venerdì 30 settembre 2011

Avvistamenti : Father, Son, Holy Ghost-Girls (2011)


Difficilmente avrei creduto in questo periodo di poter apprezzare tanto un disco di rock così classico da permettersi di riunire sotto lo stesso tetto Beatles, Neil Young, qualche cadenza prog e sbuffi di psichedelia bucolica a-la Pink Floyd, e ancora ballatone lacrimevoli tipicamente sixties, assoli di chitarra lancinanti e tutto l'armamentario rock anni '70. E una certa raffinatezza indie-pop.
Eppure i Girls, creatura del biondo e dannatissimo Cristopher Owens, riescono col loro secondo lavoro ad assestare un colpo da KO dopo l'altro, mettendo in scena il travaglato privato del loro leader in una serie di pezzi degni di far parte del meglio di questo 2011. C'è Vomit, pezzo forte della raccolta, costruita su un arpeggio di elettrica che piano prende il volo verso il rock più classico, per poi atterrare su un finale gospel; il tutto passando per uno degli assoli di chitarra elettrica più acidi degli ultimi tempi. Just a song e Forgiveness sono pezzi più composti, con cambi di atmosfere e ritmo, mentre Die è una cavalcata rock che unisce un'andatura stile Muse e jam alla Neil Young con passaggi floydiani. My mà e Love like a river sono ballate anni '60, con la prima che cita apertamente la chitarra di George Harrison, ma che esibisce anche una vistosa somiglianza con The greatest di Cat Power.
In definitiva un gran bel disco vecchio stile, a tratti sopra le righe come la vita di Owens, che invoglia chi se lo fosse perso a recuperare anche l'esordio della band.

giovedì 29 settembre 2011

Pioggia-Charles Bukowski


Un'orchestra sinfonica.
Scoppia un temporale,
stanno suonando un'ouverture di Wagner
la gente lascia i posti sotto gli alberi
e si precipita nel padiglione
le donne ridendo, gli uomini ostentatamente calmi,
sigarette bagnate che si buttano via,
Wagner continua a suonare, e poi sono tutti
al coperto. Vengono persino gli uccelli dagli alberi
ed entrano nel padiglione e poi c'è la Rapsodia
Ungherese n. 2 di Lizst, e piove ancora, ma guarda,
un uomo seduto sotto la pioggia
in ascolto. Il pubblico lo nota. Si voltano
a guardare. L'orchestra bada agli affari
suoi. L'uomo siede nella notte nella pioggia,
in ascolto. Deve avere qualcosa che non va,
no?
È venuto a sentire
la musica.


Fotografia : Musician, di Robert Doisneau

martedì 27 settembre 2011

Avvistamenti : Submarine-Alex Turner (2011)


Questo m'era proprio sfuggito, visto che la sua uscita risale a più di qualche mese fa; poco male, lo recuperiamo ora. Alex Turner, genietto di Sheffield, deus ex machina degli Arctic Monkeys e degli ottimi Last Shadow Puppets, debutta da solista con un'Ep/colonna sonora, tenendo basso il profilo ma regalandoci un gioiellino acustico di una delicatezza che sembra non appartenere a quest'epoca. Il lavoro, così come il film cui fa da soundtrack, si intitola Submarine, ed è una raccolta di sei pezzi che più british non si potrebbe, rincorrendo un immaginario fil rouge che unisce Beatles, Kinks, il Noel Gallagher più romantico e ispirato, il Badly Drawn Boy dei tempi d'oro e la malinconia di Richard Hawley. Il tutto combinato con la tipica, uggiosa attitudine inglese. Particolarmente riuscite la classicissima ballata (che ha qualche debituccio con Don't think twice...di Dylan e con un pezzo del francese Francis Cabral)It's hard to get around the wind, e la conclusiva Piledriver Waltz, dove lo spettro di Hawley prende consistenza; ma tutto il disco è ampiamente sopra la media.

lunedì 26 settembre 2011

Haiku-Kikaku



Che ci sia la luna

sul sentiero notturno

di chi porta i fiori


Illustrazione : Moonlight on the Viga canal-Helen Hyde

sabato 24 settembre 2011

Avvistamenti : Only In Dreams-Dum Dum Girls (2011)


