giovedì 8 dicembre 2016

Recensione: Front Row Seat To Earth - Weyes Blood (2016)

Già dalla surreale cover del disco si intuisce che nel mondo di Weyes Blood, moniker della californiana Nathalie Mearing, le cose non vanno come in quello di noi comuni mortali. Basta poi procurarsi Front Row Seat To Earth e pigiare il tasto play per trovarsi catapultati in una realtà parallela dove convivono pacificamente il miglior folk della west coast degli anni '70, un sound che vira a tratti verso la pura avanguardia, delicati ed eccentrici tocchi d'elettronica e una voce  matura ed eterea che a volte si libra dalle parti di un' Enya privata di tutte le pesantezze new age del caso. Il tutto filtrato da una sensibilità surreale e naif dalle parti di Tim Burton.
 Con alle spalle un lavoro sulla lunga distanza, The Innocents del 2014, e un' Ep, Cardamom Times, entrambe piuttosto promettenti, Nathalie torna con un lavoro che se non sarà quello della definitiva consacrazione, ci si avvicina molto.
Fin dall'apertura di Diary le carte sono scoperte, approccio strumentale minimale ma molto ricercato, giri di piano in apparenza semplici ma mai scontati, tastierine sintetiche buttate qua e là con finta nonchalance e, soprattutto, la voce, vero strumento aggiunto, spesso raddoppiata in fase di produzione e capace di emozionare come una vera voce folk deve saper fare. Mai sopra le righe, la voce di Weyes Blood è capace di passare dalle sommesse sonorità dei registri bassi con cui spesso apre i suoi pezzi, a veri e propri voli pindarici nei ritornelli, agevolata da alcune delle melodie più belle e cristalline degli ultimi anni; questo succede in special modo nella sontuosa Be Free, delicatissima ballata graziata da una di quelle melodie che potresti impazzire cercando di ricordare dove l'hai già sentita, ma che in realtà è nuova di zecca e antica come la musica allo stesso tempo, o in Do You Need My Love, dove la voce di Nathalie sembra quasi, nel suo distacco che sa allo stesso tempo emozionare, venire da un'altra dimensione.
Splendide e potenziali hit radiofoniche (magari con arrangiamenti più normalizzati), Generation Why, Seven Words e Away Above, mentre la chiusura è affidata a Font Row Seat, rumoristica e sperimentale.
Per me, uno dei dischi impossibili da mancare del 2016 che mi lascia con grande curiosità in vista di sviluppi futuri.

domenica 20 novembre 2016

Recensione: Brooklyn - Enrico Bevilacqua (2016)


La recensione di oggi ci porta in territori musicali lontani, quelli della black music, del jazz e del groove, pur restando ben ancorati al nostro territorio. “Brooklyn” è infatti il primo lavoro solista di Enrico Bevilacqua, bassista dotato del groove tipico della musica nera americana, ma nativo della vicina Atessa, provincia di Chieti. Bevilacqua ha 31 anni, ma è già sulla breccia da più di un decennio, e vanta collaborazioni importanti, sia in ambito jazz e funk, pensiamo a Patches Stewart, Keith Anderson, Poogie Bell, sia in contesti più pop e commerciali, citiamo solo Giò Di Tonno, cui lo lega anche una profonda amicizia. Con tali referenze Bevilacqua, dopo anni di collaborazioni live e come turnista, esce col suo primo lavoro per la Music Force, e gli appassionati del genere non resteranno certo delusi. Bevilacqua e i colleghi che lo supportano nel disco, tra i quali il già citato Patches Anderson, trombettista di fama mondiale, ma anche le brave vocalist Natascia Bonacci e MS AJ, sono musicisti di razza, abituati a maneggiare con disinvoltura i propri strumenti, e si sente. Il lavoro è infatti registrato in modo perfetto, a volte fin troppo vien da pensare, forse qualche imperfezione non sarebbe stonata visto che parliamo di un genere che vive d’improvvisazione, ogni intervento è perfettamente misurato e il basso di Bevilacqua fa il suo bel lavoro per stare dietro alle divagazioni soprattutto della sezione fiati, sempre in bella evidenza. Il disco è equamente diviso tra cover e pezzi originali, tre infatti sono i pezzi autoctoni, scritti dallo stesso Bevilacqua coi suoi collaboratori, e tre le rivisitazioni di classici del jazz. Le cover sono “Can’t Hide Love”, classico funk del misconosciuto Skip Scarborough, “Caravan” di Juan Tizol, mitico trombettista della Duke Ellington Band e “Beauty And The Best”, composta nientemeno che da Wayne Shorter, e crediamo di fare un bel complimento alla band quando diciamo che i tre pezzi da loro composti non sfigurano, per atmosfere e esecuzione, a fianco di questi grandi classici. Certo il genere scelto da Bevilacqua, o forse è il genere stesso ad aver scelto lui, visto che, come ricorda egli stesso “col groove si nasce”, una sorta di commistione tra funk, acid jazz e jazz più classico, non è quanto di meglio per ambire alla scalata delle classifiche, ma resta comunque un piacere per le orecchie ascoltare la qualità di questo gruppo di musicisti con la “M” maiuscola.

