domenica 8 gennaio 2017

I Dischi dell'anno 20/11

Ed eccoci alla seconda parte della classifica dei dischi migliori del 2016 più attesa da tutto il mondo occidentale, le Indie e la Polinesia del sud. Alla fine vinceranno gli hipster, qualche dj che si crede musicista, metallari col posto fisso in ufficio o poppettari che sognano ancora Britney Spears? Oppure ascolteremo solo un po' di buona musica? Andiamo a vedere...

20. Shotgun Sawyer - Thunderchief


Sono loro i nuovi redneck del rock blues americano, gli eredi spirituali degli ZZ Top, anche se dall'aspetto non si direbbe del tutto. Se vi sentite orfani dei Black Keys, ormai dediti a uno scialbo pop rock da classifica, ascoltate "Nothing Left To Lose" ed esultate.
19. Dunbarrow - S/T

Dalla Svezia e dal Nord europa in generale ci arrivano tre cose: occasionali perturbazioni gelide, la spocchia del nord civilizzato dove si campa infelici ma con un buon stipendio e il miglior hard rock anni '70 di questi tempi. L'esordio dei Dunbarrow mi ha risarcito della mezza delusione dovuta al cambio di rotta dei Witchcraft, dei cui primi dischi questi ragazzi sono ottimi epigoni.
18. White Lies - Friends

Chi l'avrebbe detto, qualche anno fa, che nel 2016 i White Lies avrebbero seppellito i loro maestri? Già, perché venuti fuori sull'onda del revival New Wave capitanato da band fenomeno come Interpol, Editors e Franz Ferdinand, i WL sembravano un po' i fratellini poveri. Invece sono ancora qui, con un disco sì derivativo fino al midollo, ma con l'innata capacità di trovare la melodia giusta.
17. Cat's Eyes - Treasure House

Torna la creatura di Faris Badwan, leader degli ormai dispersi Horrors, e Rachel Zeffira, soprano, multistrumentista e molto altro. Un lavoro un po' disorganico che si muove tra suggestioni eteree e zampate beat alla Nancy Sinatra, con due protagonisti baciati dal talento.
16. Parquet Courts - Human Performance

I Parquet Courts tentano di quadrare il cerchio dando contorni più precisi al loro indie rock sghembo e ci riescono, sacrificando forse solo un po' del loro fascino; ma forse è anche l'effetto sorpresa ormai venuto a mancare. Comunque una delle realtà più solide della traballante scena rock attuale.
15. Niccolò Fabi - Una Somma Di Piccole Cose

Mai avrei immaginato anni fa di ritrovarmi con Fabi nella mia classifica; eppure questo lavoro è un piccolo gioiello nel panorama desolante del nostro pop. Atmosfere folk che sembrano uscite da Portland e da Bon Iver prima degli sbandamenti elettronici, chitarra, voce e poco più e testi che andrebbero fatti leggere alla generazione tirata su dagli smartphone che stiamo crescendo.
14. The Urges - Time Will Pass

Al ritorno dopo otto anni, i misconosciuti irlandesi ci mandano al tappeto con un disco che pare una raccolta di nuggets del beat e del psych - rock del 1967, con un pezzo come Passing Us By che pare uscito da una capsula del tempo. Irresistibile.
13. Cate Le Bon - Crab Day

Vale un po' il medesimo discorso fatto per i Parquet Courts, la brava Cate sembra volersi dare una forma più compiuta con questo Crab Day. E ci riesce, perdendo qualcosa in fascino e bizzarria, ma attirandosi il plauso di una platea più vasta.
12. Brutus - Wandering Blind

Ancora dal freddo nord, un gruppo che sposta più in su l'asticella della retromania. Infatti qui, più che citare gli anni '70, sembra che i Brutus ci vivano proprio. Tra primi ZZ Top, Black Cat Bones, Leaf Hound e il suono di band di culto ormai dimenticate, i Brutus ci consegnano il miglior disco di heavy blues degli ultimi anni.
11. Matt Elliott - The Calm Before

Tra atmosfere sempre più cupe e depresse e tecnica cristallina alla chitarra, il buon Matt non sbaglia un colpa e torna con un disco dei suoi. Di quelli, talmente emozionanti e vibranti, che ci pensi due volte prima di premere "play".

martedì 3 gennaio 2017

I Dischi dell'anno 30/21

Ed ecco, puntualmente in ritardo, la mia classifica dei dischi dell'anno; doveva essere una top 20, ma nell'attesa che digeriste le classifiche degli altri blog e delle varie testate, quelle serie con BowieRadioheadNickCave ai primi tre posti, gli album sono saliti a 30.
Inutile specificare che si tratta dei lavori che ho più ascoltato e che, per un motivo o per l'altro, mi hanno colpito; il mio blog ha una redazione piuttosto agile, che comprende "Me, myself and i", quindi non ho la presunzione di dire di aver ascoltato tutto quello che c'era da ascoltare, ma tant'è.

