mercoledì 31 ottobre 2012

Avvistamenti: Neil Young With Crazy Horse - Psychedelic Pill (2012)

Neil Young è tornato coi Crazy Horse, e dopo aver tolto la ruggine rivitalizzando in salsa acida una manciata di classici della tradizione a stelle e strisce(Americana), qui fa sul serio con Psychedelic Pill, un doppio come usava una volta. Gli ingredienti sono i soliti di Mr. Young, cavalcate elettriche di lunghezza sterminata e la sua solita chitarra solista sghemba ma inconfondibile, abbinate a ballate dove la sua voce sembra sempre sul punto di rompersi, ma non lo fa mai, esattamente come da quattro decenni. Qualsiasi pezzo di Psychedelic Pill potrebbe stare su qualsiasi disco classico di Neil Young coi Crazy Horse; a voi decidere se è un bene o un male. Per me è il più bel complimento che si possa fare a questo sessantasettenne che suona come se la rivoluzione fosse ancora credibile.

domenica 28 ottobre 2012

Cine-avvistamenti: Io e te di Bernardo Bertolucci

Portare sullo schermo una storia tratta da un romanzo è operazione da sempre assai pericolosa e tuttavia sempre più in voga, probabilmente per mancanza di idee originali e confortati dalla scarsa quantità di lettori. Io e te sfugge quasi del tutto ai rischi tipici di tale cimento, in virtù del talento registico indiscusso di Bertolucci e della storia pensata da Ammaniti, tanto semplice quanto universale nel trattare i dolori di un giovane d'oggi e, più in generale, quel traumatico passaggio dell'esistenza che va sotto il nome di adolescenza. Per il suo ritorno a quasi dieci anni da The Dreamers, e dopo gravi vicissitudini di salute, Bertolucci sceglie un terreno che gli è congeniale sia come tema(l'adolescenza, appunto, ma anche una sorta di fuga centripeta dalla società), che tecnicamente(il film è girato quasi completamente in un solo interno). La fedeltà alla trama, vista la presenza dello stesso Ammaniti tra gli sceneggiatori, è pressoché totale, anche se pesano un po' la scelta di rinunciare alla voce narrante del protagonista e il finale diverso, come vedremo. E la trama è quella che vede protagonista Lorenzo, quattordicenne asociale per scelta, che si mimetizza nella società per evitare problemi coi coetanei e le eccessive attenzioni dell'iperprotettiva mamma, alla quale è legato da un rapporto a dir poco edipico, al punto da decidere di fingere la partecipazione alla gita scolastica di una settimana, rifugiandosi invece nelle cantine del condominio, confortato in questa sua speciale vacanza dalle compagnie predilette: cibo in scatola, netbook, musica, libri sugli insetti, un formicaio e fumetti di Tex. La pace del suo eremitaggio viene turbata dall'arrivo di Olivia, sorellastra difficile e reietta, che non vede da anni, artista alternativa e tossicodipendente conclamata in cerca di redenzione. La storia si sviluppa sul rapporto che si viene a creare tra i due, e che vedrà Lorenzo crescere e forse aprirsi alla vita e ai rapporti sociali, e Olivia affrontare i suoi fantasmi e forse liberarsi dalla sua dipendenza. Non vi sto a svelare troppo su accadimenti e sul finale, anche se chi ha già letto il libro avrà capito che questo(purtroppo, a mio giudizio) differisce essendo leggermente più aperto alla speranza. A livello tecnico si capisce fin dalla prima inquadratura di essere davanti al lavoro di un grande regista; i protagonisti, gli esordienti Jacopo Olmo Antinori(sorta di versione adolescenziale dell'Alex di Arancia Meccanica)e Tea Falco denotano un'accuratissimo casting(niente bellocci banali, insomma), la fotografia è ottima e la regia si mantiene su ottimi standard, nonostante l'obiettiva osticità dell'ambientazione scelta, tanto che i passaggi migliori, tecnicamente, risiedono, secondo me, nelle scene in esterni, come il piano-sequenza finale con fermo immagine, chiaro omaggio a Truffaut, ma anche nell'insistenza nel cercare da tutte le angolazioni la finestra sbarrata della cantina-bunker. Una nota a parte meritano le musiche, dai Cure agli Arcade Fire, passando per David Bowie. E proprio la storica Space Oddity accompagna la scena chiave del film(nella riscoperta versione italiana, cantata dallo stesso Bowie sulle parole di Mogol, testo banale e a tratti delirante se paragonato all'originale, ma che si adatta perfettamente alla scena)e quella finale. Forse un Bertolucci minore, ma è comunque piacevole da ritrovare, come è piacevole constatare che la malattia e la lunga assenza non abbiano intaccato la sua straordinaria capacità di fare cinema.