martedì 15 novembre 2016

Le Canzoni Degli Spot: Amazon

Dopo aver impazzato negli ultimi mesi con lo spot avente protagonista il cagnolino azzoppato, Amazon prova a replicarne il grande successo puntando stavolta sulla storia simpaticamente triste del pony emarginato da cavalli di ben altra taglia.
Molti mi avevano chiesto ragguagli sulla soundtrack del primo spot, e ora anche del nuovo, quindi approfitto per un post doppio.
La musica dello spot col cagnolino è tratta dal musical "Paint Your Wagon" del 1969 con Clint Eastwood e Lee Marvin, e il pezzo "Wand'rin' Star" è cantato proprio dal burbero Marvin, che presta il suo vocione nell'insolito ruolo di cantante, peraltro con grande successo anche all'epoca.
Il nuovo spot col Pony vede invece come scelta musicale il celebre duo Sonny & Cher, coppia di incredibile successo tra la fine dei '60 e la metà dei '70. La canzone non è tra le più conosciute del duo, anche se "Little Man" rappresenta pienamente il loro stile e vedrà in quegli anni anche le cover, a dire il vero non felicissime, di Milva e Dalida. Cher, in versione ultra plastificata avrebbe poi continuato come solista di grande successo, tra dischi riusciti e scelte all'insegna del trash più discutibile, mentre Bono, dopo il divorzio, si dedicò con successo alla politica, prima di trovare la morte in un incidente sugli sci.

sabato 12 novembre 2016

Recensione: Sogno o Realtà - Terzacorsia (2016)


A partire da oggi pubblicherò alcune delle recensioni che scrivo per una testata locale, spesso il genere potrà un po' andare a cozzare con gli standard del blog; purtroppo il lavoro in redazione è talmente tanto che non ho tutto il tempo che vorrei da dedicare al blog, quindi cercherò di conciliare i due mondi.

I Terzacorsia sono una band abruzzese sulla breccia ormai dal 2006 e si ripresentano con un EP intitolato Sogno o realtà, a distanza di sei anni dal loro primo lavoro sulla lunga distanza, quel 20 12 che li ha fatti conoscere con discreto successo, e dopo Dorian, rock opera concepita assieme al coreografo Americo Di Francesco.

Il gruppo, composto da Gianluca Di Febo alla voce e al piano, Giuseppe Cantoli alle chitarre, Nicola Di Noia al basso e Alessio Palizzi alla batteria, si è fatto le ossa in anni di live, non solo col proprio repertorio, ma anche come cover band dei Pink Floyd, cosa questa che depone sicuramente a favore delle loro innegabili qualità tecniche.

Ma andiamo ad analizzare più in dettaglio l’EP, che esce per Music Force, loro storica etichetta; il fatto di uscire dopo sei anni con un disco di quattro pezzi, di cui la traccia d’apertura, Tempesta, già fu singolo di Dorian e con una cover di Battisti, Amarsi un po’, nella track list, non fa certo pensare a un periodo di straordinaria ispirazione, anche se lascia aperta la speranza che qualcosa di ben più corposo sia all’orizzonte.