30. Higher Time - Electric Citizen

Un disco di classico hard rock anni '70, che pare tornato ormai ufficialmente di moda, con la bella voce femminile di Laura Dolan e le solite influenze tra Led Zeppelin Deep Purple e Black Sabbath; niente di nuovo ma, se fatto così bene, chi se ne frega.

29. Up To Anything - The Goon Sax

Australiani dall'età media che si aggira sui 17 anni che, anziché farsi selfie da bimbiminkia e postarli su Snapchat (Ma faranno anche quello, ne sono sicuro), se ne escono con un album perfetto tra indie sghembo e reminiscenze velvetiane.
28. Ruins - Wolf People

Il ritorno di Jack Sharp e soci dopo il bellissimo Fain. Le consuete atmosfere tra la tradizione d'Albione e pulsioni folk-progressive anni '70, in una visione più moderna e accelerata. Meno convincente del predecessore, ma comunque un bell'andare.

27. Blu & Lonesome - Rolling Stones

Dopo dieci anni gli Stones tornano in studio per registrare un album di cover blues. Le premesse per una bella fetecchia c'erano tutte, eppure Blue & Lonesome suona talmente genuino da ricordare quando il blues di Chicago, Jagger e soci, lo suonavano al Marquee. E ringiovanisce anche Clapton, presente in un paio di numeri.
26. Everything You've Come To Expect - The Last Shadow Puppets

Ritorno attesissimo, almeno dal sottoscritto, non completamente all'altezza del primo episodio. Ma dove i Puppets hanno perso in immediatezza e singoli killer, ne hanno guadagnato in raffinatezza.
25. My Way Home - Eli "Paperboy" Reed

Sembra uscito da una scena dei Blues Brothers, questo ragazzotto del profondo sud americano; perennemente sopra le righe, canta come un predicatore invasato dal signore e suona la chitarra come un novello Lightnin' Hopkins, impossibile non farsi contagiare.
24. Desire's Magic Theatre - Purson

La bellissima voce e presenza scenica di Rosalie Cunningham, vera dea psichedelica, la fanno da padrone nell'irresistibile ritorno dei Purson. Un sacrilego mischione di psichedelia, doom, hard rock e pop, dalle cui spire caleidoscopiche è un piacere farsi avvolgere.
23. IV - Black Mountain

Non delude l'atteso ritorno dei canadesi che dilatano sempre più il loro tipico hard rock in gustose cavalcate che fondono anche suggestioni cosmiche e atmosfere hippie. Sempre in attesa che sfornino il vero capolavoro.

22. The Hope Six Demolition Project - P.J. Harvey

Il glorioso ritorno di P.J. Harvey, ormai mosca bianca del rock, una delle poche a credere ancora nell'impegno civile a chitarra spianata. E riesce quasi a convincerci con un bel gruzzolo di pezzi quantomai centrati, avviandosi ormai nell'olimpo dei personaggi rock intoccabili.
21. La Fine Dei Vent'anni - Motta

Alla faccia della monnezza dei talent, alla fine una rivelazione italiana ce l'abbiamo pure quest'anno. Motta racconta le piccole storie che ognuno si porta dentro, più o meno consapevolmente, e, senza mirare troppo alto, costruisce un lavoro miracolosamente bilanciato tra canzone d'autore e pop.

giovedì 8 dicembre 2016

Recensione: Front Row Seat To Earth - Weyes Blood (2016)

Già dalla surreale cover del disco si intuisce che nel mondo di Weyes Blood, moniker della californiana Nathalie Mearing, le cose non vanno come in quello di noi comuni mortali. Basta poi procurarsi Front Row Seat To Earth e pigiare il tasto play per trovarsi catapultati in una realtà parallela dove convivono pacificamente il miglior folk della west coast degli anni '70, un sound che vira a tratti verso la pura avanguardia, delicati ed eccentrici tocchi d'elettronica e una voce  matura ed eterea che a volte si libra dalle parti di un' Enya privata di tutte le pesantezze new age del caso. Il tutto filtrato da una sensibilità surreale e naif dalle parti di Tim Burton.
 Con alle spalle un lavoro sulla lunga distanza, The Innocents del 2014, e un' Ep, Cardamom Times, entrambe piuttosto promettenti, Nathalie torna con un lavoro che se non sarà quello della definitiva consacrazione, ci si avvicina molto.
Fin dall'apertura di Diary le carte sono scoperte, approccio strumentale minimale ma molto ricercato, giri di piano in apparenza semplici ma mai scontati, tastierine sintetiche buttate qua e là con finta nonchalance e, soprattutto, la voce, vero strumento aggiunto, spesso raddoppiata in fase di produzione e capace di emozionare come una vera voce folk deve saper fare. Mai sopra le righe, la voce di Weyes Blood è capace di passare dalle sommesse sonorità dei registri bassi con cui spesso apre i suoi pezzi, a veri e propri voli pindarici nei ritornelli, agevolata da alcune delle melodie più belle e cristalline degli ultimi anni; questo succede in special modo nella sontuosa Be Free, delicatissima ballata graziata da una di quelle melodie che potresti impazzire cercando di ricordare dove l'hai già sentita, ma che in realtà è nuova di zecca e antica come la musica allo stesso tempo, o in Do You Need My Love, dove la voce di Nathalie sembra quasi, nel suo distacco che sa allo stesso tempo emozionare, venire da un'altra dimensione.
Splendide e potenziali hit radiofoniche (magari con arrangiamenti più normalizzati), Generation Why, Seven Words e Away Above, mentre la chiusura è affidata a Font Row Seat, rumoristica e sperimentale.
Per me, uno dei dischi impossibili da mancare del 2016 che mi lascia con grande curiosità in vista di sviluppi futuri.