giovedì 25 ottobre 2012

Messaggio promozionale

Approfitto del blog per uno scopo schifosamente personale. Due miei racconti partecipano al contest del Festival delle Letterature dell'Adriatico, se qualcuno non ne avesse abbastanza di leggere i miei post da critico della domenica e volesse darci un'occhiata, i link sono qui sotto. Abbastanza insensatamente si vota tramite i "like" di Facebook; visto che lo uso pochissimo(ho più followers sul blog che amici...) chiunque voglia votare faccia pure.

Cover Band Gli inseparabili

lunedì 22 ottobre 2012

Avvistamenti: Balthazar - Rats (2012)

Confesso che i Balthazar, qui alla seconda prova, non li avevo mai sentiti nominare e che rappresentano per il sottoscritto una delle più piacevoli scoperte di questo periodo. Siamo nell'ambito di un indie-pop dalle forti aperture orchestrali che vanno a innestarsi su trame perlopiù acustiche. Come inevitabile sono molti i riferimenti a cui il gruppo belga fa subito pensare; l'iniziale The Oldest Of Sisters, ma anche altri pezzi più avanti nel lavoro, rimanda ad una sorta di Arctic Monkeys depotenziati(il che non è detto che sia un male...), Sinking Ships, nel suo incedere ha qualcosa dei Velvet Underground, mentre alcune atmosfere sembrano citare band come gli Other Lives(Lion's Mouth). Molto suggestivo l'uso dei cori e azzeccato e mai invadente quello degli archi e dei fiati, come nella bella The Man Who Owns The Place, forse la vetta del disco. Altri pezzi forti la beckiana Do Not Claim Them Anymore e l'ottimo uno-due conclusivo con la scurissima Any Suggestions e la sghemba Sides che, introdotta da un'acustica piacevolmente scordata, chiude in modo originale uno dei dischi più godibili degli ultimi tempi.

mercoledì 17 ottobre 2012

Cult: Taxi Driver (1976)

Paul Schrader alla sceneggiatura, Martin Scorsese alla regia, Robert De Niro attore protagonista. È il 1976 e i tre, nei rispettivi ruoli, sono il meglio sulla piazza. E se è vero che nell'arte due più due non sempre fa quattro, questa volta quello che ne esce fuori è uno dei migliori film di sempre. Tutti gli ingredienti sono perfetti; Scorsese è un giovane ma già affermato cineasta, ha un talento tecnico sopra le righe e idee chiare su come usare la macchina da presa. I tempi di Leo Di Caprio sono ancora lontani(ve l'immaginate il faccione da bambino del buon Leo al posto di De Niro?). Schrader scrive ispirandosi alla sua vita in quel periodo, dando corpo alle inquietudini di una società, l'America del dopo Vietnam, che comincia a scricchiolare da tutte le parti. E De Niro è semplicemente perfetto, il suo Travis Bickle entra di diritto tra i personaggi più importanti della settima arte. Ma anche i comprimari sono di altissimo livello, dalla stupefacente tredicenne Jodie Foster al "pappa" Harvey Keitel, dal "mago" Peter Boyle al caratterista Albert Brooks. L'unica a stonare lievemente è forse la bella Cybill Shepherd, fin troppo impassibile nel ruolo di Betsy.
La storia è quella di Travis, reduce del Vietnam, tassista di notte per combattere l'insonnia e disadattato alla disperata ricerca di una missione da compiere per dare un senso alla sua vita. Non importa quale missione, tanto che Travis passerà dal tentativo di sedurre Betsy, che idealizza come perfezione femminile in un mondo completamente marcio, al maldestro e delirante progetto di uccidere un candidato alla Casa Bianca, simbolo del potere e di un sistema lontano dalla gente comune, fino alla redenzione di Iris, la baby prostituta interpretata dalla Foster e al bagno di sangue finale. La ribellione di Travis non ha niente di intellettuale e rivoluzionario, è puro istinto. Neppure lui, in un vuoto che è tanto esistenziale quanto culturale, riesce a trovare le parole per descrivere il suo malessere, vedere la splendida scena in cui chiede consiglio al "mago", uomo d'esperienza altrettanto incapace di esprimere alcunché di umano. Le scene entrate nella leggenda sono tante, da quella già citata a i monologhi allo specchio, dall'acquisto delle armi alla distruzione del televisore, fino al cliente pazzoide che progetta di uccidere la moglie fedifraga(interpretato dallo stesso Scorsese in un riuscito cameo). E altrettante sono le occasioni di apprezzare la mano di Scorsese, qui al suo meglio, dalle soggettive del taxi che taglia in lungo e in largo New York di notte, all'insistita zoomata sull'aspirina nel bicchiere, simbolo dell'alienazione di Travis, dalle ripetute scene allo specchio fino al devastante finale con il rosso del sangue volutamente desaturato, si dice per evitare problemi con la censura, ma che nelle mani del regista diventa un ulteriore occasione di stupire. Perfette anche le atmosfere create dalle musiche di Bernard Herrmann, compositore già caro a Hitchcock.
Un'opera irripetibile.