Innanzitutto, per chi si aspettasse atmosfere alla Pink Floyd, spazziamo subito via qualsiasi equivoco: i Terzacorsia sono una band con una personalità ben precisa che non vive nel cono d’ombra di un passato così tanto ingombrante. E questo può essere considerato un po’ il pregio e il difetto della band, infatti va bene avere una propria personalità, ma è pur vero che con simili capacità tecniche si rischia di risultare sacrificati nel suonare un pop rock all’italiana che troppe volte sembra inseguire, con alterni risultati, il pezzo di successo radiofonico. È il caso dell’iniziale Tempesta, sospesa tra Subsonica meno elettronici, suggestioni alla Lucio Battisti e band più commerciali stile Negramaro, ottimamente suonata e con liriche non banali (e con un curioso innesto di Balla balla ballerino di Dalla nel mezzo), ma alla quale sembra forse mancare il colpo del KO; leggermente peggio va con Sudore, scelto come singolo dell’EP, dove sembra ancora più forte la ricerca di un consenso del pubblico più vasto, con un risultato che cerca l’ispirazione dalle parti di Negramaro e Tiromancino, ma rischia, nel ritornello, di scivolare più dalle parti dei Modà, con tutto quello che ciò comporta.

Meglio va con la title track, un pezzo che parte come una delicata ballad, questa sì con qualche eco dei Pink Floyd nell’uso di chitarre liquide al punto giusto, per poi crescere dando la possibilità a tutti i musicisti di esprimersi al meglio. La cover di Amarsi un po’, e dispiace forse dirlo, è l’episodio più riuscito del lavoro; la ritmica incalza col celebre riff creato dal grande musicista di Busto Arsizio, in un crescendo che non manca di regalare brividi, mentre Di Febo, titolare di una vocalità non troppo originale ma di grande sostanza, sembra qui particolarmente a suo agio.

In definitiva, un lavoro di transizione, come lo sono spesso gli EP, da cui traspare una certa indecisione tra l’inseguire la hit radiofonica e il cimentarsi con qualcosa di più corposo e ispirato, ma che lascia buone speranze in vista di qualcosa di più sostanzioso, considerate le qualità musicali dei quattro, queste sì indiscutibili.

giovedì 13 ottobre 2016

Sigur Ros Live @Monza 2016 - Le impressioni di Roberta



Complici i mille impegni a cui sono chiamato negli ultimi mesi come redattore degli eventi musicali e non per una nota testata della mia città, non ho più il tempo materiale per aggiornare il blog come vorrei. Per fortuna, quasi casualmente, sono incappato nella suggestiva penna di Roberta Cristofaro che ha accettato di prestarla occasionalmente su queste umili pagine.
Il suo primo pezzo è un reportage sul live che la band islandese dei Sigur Ros ha tenuto qualche tempo fa a Monza. Pura emozione.

di Roberta Cristofaro

‘Sigur Rós’, così si chiamano. Mi chiedo se e quanto siano consapevoli del contenuto pazzesco che arriva dalla loro stessa arte, da una natura che disegna suoni sopra i paesaggi attraverso musiche mistiche, regali, comunque ‘divine’ ed insieme terribilmente ‘umane’. Tu puoi dare ai brani i nomi che vuoi, inventarne i testi, è una musica che ti accoglie, ti fa sedere vicino a Lei, ti abbraccia, dorme accanto a te oppure veglia su di te finché non cadi nel so(g)nno. Essere ad un loro concerto vuol dire farsi investire da una tensione emotiva difficilmente riproducibile in qualsiasi altra situazione. Essere al cospetto dei folletti nordici, così mi piace pensarli, significa venire sopraffatti da suoni e climax che si alternano violenti ed impetuosi uno dopo l’altro, non riuscire neanche ad applaudire tra un pezzo e l’altro per la meraviglia ed il tremolio che invade ogni millimetro della pelle. Niente applausi fino alla fine proporrei, come nei concerti di musica classica, telefoni spenti, nessuno spazio a superflue foto fiduciosa che quelle più belle si sarebbero stampate e sedimentate dentro da sole. Assistere ad un concerto del genere vuol dire entrare in un altro mondo dopo il terzo pezzo. I primi tre si riesce a rimanere lucidi, ad analizzare tutti i vari aspetti, a guardarsi intorno tra le mille lanterne luminose e la scenografia abbagliante, poi si entra in uno stato di trance in cui persino il fiato viene meno. Due ore o poco più. Catturata dapprima con garbo, con un solletico all’anima. La musica ha affiorato lentamente tanto quanto intensamente attraverso il senso stretto delle emozioni. Trentasei secondi di silenzio e scendeva la notte dei folletti d'Islanda ed anche un po' la nostra, un susseguirsi di motivi melodiosi che proprio non possono appartenere a questo mondo. Catturata sì, ed attratta all’interno di ogni singola nota ed indotta ad affrontarla come fossi una bambina, come se mi rammentassi della purezza che è nella musica ed in noi. Ma più che tornare bambina, tornavo semplicemente ad essere libera, salvata dalle mie stesse lacrime. Che qualcuno stia piangendo lacrime d’oro lassù non mi importa perché siamo vivi, qui, adesso e se piangiamo ora vuol dire che sì, siamo liberi. Due ore o poco più per decidere che, dove sono stata il noveluglioduemilasedici c’è qualcosa che per ora, continuerò a chiamare Paradiso.

