celebre monologo “Choose life”. Danny Boyle, il regista, cercava un pezzo che rappresentasse la vita al limite dei protagonisti, e allo stesso tempo fosse adrenalinico abbastanza; Lust For Life fu la scelta quasi obbligata.
Il sottofondo ideale per chi corre. Anche senza essere inseguito.

Misirlou – Dick Dale & The Del-Tones (1960)

Misirlou è un pezzo tradizionale greco, le cui origini si perdono in una mitologica antichità. La prima versione registrata, in pieno stile Rebetiko, la musica greca tradizionale, è datata 1928 e, tra le altre, si annovera anche una cover più recente del nostro Vinicio Capossela.
Ma la versione che fa al caso nostro è quella registrata nel 1960 dal boss del surf-rock: Dick Dale. Brano di successo e importante già all’epoca, è il primo a utilizzare una particolare tecnica di tremolo per la chitarra elettrica, anche Misirlou è assurto a una seconda giovinezza grazie al suo impiego nel film cult per eccellenza: Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Il suo andamento adrenalinico e le sonorità di frontiera ben si adattano allo stile del regista americano.

Il pezzo giusto per gli sport più avventurosi e estremi. A partire dal surf tanto caro a Dick Dale e ai suoi Del-Tones.

sabato 27 agosto 2016

Recensione: Millanta Tamanta - Wow (2016)





 Un uomo, una donna, storie d'amore tormentato, citazionismo che manco Quentin Tarantino; queste le note salienti di una certa corrente dell'indie italiano andata sviluppandosi negli ultimi anni. Dai Baustelle in poi, praticamente, ma che affonda le radici in duetti più o meno maledetti, da quello per eccellenza Gainbourg/Birkin, a quelli più rassicuranti Sinatra/Hazlewood e Bono/Cher e nel pop raffinato dei nostri sixties, quello, per capirci, con i sontuosi arrangiamenti di gente come Morricone e Umiliani. Oltre ai già citati Baustelle, che fanno categoria a parte e rimangono due spanne buone sopra il gruppone, abbiamo Il Genio, i redivivi Piet Mondrian e, ultima mia scoperta ma attivi già da qualche anno, questi Wow, giunti con Millanta Tamanta al secondo lavoro.
Chiarito che il titolo nonsense si rifà a una delle Favole al telefono di Gianni Rodari, lo spettro musicale della band romana si muove essenzialmente su due registri, uno più soft e potenzialmente commerciale, con melodie raffinate ma godibili e arrangiamenti sixties a base di pennate di chitarra elettrica e la voce di China (metà femminile del duo con Leo) che la fa da padrona, citando ora Patty Pravo, ora Milva, muovendosi con grande disinvoltura specie sui registri più scuri, e una più sperimentale che unisce il passato di band punk con istanze psichedeliche, funky e, a tratti, quasi prog. Del primo filone fanno parte i pezzi più immediati, da Il Mondo a Il Caldo, fino a Arriva Arriva, scritta dall'amico e nuovo Re Mida dell'indie Calcutta, passando per Ah ah ah. Proprio quest'ultima merita un discorso a parte in quanto croce e delizia esemplificativa del disco; infatti gli Wow, pur tra qualche incertezza tecnica perdonabile, riescono a confezionare un lavoro davvero interessante, capace di non annoiare anche dopo molti ascolti, ma in cui aleggia una sensazione di incompletezza. Prendiamo proprio Ah ah ah, pezzo dalla melodia azzeccatissima, splendido arrangiamento e prestazione da applausi di China; e allora, come si fa a "sprecare" la melodia della vita in un pezzo di due minuti che lascia quasi l'amaro in bocca per come rimane quasi un bozzetto di quello che poteva essere?
Della seconda anima degli Wow fanno parte le più sperimentali Le Mie Manie, Bianche, Millanta Tamanta e Le Pointeur De Fleury, cantata interamente in francese e che a me ha ricordato alcune cose di Rover, dove i tempi e le melodie si fanno più dilatati e risalta la perizia strumentale della band, con andature incalzanti e cambi di ritmo molto interessanti.
In conclusione, ci troviamo di fronte a una band che sicuramente vanta ampi margini, ma che con questo Millanta Tamanta mette già a segno un ottimo colpo, riuscendo a imporsi in modo originale, diversificandosi dal rischio di mera copia di originali forse irraggiungibili.