lunedì 15 ottobre 2012

Avvistamenti: Tame Impala - Lonerism(2012)

Il secondo disco è il più difficile è uno dei luoghi comuni più longevi nel mondo del pop ed ecco che la band di Kevin Parker, dopo l'esordio apprezzato pressocché all'unanimità di due anni fa, Innerspeaker, tenta di sottrarvisi dando alle stampe Lonerism, ulteriore pastiche di pop e psichedelia. Va detto che il lavoro funziona, anche se l'ambizione di Parker di avviare il pubblico più pop ai viaggi lisergici resterà delusa; Lonerism rimane ascolto troppo pesante e fuori portata per l'ascoltatore meno smaliziato. Chi è più addentro a robe di psych-rock, potrà divertirsi invece a scovare le disparate influenze del lavoro, Beatles e Todd Rundgren su tutti. A me è parso di cogliere soprattutto l'influenza dei primi, periodo Tommorrow Never Knows, per intenderci, specie in episodi quali l'apertura di Be Above It, nella bella Feels Like We Only Go Backwards, e nella ballata Sun's Coming Up, vera perla ultra lennoniana. Cos'è che non funziona perfettamente allora, in questo secondo lavoro dei Tame Impala? Secondo me il fatto che la psichedelia rimanga una patina, fatta di distorsioni, effetti vari, tastiere prog e voci filtrate, risate e voci di sottofondo(trucco già vecchio ai tempi di Dark Side), pezzi di prog blues(Elephant) indecisi tra riff rocciosi e Gioca Jouer, a voler mascherare uno scheletro pop, di onestissimo e avvolgente pop. Quindi onore a Kevin Parker, ma se cercate trip mentali e sperimentalismi d'avanguardia, rimarrete delusi.

giovedì 11 ottobre 2012

Avvistamenti: Jens Lekman - I Know What Love Isn't (2012)

Giunto al terzo album(senza considerare EP e raccolte varie), il songwriter svedese ci regala una delle perle dell'anno, una raccolta di canzoni per cuori infranti, ma senza stare troppo a piangersi addosso. Rispetto ai lavori precedenti Jens lavora di sottrazione, ricorrendo ad arrangiamenti più semplici ma che non rinunciano alla sua proverbiale raffinatezza. Così siamo sempre dalle parti(nobili) di Bacharach, Brian Wilson, Morrissey, ma anche di un James Taylor d'annata. La cocente amarezza di pezzi come She Just Don't Want To Be With You Anymore, di The World Moves On o di Every Little Hair Knows Your Name, viene sempre stemperata dalla dolcezza delle melodie, da un assolo di sassofono o dalla voce carezzevole da giovane crooner di Lekman, sempre senza scadere nel melenso. Specie la già citata e conclusiva Every Little Hair... merita un cenno particolare; è, a mio giudizio, la vetta del disco, una struggente ballata solo voce e chitarra classica da brividi, che rimanda alla bellissima Bookends di Simon & Garfunkel. Ed ecco che ci troviamo di fronte al piccolo miracolo di un album che è un vero gioiellino di semplicità, da ascoltare e riascoltare e capace di dare un attimo di conforto anche a chi ha il cuore a pezzi. Non è anche a questo che serve la musica?

martedì 9 ottobre 2012

Avvistamenti: Poor Moon-S/T(2012)