domenica 9 ottobre 2016

I 5 Film sullo Sport da salvare - feat. PostCalcium


Nuova collaborazione con PostCalcium, il blog dell'amica Francesca che, questa volta, mi ha chiesto di collaborare in qualità di sedicente esperto cinematografico per la stesura della lista di cinque film a tema sportivo da consigliare. Eccoli.

Rush

Nel corso degli anni sono stati tanti i registi che hanno ceduto al fascino della formula 1, sicuramente uno degli sport, almeno a livello potenziale, più spettacolari nella resa sul grande schermo; dal capolavoro del genere, l’insuperato Grand Prix di John Frankenheimer al quasi documentaristico Le Mans con Steve McQueen, pilota di livello anche nella realtà, passando per episodi più discutibili, da Giorni di tuono a Driven, la Formula 1 si è sempre rivelata croce e delizia per i registi che vi si sono cimentati. Per questo quando si iniziò a parlare di Rush, progetto di Ron Howard sulla storica rivalità Lauda – Hunt nel mondiale del 1976, molti storsero il naso; il risultato invece è apprezzabile. Rush è un film che, pur rimanendo a un passo e mezzo dal capolavoro, accontenta sia lo spettatore medio, che vi trova spettacolo, incidenti, emozioni e tutti gli ingredienti da film americano, sia l’appassionato più fanatico che, al netto di qualche errore storico e qualche ingenuità nel romanzare il tutto, può dirsi soddisfatto della ricostruzione dell’epoca. La storia è quella nota dell’incidente in cui Lauda rischiò la vita al Nuerburgring, rimanendo sfigurato a vita, e della rimonta che portò Hunt a conquistare l’unico mondiale della sua carriera.

Un mercoledì da leoni

Un mercoledì da leoni, ambientato a cavallo di tre decenni nella comunità di surfisti della California, è forse l’unico caso di film sportivo assurto allo status di cult del cinema d’autore. Diretto da John Milius, il più incatalogabile tra i registi della New Hollywood degli anni 70, narra la storia di tre amici uniti dalla passione per il surf e della loro evoluzione nel tempo; con la storia di Jack, Matt e Leroy, Milius ripercorre anche la storia degli Stati Uniti, dagli anni 50 alla guerra del Vietnam, tracciando un affresco del periodo e proponendo una riflessione sull’amicizia e sullo scorrere del tempo che ha pochi eguali nel cinema americano. Da cineteca le immagini dei surfisti in acqua.

Invictus

Non è solo un semplice film di sport, non è solo una storia di rugby. E’ la storia di un popolo, di una nazione e di uno dei suoi più grandi uomini: Nelson Mandela “Madiba”. Lo sport è il mezzo attraverso cui vivere e raccontare ciò che Mandale ha vissuto: dalla prigionia al ritorno in Sud Africa. Un magistrale Morgan Freeman ripercorre le tappe importanti della vita di Mandela ponendo al centro del racconto il rubgy; ragazzi che diventano Campioni del Mondo in uno stadio esaurito in ogni ordine di posto dove bianchi e neri esultano sotto un’unica bandiera, senza pensare al colore della pelle ma sono ai colori della loro terra.

Fuga per la vittoria

Il cinema non ha mai reso giustizia pienamente allo sport più popolare del mondo ma, tra i tanti film più o meno riusciti sul calcio, Fuga per la vittoria merita un capitolo a parte. Opera del grande John Huston, qui ad una delle sue ultime prove, è molto liberamente ispirato alla partita della morte, un incontro di calcio che si tenne durante la seconda Guerra Mondiale tra una squadra mista della Dynamo e della Lokomotiv e una rappresentanza dell’Aviazione tedesca. Particolarità del film è la presenza di grandi stelle del calcio nel cast, dal grande Pelè a Bobby Moore all’argentino Osvaldo Ardiles e di un grande cast internazionale, con un Sylvester Stallone “on fire” dopo il successo di Rocky e alla vigilia di Rambo, Sir Michael Caine e Max Von Sydow, l’attore feticcio di Ingmar Bergman. Le sequenze di gioco sono da antologia, quanto di meglio sia mai stato girato per un film sul calcio, col climax del gol in rovesciata di Pelè; la pellicola riesce a coniugare al meglio i pregi dei film sportivi con quelli sulle grandi evasioni e, pur tra qualche ingenuità e forzatura, rimane una pietra miliare del genere.