giovedì 11 agosto 2016

Live Review: Concerto Grosso - New Trolls live @ Blubar


 Estate tempo di live, concerti sotto le stelle e grandi reportage; se volete rimanere aggiornati su tutti i migliori appuntamenti di stagione, sulle splendide cornici e tutto quanto, posso consigliarvi una serie di ottimi blog. Qui siete nel posto sbagliato, qui si posta un po' alla come viene, tipo oggi.
L'altra sera, nonostante una gravosa giornata avrebbe suggerito di fare tutt'altro, mi sono lasciato attirare dalle sirene del Blubar Festival, occasione più unica che rara di ascoltare musica prog degli anni '70 dal vivo, spesso, ahimè, con le vestigia di quelli che furono grandi gruppi e che diedero l'unico lustro rock che il nostro paese del bel canto abbia mai avuto; in particolare, si esibiva quel che rimane dei New Trolls, una delle prime glorie del prog nostrano e primi in Italia, e tra i primi nel mondo, dai, a incidere un disco rock avvalendosi di un'orchestra. E proprio il loro disco più famoso, Concerto Grosso, avrebbe dovuto farla da padrone nel live del Blubar, come programmaticamente annunciava anche il titolo della serata stessa.
Ecco così il vostro umile narratore recarsi pieno di belle speranze, memore, come ogni buon appassionato di prog, dei sontuosi arrangiamenti studiati da Luis Bacalov insieme alla band nel 1971, originariamente partoriti come colonna sonora del cult La Vittima Designata, giallo all'italiana tipico del periodo, con un sornione Tomas Milian e un'indimenticabile Pierre Clementi.
L'inizio, va detto, non è di quelli più memorabili; riesco a parcheggiare lontanissimo, per di più in un posto a forte rischio multa. Mi approssimo al palco con foschi presentimenti; il pubblico, com'è anche giusto, naviga sulla settantina, e sembra più capitato lì incidentalmente, tra una passeggiata post cena e un gelato d'ordinanza, che per apprezzare uno dei capisaldi del rock italico. Il tempo passa e sul palco solo le solite prove strumenti e microfoni. La spiegazione è semplice quanto agghiacciante: si aspetta un camion che sta portando le sedie, mentre quello che avrebbe dovuto farlo nel pomeriggio si è capottato sull'autostrada. Quando si dice il buongiorno...
Finalmente, dopo oltre un'ora di ritardo, scuse dell'organizzazione, arrampicate sugli specchi varie e, da dire, un pubblico che nel frattempo è diventato quello delle grandi occasioni, forse anche attirato dalla gru che scarica le sedie, si parte. L'orchestra del Maestro Quadrini assicura la giusta potenza di fuoco, mentre, anche dalla disposizione sul palco, si capisce subito che più che al live di una band, stiamo per assistere allo show di Vittorio De Scalzi, a cui un facinoroso alle mie spalle inneggia in modo fastidiosissimo, proponendolo come presidente della Repubblica.
Si inizia subito con Concerto Grosso nei suoi primi tre movimenti e, va detto, la suggestione dell'orchestra e le melodie di Bacalov lasciano il segno. Con mio grosso (s)concerto non viene eseguito il quarto movimento, Shadows, in onore di Jimi Hendrix, e non si accenna neppure alla parte più rock e improvvisata, passando subito all'esecuzione di Concerto Grosso N.2, maldestro tentativo di replicare i fasti del primo capitolo. Segue una pausa in cui viene presentato Aldo Tagliapietra, membro de Le Orme, e guest star della serata. Tagliapietra, che sembra il gemello di De Scalzi anche nel look, esegue l'inevitabile Gioco Di Bimba e un altro paio di pezzi, astenendosi dal regalare le perle più rock della sua band, che comunque ricordiamo come una delle più soft del periodo.
Ma è solo l'inizio della fine, da qui in poi parte il De Scalzi One Man Show, col repertorio più debole dei New Trolls, ovvero quello più pop e melenso, da Quella Carezza Della Sera a Aldebaran, peraltro pezzi acclamatissimi da un pubblico abbastanza di bocca buona, passando per i pezzi scritti dal buon Vittorio per altri cantanti quali Oxa, Drupi e compagnia. Uno spettacolo non proprio all'altezza, insomma, con De Scalzi che si parla decisamente un po' addosso, autoincensandosi in modo quasi surreale. C'e giusto il tempo per un bis che fortunatamente riprende l'Adagio di Concerto Grosso, e per interrogarsi sull'occasione parzialmente sprecata di recuperare una pagina fondamentale del nostro scarso patrimonio rock.
E per un lieto fine, una volta tanto: niente multa sul parabrezza.
video