Secondo lavoro per le Dum Dum Girls, anzi terzo se consideriamo il bell'Ep He gets me high. La creatura della front-woman Dee Dee (alias Kristin Gundred), dopo il promettente esordio del 2010, I will be, dai limacciosi sapori fuzz-punk, si propone qui in una veste leggermente più pop, anche se gli ingredienti di base sono più o meno gli stessi. La somiglianza coi Raveonettes è in alcuni episodi lampante, del resto alla produzione troviamo Sune Rose Wagner, ma non mancano riferimenti a gruppi come Gun Club, Opal e Mazzy Star. Gli arrangiamenti ripropongono chitarre cristalline e una spruzzata di immancabile shoegaze, tanto cari a Wagner, e melodie che sembrano venire diritte da tanti episodi sixties. L'ispirazione non è forse ai buoni livelli del primo lavoro, anche se la godibilità in tempi di ascolti distratti finisce per guadagnarci, tanto che alcuni pezzi potrebbero tranquillamente godere dell'airplay radiofonico, in un mondo migliore. A parziale riprova di una relativa mancanza di idee, va però citato il fatto che un pezzo come Coming down, ballatona molto bella e ben interpretata da Dee Dee, vero pezzo forte del lavoro, accusi un pesante debito nei confronti di Fade into you, uno dei cavalli di battaglia dei troppo spesso dimenticati Mazzy Star; consideriamolo un tributo ad una band importante e sottovalutata.

giovedì 22 settembre 2011

A casa Hopper-Lawrence Ferlinghetti


A casa Hopper
sulla spiaggia di Truro
Mi giro e alzo gli occhi a guardarla
alta sulla scogliera
E sono Edward Hopper
il famoso pittore americano
disteso sul pendio
fra le erbe della sabbia
e mi giro e alzo gli occhi verso
il Mondo di Hopper
dove abitò tutti quegli
anni spazzati dal vento
certo non solo e malinconico
come i personaggi dei suoi quadri
nelle bettole aperte tutta notte
dietro ai vetri d'un mattino domenicale
in camere da letto con le lampadine appese a un filo
fari assolati
verande di serate estive
case lungo la ferrovia
facciate vittoriane
di vuoto
Eppure saprei dipingerli diversi adesso io?
alla fine estrema del nostro secolo distorto
come se la sovrappopolazione adesso
avesse davvero sconfitto
le nostre immense solitudini
per cui simbolo di successo è ancora
una casa isolata
su un colle.

martedì 20 settembre 2011

Avvistamenti : Sparrow And The Workshop-Spitting Daggers (2011)


Provate a immaginare la scena : un lago dell'Irlanda, un cielo uggioso al punto da confondere nel grigio piombo il confine tra l'acqua e ciò che gli sta sopra e in mezzo Jill O'Sullivan che, di spalle, lancia sassi che rimbalzano sulla superficie dello specchio d'acqua increspandolo appena. Già, perche Jill O'Sullivan, oltre che la spiritata ed affascinante cantante di questi Sparrow and the workshop, è anche una campionessa di Stone Skimming, appunto l'atto di lanciare sassi e farli rimbalzare sull'acqua, che, ci crediate o no, esiste come sport e ha anche un suo campionato. Inoltre la O'Sullivan, e con quel cognome non poteva andare diversamente, è irlandese, pur essendo cresciuta a Chicago, mentre i suoi due compagni d'avventura vengono da Scozia e Galles. Per loro sono stati evocati illustri paragoni e coniate varie categorie; mettiamola così, a me è piaciuta la definizione folk-noir, mentre la voce di Jill mi ha evocato fortemente quella di Grace Slick dei Jefferson Airplane (ascoltate ad esempio Spitting Daggers). Altri riferimenti più rassicuranti sono i vari gruppi della nuova ondata folk (Mumford & sons, Fleet Foxes e via dicendo), dai quali però, gli Sparrow si distinguono per una versatilità che li fa ondeggiare tra folk, psichedelia acida e rock più classico, evitando il rischio noia, sempre presente. Un album comunque non facilissimo, che decolla dopo qualche ascolto, e che si chiude in maniera superlativa con la tenue ballata Soft sound of your voice, dove la voce di Jill O'Sullivan, doppiata dai cori del batterista Gregor Donaldson, riesce veramente a dare i brividi.