Sognando Beckham

Il calcio femminile. Già di per sé la pellicola affascina: un film che parla di donne e calcio. Il tutto in un ambiente particolare: una famiglia indiana. Un mix che attira presto l’attenzione. Eccellente trama, che muove le riprese tra Usa e Gran Bretagna, che non scade mai nel comico ma affronta la realtà di tutte le donne che per lo (s)fortuna, amano il pallone. L’idea di integrare il tutto ponendo al centro della storia una giovena ragazza non europea, rende il film più umano nella speranza di aver fatto aprire gli occhi a tanti genitori.

lunedì 5 settembre 2016

Musica e Sport: Cinque Pezzi Facili (In collaborazione con Post Calcium)



Il post di oggi è un po' particolare per lo stile di questo blog, ma quando l'amica blogger Francesca, di Post Calcium mi ha proposto di buttare giù una lista di cinque pezzi ideali per fare sport, la cosa ha stuzzicato il mio lato di sedicente esperto musicale. Quello che ho cercato di fare è stato trovare un compromesso tra le scelte più ovvie e banali, ma non temete, Eye Of The Tiger c'è, e pezzi che mi sembravano troppo di nicchia. Questo e il risultato:

Eye Of The Tiger – Survivor (1982)

Il pezzo che non può mancare in ogni lista di canzoni ideali per fare sport che si rispetti. Eye Of The Tiger uscì l’otto maggio del 1982, data non troppo felice per gli sportivi, lo stesso giorno morì l’indimenticabile Gilles Villeneuve, riscuotendo un successo planetario, tanto che ancora oggi si tratta di uno dei singoli più venduti.
Il pezzo fu composto per la colonna sonora di Rocky III su espressa richiesta di Sylvester Stallone, dopo che i Queen gli negarono il permesso di utilizzare la loro Another One Bites The Dust.
La canzone, che parla di rivalsa e invita a non arrendersi mai, è rimasta indissolubilmente legata al film ed è rimasta l’unico grande successo dei Survivor, onesto gruppo di rock commerciale che non sarebbe più riuscito a ripetere gli stessi numeri, proseguendo comunque in una lunga carriera tra scioglimenti, reunion e cambi di formazione.
Il pezzo ideale per chi deve caricarsi prima di una competizione in cui parte sfavorito.

Hurricane – Bob Dylan (1976)

Bob Dylan è da sempre uno dei cantautori più celebrati e al tempo stesso indecifrabili; in tanti hanno provato a tirarlo per la giacca per sostenere questa o quella causa politica e sociale, ma lui ha sempre preferito continuare a pensare con la propria testa schierandosi solo per ciò in cui crede, a costo di farsi non pochi nemici. E non si fece pregare quando, nel 1974, lesse l’autobiografia di Rubin “Hurricane” Carter, che il pugile stesso gli aveva inviato dal carcere in cui era ingiustamente detenuto da anni con l’accusa di omicidio.
La canzone da lui composta, una lunga ballad col violino a fare la parte del leone nel ritornello, pesò non poco nel tenere desta l’attenzione sull’ennesimo caso di ingiustizia razziale negli Stati Uniti, tema peraltro ancora oggi di scottante attualità.
Per la cronaca Carter, che nel ’64 aveva sfiorato il mondiale dei pesi medi, fu scarcerato solo nel 1985.
La canzone ideale per lo sportivo che si sente vittima di un’ingiustizia.

Wake Up – Arcade Fire (2005)

Wake Up degli Arcade Fire, ovvero la canzone che non ti aspetti in una lista di pezzi ideali per fare sport. Eppure già l’invito insito nel titolo, Wake Up, Alzati, è una vera e propria call to action, un invito all’azione; così come lo è il cambio di ritmo che trasforma una ballata malinconica, per quanto epica con quei cori da stadio, in un pezzo trascinante. E forse è questo che ha convinto l’Aston Villa e i New York Rangers dell’hockey su ghiaccio ad usare Wake Up come canzone che ne accompagna l’entrata in campo. E un invito a conoscere meglio gli Arcade Fire, gruppo canadese vero portabandiera del rock indipendente.
Il pezzo ideale quando la vostra squadra è sotto a mezz’ora dalla fine: Wake Up!