martedì 26 luglio 2016

Recensione: Eli "Paperboy" Reed - My Way Home

Oggi parliamo di un genere poco frequentato su queste pagine, ma che in questi ultimi anni è forse quello che ha dato maggiori soddisfazioni, se parliamo di un compromesso tra qualità e pretese mainstream, ovvero il rhythm and blues venato di soul. E quando parliamo di rhythm and blues attenzione, non parliamo del moderno r'n'b che raccoglie un po' di tutto, dall'hip hop agli sculettamenti di sedicenti divette settimanali, ma di quella nicchia che si rifà a nomi irraggiungibili quali James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin e i pezzi grossi della Stax e che, negli ultimi anni, ha visto la sua punta di diamante impazzito nell'indimenticata Amy Winehouse. Un genere ben esemplificato dal repertorio dei leggendari Blues Brothers; e allora andiamo a fare la conoscenza con Eli "Paperboy" Reed, ultimo musicista in missione per conto di Dio.
Il buon Eli esce in questo periodo col suo nuovo lavoro, intitolato programmaticamente My Way Home, sorta di ritorno a casa dopo un certo sbandamento commerciale dovuto al passaggio prima alla Capitol e poi alla Warner Bros, major che prima l'hanno snaturato tentando di aprirgli le vie dorate ma perigliose del mainstream, per poi abbandonarlo dopo risultati non proprio brillantissimi. E il buon Eli ha ripreso la via dell'indipendenza e di casa, riallacciando i fili pendenti dai tempi di Roll With You del 2008, seguito del fulminante esordio del 2005 Walkin' And Talkin', album di cover di cui vi consiglio caldamente il recupero. 
Ma parliamo di My Way Home, lavoro che rende omaggio ai grandi maestri, Eli urla, si dimena e agita novello James Brown, sempre ai limiti del parossismo e della puntata sopra le righe, travisandone però la tradizione fatta di arrangiamenti costruiti attorno a robuste sezioni di fiati. Già, perchè My Way Home ha la sua originalità proprio nell'assetto strumentale proposto da Reed, privo della sezione fiati e puntellato su una sezione ritmica che traina un organo tra gospel e garage soul, la chitarra misurata e piena di feeling più che di tecnica del leader, oltre alla sua voce fin troppo urlata e graffiante, ben sorretta da cori, questi sì, assai tradizionali.
Si parte subito con l'acceleratore pestato a fondo con Hold Out, pezzo urlato che mette subito in chiaro lo stato di forma di Eli, per proseguire col gospel assai ispirato di Your Sins Will Find You Out. E il gospel tornerà più volte nel corso dell'album, così come ricorrenti sono le tematiche religiose, inusuali ma nemmeno tanto per un giovanotto del profondo sud come Reed. Ma c'è spazio anche per ballate potenti, come Movin', e ibridi tra il blues paludoso del delta e il gospel più sentito, vedi Eyes On You; ma in generale tutto il lavoro si mantiene su livelli molto più che dignitosi e, per chi scrive, il ritorno a casa di Eli Reed va salutato con il più sonoro degli applausi. 

Voto: 7

giovedì 14 luglio 2016

Recensione: Sulfur City - Talking Loud (2016)


Eccoci ancora a parlare di un disco che farà la gioia degli appassionati di quel rock blues un po' grezzo, con svisate decisamente hard, che ha avuto il suo periodo di massimo fulgore negli anni '70, ma che ultimamente sembra aver ripreso nuovo vigore. Il disco di cui parliamo oggi è Talking Loud dei canadesi Sulfur City e, come per alcune recensioni recenti, siamo di fronte a un combo rock blues dei più classici che ha la sua punta di diamante nella graffiante voce femminile della vocalist Lori Paradis. Alla ragazza, va detto, non manca nulla per impersonare lo stereotipo della cantante rock, bella e dannata al punto giusto e con in più quel pizzico di curiosità per un passato che l'ha vista, prima di calcare i palcoscenici, nei panni piuttosto insoliti di camionista, imbianchina e barista.
Rispetto a band qui trattate di recente e che condividono stile e voce femminile, i Purson e i nostrani Psychedelic Witchcraft, i Sulfur City forse hanno le idee meno chiare sulla strada da battere e la loro musica non sempre risulta centrata al 100 % (Pocket) e pagano a tratti anche l'inesperienza della Paradis, in qualche passaggio ai limiti dell'imperizia, nonostante gli illustri paragoni, da Grace Slick a Janis Joplin, a cui la sua voce si presta, e di cui è sicuramente degna quando riesce a non travalicare le righe con la sua giovanile irruenza.
Il meglio i Sulfur City lo danno invece quando si confrontano col terreno a loro congeniale del blues, le classiche Tie My Hands On The Floor e You Don't Know Me, per non parlare del bellissimo slow One Day In June, dove tuttavia la bella Lori è ancora leggermente dissonante. Ottimi anche gli episodi più attuali, che sembrano strizzare l'occhio a band ormai mainstream come i Black Keys, vedi Ride With Me. Un plauso infine alla chitarra di Jesse Legage che, pur non brillando certo per la tecnica cristallina, regala assoli grezzi e emozionanti al punto giusto, senza oltrepassare mai la giusta misura.
I Sulfur City devono ancora crescere, ma le potenzialità, specie della cantante e bandleader, sono teoricamente altissime, staremo a vedere.

Voto: 6.5