sabato 17 settembre 2011

Avvistamenti : Velociraptor-Kasabian (2011)


A due anni dal fortunato West Ryder Pauper Lunatyc Asylum, album che a me era piaciuto molto, al di là dell'oggettiva e multipla derivatività dai quarant'anni di rock precedenti, esce il nuovo lavoro dei Kasabian, Velociraptor. La maturazione della band di Manchester, già evidente nel precedente disco, qui si spinge ancora avanti smussando quegli eccessi che però, paradossalmente, facevano di West Ryder...un lavoro dalla personalità più marcata rispetto a questa ultima fatica. Manca forse un pezzo sballato come Vlad the impaler, o un riff che ti si appiccica addosso come quello di Underdog, anche se la forza dei Kasabian rimane comunque quella di scrivere brani che, pur rimanendo impressi al primo ascolto, non vengono subito a noia, come succede nel pop migliore. Altro punto a favore di questa nuova uscita è l'effettiva maturazione del vocalist Tom Meighan, che ha smesso di emulare Liam Gallagher, il cui bel timbro ricorda a tratti quello di Richard Ashcroft, soprattutto in riuscite ballad come Goodbye Kiss e La Fee Verte, forse i pezzi più riusciti. Tra qualche riempitivo di troppo, spicca anche Days are forgotten, che cita a piene mani Immigrant song dei Led Zeppelin, e Let's roll just like we used to. Insomma, un lavoro che resta ben lontano dal cambiare la storia del rock, ma che non mancherà di essere apprezzato da chi vuol passare un'oretta in compagnia di un disco leggero ma non banale.

mercoledì 14 settembre 2011

Erri De Luca-Proposta di modifica


C'è il verbo snaturare, ci dev'essere pure innaturare,
con cui sostituisco il verbo innamorare
perchè succede questo: che risento il corpo,
mi commuove una musica, passa corrente sotto i
polpastrelli,
un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,
in fondo all'osso sacro scodinzola una coda che s'è
persa.
Mi sono innaturato: è più leale.
M'innaturo di te quando t'abbraccio.


Fotografia di Robert Doisneau

lunedì 12 settembre 2011

Avvistamenti : Cults-S/T (2011)


Se hai vent'anni e un curriculum musicale lungo due canzoni pubblicate solo in rete, e la Columbia ti mette sotto al naso un contratto discografico, è probabile che qualche qualità ce la dovrai pur avere. Partendo da questo (quasi) incontrovertibile assunto, stasera vi segnalo l'omonimo album di debutto dei Cults, alias Madeline Follin e Brian Oblivion. Si tratta essenzialmente di una rivisitazione dei classici suoni vintage-pop anni '60, rivisti sotto una lente blandamente shoegaze. Questo ritorno così prepotente dello shoegaze, ultimamente, serve spesso a mascherare sotto una coltre di rumore una certa mancanza di idee, ma nel caso dei Cults le cose stanno solo parzialmente così; infatti l'album dei due di New York è sostanzialmente un buon debutto, meno sofisticato di certo dream pop, ma che potrebbe riuscire gradito, ad esempio, a chi apprezza band come i Raveonettes e le Dum Dum Girls, che propongono una miscela simile, anche se un po' più virata al rock, da tempo.O a chi ha apprezzato l'esordio dei La Sera, dalle atmosfere molto simili ma una spanna sotto come produzione.

domenica 11 settembre 2011

venerdì 9 settembre 2011

Chiedi alla polvere-John Fante



Incipit

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto.


Che fare, allora? Alzerò la faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce
impaurita? Mi scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per
attirare l'attenzione del mio Cristo? O non è forse più ragionevole che
io mi ricopra e continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e
momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata
solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire
le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come
l'amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la
quieta attesa della notte e una tenue paura dell'abbraccio avvolgente e
derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle
mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni
della mia gioventù. E io sarò perdonato, per questo e per altro, per
Vera Rivken e per l'incessante battere d'ali di Voltaire, affascinante
uccello, e perché mi sono fermato a osservarlo e a sentirne il canto.
Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare.


A parte il contorno del viso e il candore dei denti, non era bella.