domenica 20 novembre 2016

Recensione: Brooklyn - Enrico Bevilacqua (2016)


La recensione di oggi ci porta in territori musicali lontani, quelli della black music, del jazz e del groove, pur restando ben ancorati al nostro territorio. “Brooklyn” è infatti il primo lavoro solista di Enrico Bevilacqua, bassista dotato del groove tipico della musica nera americana, ma nativo della vicina Atessa, provincia di Chieti. Bevilacqua ha 31 anni, ma è già sulla breccia da più di un decennio, e vanta collaborazioni importanti, sia in ambito jazz e funk, pensiamo a Patches Stewart, Keith Anderson, Poogie Bell, sia in contesti più pop e commerciali, citiamo solo Giò Di Tonno, cui lo lega anche una profonda amicizia. Con tali referenze Bevilacqua, dopo anni di collaborazioni live e come turnista, esce col suo primo lavoro per la Music Force, e gli appassionati del genere non resteranno certo delusi. Bevilacqua e i colleghi che lo supportano nel disco, tra i quali il già citato Patches Anderson, trombettista di fama mondiale, ma anche le brave vocalist Natascia Bonacci e MS AJ, sono musicisti di razza, abituati a maneggiare con disinvoltura i propri strumenti, e si sente. Il lavoro è infatti registrato in modo perfetto, a volte fin troppo vien da pensare, forse qualche imperfezione non sarebbe stonata visto che parliamo di un genere che vive d’improvvisazione, ogni intervento è perfettamente misurato e il basso di Bevilacqua fa il suo bel lavoro per stare dietro alle divagazioni soprattutto della sezione fiati, sempre in bella evidenza. Il disco è equamente diviso tra cover e pezzi originali, tre infatti sono i pezzi autoctoni, scritti dallo stesso Bevilacqua coi suoi collaboratori, e tre le rivisitazioni di classici del jazz. Le cover sono “Can’t Hide Love”, classico funk del misconosciuto Skip Scarborough, “Caravan” di Juan Tizol, mitico trombettista della Duke Ellington Band e “Beauty And The Best”, composta nientemeno che da Wayne Shorter, e crediamo di fare un bel complimento alla band quando diciamo che i tre pezzi da loro composti non sfigurano, per atmosfere e esecuzione, a fianco di questi grandi classici. Certo il genere scelto da Bevilacqua, o forse è il genere stesso ad aver scelto lui, visto che, come ricorda egli stesso “col groove si nasce”, una sorta di commistione tra funk, acid jazz e jazz più classico, non è quanto di meglio per ambire alla scalata delle classifiche, ma resta comunque un piacere per le orecchie ascoltare la qualità di questo gruppo di musicisti con la “M” maiuscola.

martedì 15 novembre 2016

Le Canzoni Degli Spot: Amazon

Dopo aver impazzato negli ultimi mesi con lo spot avente protagonista il cagnolino azzoppato, Amazon prova a replicarne il grande successo puntando stavolta sulla storia simpaticamente triste del pony emarginato da cavalli di ben altra taglia.
Molti mi avevano chiesto ragguagli sulla soundtrack del primo spot, e ora anche del nuovo, quindi approfitto per un post doppio.
La musica dello spot col cagnolino è tratta dal musical "Paint Your Wagon" del 1969 con Clint Eastwood e Lee Marvin, e il pezzo "Wand'rin' Star" è cantato proprio dal burbero Marvin, che presta il suo vocione nell'insolito ruolo di cantante, peraltro con grande successo anche all'epoca.
Il nuovo spot col Pony vede invece come scelta musicale il celebre duo Sonny & Cher, coppia di incredibile successo tra la fine dei '60 e la metà dei '70. La canzone non è tra le più conosciute del duo, anche se "Little Man" rappresenta pienamente il loro stile e vedrà in quegli anni anche le cover, a dire il vero non felicissime, di Milva e Dalida. Cher, in versione ultra plastificata avrebbe poi continuato come solista di grande successo, tra dischi riusciti e scelte all'insegna del trash più discutibile, mentre Bono, dopo il divorzio, si dedicò con successo alla politica, prima di trovare la morte in un incidente sugli sci.