Dopo il riuscitissimo lavoro del fuoriuscito Josh Tillman sotto l'egida di Father John Misty, un altro spin-off dei Fleet Foxes. Questa volta si tratta di Christian Wargo e Casey Wescott, tastierista e bassista della band madre. Se con Tillman abbiamo assistito a una netta e salutare separazione dalle atmosfere dei Fleet Foxes, qui l'impronta del gruppo originale e chiarissima, anche se in tutti e due i casi la qualità rimane piacevolmente alta. I rimandi ai Fleet Foxes sono palesi nelle atmosfere folk delicate e bucoliche, con qualche traccia di psichedelia e soprattutto negli impasti vocali. Croce e delizia del lavoro la compattezza; l'album si ascolta infatti tutto d'un fiato, sia per la lunghezza non eccessiva quanto, e soprattutto, per l'uniformità delle atmosfere. Caratteristica quest'ultima che, però, tende a far somigliare un po' troppo i pezzi tra loro. Parziale, e piacevole, eccezione la fa la parte centrale dell'album, dove in Holiday, Waiting For e Heaven's Door si vira verso territori leggermente meno bucolici e l'arrangiamento si elettrifica giusto un po'. Per il resto siamo dalle parti, oltre che della band seminale, di Simon & Garfunkel e Beach Boys, con i due transfughi che dimostrano comunque un bel talento nel confezionare melodie semplici ma che si fanno ricordare con piacere, ascoltare la conclusiva, riuscita, Birds.

lunedì 8 ottobre 2012

Avvistamenti: Calexico-Algiers(2012)

È dura fare qualcosa di nuovo nell'ambito della musica pop. E ancora più duro è tirare avanti dopo che qualcosa di nuovo lo si è fatto per davvero. Prendete la creatura di Burns e Convertino, per esempio; il loro spericolato mix di musica folk e mariachi, tex-mex e blues, country e rock, fin fagli inizi ha fatto gridare più d'un critico al miracolo. Ed ecco ora gli stessi critici che fanno il tiro al bersaglio a ogni loro nuova uscita. Se il disco ricalca gli stilemi dei favolosi esordi, li si accusa di tirare la carretta, se i nostri provano a inserire qualche novità li si accusa di essersi snaturati. E così giù a dare addosso con giudizi taglienti e voti risicati a un lavoro come il recente Algiers, ovvero uno dei dischi più godibili e riusciti di un 2012 non proprio florido a livello di uscite di qualità. Si tratta di un lavoro essenzialmente in linea con le sonorità storiche dei Calexico, piacevolmente compatto rispetto alle abitudini e con il riuscito inserimento di qualche sonorità più indie-pop. Ed ecco che, se la title-track o pezzi come Sinner in the sea e Para, ma anche No te vayas, cantata in spagnolo, sono tipiche del loro repertorio, pezzi come Splitter rappresentano un gustoso abboccamento su versanti pop-rock. Non mancano ballate di gran classe quali Hush e The Vanishing Mind, soprattutto quest'ultima polverosa come un deserto di confine. Fidatevi, Algiers è un lavoro che, se gli date il giusto tempo in quest'epoca di ascolti usa e getta, consumerà il vostro lettore mp3.

sabato 6 ottobre 2012

Avvistamenti: Get Well Soon-The Scarlet Beast Of Seven Heads(2012)

Terzo lavoro per il progetto del tedesco Kostantin Gropper, dopo l'esordio di quattro anni fa, molto apprezzato da queste parti, e Vexations del 2010, meno valido, almeno per chi scrive. Le atmosfere sono più o meno le solite, indie-pop intimista condito da grandiose aperture orchestrali, melodie senza tempo e un pizzico d'elettronica. Più che nei lavori precedenti, qui Kostantin paga dazio ai suoi(tanti) miti musicali, come chiarisce bene il video "fuori di testa" di Roland, I Feel You, una scatenata sarabanda di immagini che omaggia gli spaghetti western, Tarantino, gli horror giapponesi e certe atmosfere da cinema di genere italiano anni '70, dalle parti di Argento e Bava. Lo stesso accade, come si diceva, anche con le atmosfere musicali che citano spesso Morricone, sia quello western che quello più sperimentale, anche nell'utilizzo di certi cori e delle voci femminili; ma le fonti di ispirazione di Gropper sono molteplici, dal fantasma degli onnipresenti Arcade Fire, che sembra aleggiare più di una volta, al palese omaggio a Wendy Carlos(autrice della colonna sonora di Arancia Meccanica) in Wendy, a certe atmosfere che rimandano al primo Scott Walker. Insomma il rischio con Get Well Soon è che il raffinato esercizio di stile prenda il sopravvento sull'anima del lavoro. Rischio che, per questa volta, pare scongiurato.