Questo non è che l'inizio, ma potrei anche raccontarti la storia di una sera passata sulla spiaggia con una principessa bruna, parlarti della sua carne senza significato, dei suoi baci come fiori di cera, privi di profumo nel giardino della mia passione.


Due persone in una stanza: una è una donna, l'altra Arturo Bandini, che non è né carne, né pesce, né niente.


Dio Onnipotente, mi dispiace di essere diventato ateo, ma hai mai letto Nietzsche?!


– Ti odio – mi disse.
Lo sentivo quest'odio, potevo quasi annusarlo, o udirne il suono, ma sogghignai di nuovo. – Lo spero bene, ribattei. – Chi si attira il tuo odio non può essere altro che un tipo in gamba.


– Giovanotto, – mi disse. – È messicano per caso?
Mi indicai e mi misi a ridere.
– Messicano, io? – scossi il capo. – Sono americano, signora Hargraves. E quello non è un racconto sui cani. Parla di un uomo e non è niente male. Non c'è nemmeno un cane, lì dentro.
– Non ospitiamo messicani in quest'albergo, – insisté.
– Non sono messicano. E il titolo l'ho tratto da una favola. «E il cagnolino rise a vedere uno simile spasso».
– E nemmeno ebrei, – concluse.


Si cominciava a scorgere, in distanza, il luccichio tremolante della canicola. Risalii il sentiero fino alla Ford. Presi la copia del mio libro, del mio primo libro, la aprii e scrissi a matita sul risguardo: "A Camilla, con amore, Arturo". Percorsi un centinaio di metri verso sud-est e, con tutta la forza che possedevo, gettai il libro nella direzione che lei aveva preso. Poi montai in macchina, avviai il motore e partii per Los Angeles.


Dalla prefazione

Così l'ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere.
E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro.

giovedì 8 settembre 2011

Anna Achmatova


Il nostro sacro mestiere
esiste da millenni.
Con lui al mondo non occorre luce:
ma nessun poeta ha detto ancora
che la saggezza non esiste,
che non esiste la vecchiezza
e forse nemmeno la morte.

Anna Achmatova

mercoledì 7 settembre 2011

Originale vs Cover : Be my baby-Ronettes/John Lennon


Cover. Un terreno paludoso dove i più affondano, irrimediabilmente. Quante ce ne tocca subire, così a caso, il Vasco che massacra i Radiohead, o Venditti che scippa i Crowded House e poi ti fa - ...e quelli là chi li conosce...-o, se volete, Jovanotti che ripropone De Andrè con tutta l'onesta di questo mondo, ma a fischiettare Il suonatore Jones proprio non ce la fa; velo pietoso sulle decine di cover band che rifanno i loro idoli in tutto e per tutto, deduco anche quando si rinchiudono in quel posticino che avete capito benissimo. Una volta conobbi il cantante di una cover band di Ligabue, imitava, si badi bene giù dal palco, anche la parlata strascicata e assai poco invidiabile del liga, tutto fiero di non aver niente di suo da proporre, la negazione dell'arte...ma questa è un'altra storia e un post non può diventare la Gerusalemme liberata. Terreno scivoloso, dunque, dove chi rimane in equilibrio e a volte supera l'originale non può che essere un grande; Nick Cave che rifà Disco 2000 dei Pulp, o Johnny Cash che rifà qualsiasi cosa possa uscire dal manico della sua chitarra, o M Ward alle prese con l'insidiosa Let's dance di Bowie, o gli Czars e Micah P. Hinson che riescono a mantenere l'equilibrio per un album intero. A questo elenco, se siete d'accordo, aggiungerei John Lennon (se non lo siete, pazienza...); il nostro vanta forse come cover più conosciuta l'immortale Stand by me, già di Ben E. King, ma quello che voglio proporvi è qualcos'altro. Be my baby è forse il pezzo più celebre delle Ronettes, perfetto esempio di canzone pop anni '60, magari un filo smielata, ma comunque perfetta nel suo genere; del resto Phil Spector non era l'ultimo arrivato, come anche i Beatles ben sapevano. Ma la versione di Lennon è sublime, una completa trasfigurazione dell'originale; ascoltate l'intro, una chitarra acustica battuta indolentemente come piace tanto fare oggi agli Arcade Fire e a tanti nobili esponenti dell'indie, qualche secondo e arriva la linea di basso, semplice e incalzante, presto doppiata dal piano. Quando poi arrivano i fiati e la batteria il brano si colora di una venatura reggae, rimanendo al tempo stesso quanto di più lontano dal reggae si possa immaginare; gli strumenti si aggiungono uno dopo l'altro,con naturalezza, in quello che potremmo definire uno sviluppo orizzontale(e non parliamo di film porno...). Il pezzo avrebbe già un suo perchè così, quando ecco la voce di Lennon; bè, la voce di Lennon tutti la conosciamo, Liam Gallagher si farebbe tagliare un braccio per cantare così una volta nella vita, eppure non è mai semplice scrollarsela di dosso così facilmente; la voce di Lennon in Be my baby arriva dritta dall'anima, è il grido disperato e sensuale di chiunque abbia mai amato qualcosa, o qualcuno, di irrangiungibile. Be my baby nella versione originale è un pezzo di storia del pop, fantastica. Be my baby, la cover, è un pezzo dell'anima di Lennon e di chi abbia mai avuto il cuore strizzato da un amore impossibile.

martedì 6 settembre 2011

Aforismi-Emil Cioran


Nei momenti critici una sigaretta porta più sollievo che i vangeli.

Senza la possibilità del suicidio, avrei potuto uccidermi molto tempo fa.
Dio: una malattia dalla quale immaginiamo di essere stati curati perché nessuno ai nostri giorni ne rimane vittima.
Il fatto che la vita non ha un significato è una ragione per vivere, l'unica in grado di darle un senso.
Una sensazione deve essere caduta molto in basso per accettare di trasformarsi in un'idea.
Noi deriviamo la nostra vitalità dal magazzino della pazzia.
La conversazione è feconda soltanto fra spiriti dediti a consolidare le loro perplessità.
Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro sicuramente avrebbe affondato la sua barca.
Al contrario di Giobbe, non ho maledetto il giorno della mia nascita. Ma in compenso ho colmato di maledizioni tutti gli altri giorni.
Ammettendo l'uomo la natura ha commesso molto più di un errore di calcolo: un attentato a se stessa.
L'unico modo di conservare la propria solitudine è di offendere tutti, prima di tutti, coloro che si ama.
La speranza è la forma normale del delirio.
Quello che so a sessant'anni, lo sapevo anche a venti. Quindi quarant'anni di una lunga, evitabile verifica.
Nessuno guarisce dalla malattia dell'essere nato, una ferita mortale se mai ce n'è stata una.

Soltanto chi non ha approfondito nulla può avere delle convinzioni.

Emil Cioran

lunedì 5 settembre 2011

Avvistamenti : Timber Timbre-S/T (2009) e Creep On Creepin' On (2011)


I Timber Timbre, progetto di folk-rock noir che fa capo a Taylor Kirk, sono attivi già da qualche anno ma, ahimè, li ho scoperti solo ora. Meglio tardi che mai, si dice. Hanno all'attivo quattro album, anche se i primi due sono lavori autoprodotti, ancora un po' acerbi e sacrificati nella produzione e nei suoni, con forti accenti country. Voglio parlarvi invece degli ultimi due, i primi distribuiti da una vera casa discografica (la Arts & Crafts ). Il primo, che prende il titolo dal nome della band, è una raccolta di brani incisi con una scarna stumentazione analogica, a cavallo di un blues spettrale con echi di Screamin' Jay Hawkins, e un folk più tradizionale che va da Dylan a Bon Iver. Si va dall'asciutta apertura di Demon Host alla lentissima ballad Lay down in the tall grass, tutta costruita su un delicatissimo tappeto d'organo, a Until the night is over, che cita in avvio la favolosa House on the rising sun degli Animals, fino al blues cupo di Troubles come knocking.


L'album più recente è uscito qualche mese fa, si intitola Creep on creepin' on e, a mio avviso, è pure meglio. La voce di Kirk, ancora più matura, si pone a metà tra un Elvis dark e Antony Hegarth (Antony and the Johnsons), mentre il songbook si arricchisce di una serie di pezzi imprescindibili, a partire da due vere gemme come Black Water e Woman. Da notare anche i video di queste ultime, molto particolari e ben riusciti.

domenica 4 settembre 2011

Adagio-Amos Oz


Da mattina a sera fuori scorre una luce che tutto pensa fuorché d'essere luce.
Cime di fronde che respirano silenzio senza bisogno alcuno di trovare
il codice dell'essere alberi. Steppe inerti per sempre adagiate senza darsi pena della propria desolazione. Sabbie sperdute senza stare a domandarsi
fino a quando e perché e dove. Tutto questo esistere strabiliante
eppure non strabiliato. Rossa sale la luna, un occhio versato pare
che ustiona la tenebra del cielo, tacita ma non attonita. Un gatto appisolato sul muretto.
Pisola e respira. Niente più. La notte il vento gira, alita sui boschi e colli, gira e va. Alita.
Senza pensieri e mugugni. Solo tu, terra e umore, sino a che viene mattino
scrivi e cancelli, cerchi causa e rimedio.

venerdì 2 settembre 2011

Avvistamenti : Troubles Of The Brain-The Veils (2011)


Quando i Veils uscirono qualche anno fa con The runaway found,il loro primo lavoro, ci fu un momento in cui rischiarono seriamente(grazie soprattutto a Lavinia,uno di quei pezzi difficili da scrollarsi dall'anima)di fare il botto; fortunatamente arrivarono i Franz Ferdinand, e così i nostri sono rimasti a tutt'oggi un culto con un loro discreto seguito, ma ben lontani dall'esposizione che ha snaturato colleghi più quotati come, per esempio, i Coldplay.
Qualche mese fa Finn Andrews e soci hanno pubblicato questo Troubles of the brain, un EP di sette brani, di cui sei inediti, che somiglia molto ad un album e ancor più a un gioiellino. Le atmosfere sono quelle a cui i Veils ci hanno abituato, ossia pezzi pop ritmati e godibili dalle parti di Arcade Fire e del miglior brit pop(Bloom, The stars came out...e Don't let the same bee sting you twice), alternati a ballate più uggiose e malinconiche dove Finn sembra trovare la sua miglior dimensione(Grey Lynn Park,Us godless teenager) e che ci portano in territori per animi sensibili, dove si avventurarono a loro tempo gli Smiths e, più recentemente, Beirut e Other Lives.


giovedì 1 settembre 2011

Fahrenheit 451-Ray Bradbury


Incipit

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d'orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l'uomo premette il bottone dell'accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo.


Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.


Ho diciassette anni e sono pazza. Mio zio dice che queste due cose vanno sempre insieme.


«Come si spiega», le disse una volta, presso l'ingresso della sotterranea, «che mi sembra di conoscervi da tanti anni?»
«Perché io vi voglio bene», ella disse, «e non voglio nulla da voi. E poiché ci conosciamo bene tutt'e due.»


Riempi i loro crani di dati non combustibili, imbottiscili di "fatti" al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni, ma sicuri di essere "veramente bene informati". Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione di movimento, quando in realtà son fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch'è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza.


Ero bambino, quando mi morì il nonno, che era uno scultore di valore. Era anche un uomo d'animo gentile che aveva molto amore da dare al mondo e aveva contribuito grandemente ad alleviare la miseria nel quartiere povero della nostra città. Costruiva giocattoli per noi e aveva fatto un milione di cose buone in vita sua. Era un uomo che aveva sempre le mani in moto per fare qualche cosa. Ora, quando morì, io mi accorsi ad un tratto che non piangevo per lui, ma per tutte le cose che aveva fatto. Piangevo perché non le avrebbe fatte mai più, non avrebbe mai più scolpito o intagliato un pezzo di legno, mai più ci avrebbe aiutato ad allevare colombe e piccioni nel giardino di casa, né avrebbe suonato più il violino come lui solo sapeva fare, né ci avrebbe più raccontato le cose buffe che ci raccontava.


«...sapete cosa ho scoperto?»
«Che cosa?»
«Che la gente non dice nulla»
«Oh, parlerà pure di qualche cosa, la gente!»
«No, vi assicuro. Parla di una gran quantità di automobili, parla di vestiti e di piscine e dice che sono una meraviglia! Ma non fanno tutti che dire le stesse cose e nessuno dice qualcosa di diverso dagli altri...»