Lust For Life – Iggy Pop (1977)

Lust For Life, pezzo del 1977 tratto dall’album omonimo e inciso da Iggy Pop con la produzione dell’amico fraterno David Bowie, fin dall’uscita divenne uno dei brani più rappresentativi del cantante che ha fatto della vita spericolata la propria cifra.
Eppure Lust For Life è forse più nota oggi per il suo utilizzo nella sequenza iniziale del film cult Trainspotting, dove accompagna la corsa forsennata e allucinata di Renton, facendo da sottofondo al celebre monologo “Choose life”. Danny Boyle, il regista, cercava un pezzo che rappresentasse la vita al limite dei protagonisti, e allo stesso tempo fosse adrenalinico abbastanza; Lust For Life fu la scelta quasi obbligata.
Il sottofondo ideale per chi corre. Anche senza essere inseguito.

Misirlou – Dick Dale & The Del-Tones (1960)

Misirlou è un pezzo tradizionale greco, le cui origini si perdono in una mitologica antichità. La prima versione registrata, in pieno stile Rebetiko, la musica greca tradizionale, è datata 1928 e, tra le altre, si annovera anche una cover più recente del nostro Vinicio Capossela.
Ma la versione che fa al caso nostro è quella registrata nel 1960 dal boss del surf-rock: Dick Dale. Brano di successo e importante già all’epoca, è il primo a utilizzare una particolare tecnica di tremolo per la chitarra elettrica, anche Misirlou è assurto a una seconda giovinezza grazie al suo impiego nel film cult per eccellenza: Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Il suo andamento adrenalinico e le sonorità di frontiera ben si adattano allo stile del regista americano.

Il pezzo giusto per gli sport più avventurosi e estremi. A partire dal surf tanto caro a Dick Dale e ai suoi Del-Tones.

sabato 27 agosto 2016

Recensione: Millanta Tamanta - Wow (2016)





 Un uomo, una donna, storie d'amore tormentato, citazionismo che manco Quentin Tarantino; queste le note salienti di una certa corrente dell'indie italiano andata sviluppandosi negli ultimi anni. Dai Baustelle in poi, praticamente, ma che affonda le radici in duetti più o meno maledetti, da quello per eccellenza Gainbourg/Birkin, a quelli più rassicuranti Sinatra/Hazlewood e Bono/Cher e nel pop raffinato dei nostri sixties, quello, per capirci, con i sontuosi arrangiamenti di gente come Morricone e Umiliani. Oltre ai già citati Baustelle, che fanno categoria a parte e rimangono due spanne buone sopra il gruppone, abbiamo Il Genio, i redivivi Piet Mondrian e, ultima mia scoperta ma attivi già da qualche anno, questi Wow, giunti con Millanta Tamanta al secondo lavoro.
Chiarito che il titolo nonsense si rifà a una delle Favole al telefono di Gianni Rodari, lo spettro musicale della band romana si muove essenzialmente su due registri, uno più soft e potenzialmente commerciale, con melodie raffinate ma godibili e arrangiamenti sixties a base di pennate di chitarra elettrica e la voce di China (metà femminile del duo con Leo) che la fa da padrona, citando ora Patty Pravo, ora Milva, muovendosi con grande disinvoltura specie sui registri più scuri, e una più sperimentale che unisce il passato di band punk con istanze psichedeliche, funky e, a tratti, quasi prog. Del primo filone fanno parte i pezzi più immediati, da Il Mondo a Il Caldo, fino a Arriva Arriva, scritta dall'amico e nuovo Re Mida dell'indie Calcutta, passando per Ah ah ah. Proprio quest'ultima merita un discorso a parte in quanto croce e delizia esemplificativa del disco; infatti gli Wow, pur tra qualche incertezza tecnica perdonabile, riescono a confezionare un lavoro davvero interessante, capace di non annoiare anche dopo molti ascolti, ma in cui aleggia una sensazione di incompletezza. Prendiamo proprio Ah ah ah, pezzo dalla melodia azzeccatissima, splendido arrangiamento e prestazione da applausi di China; e allora, come si fa a "sprecare" la melodia della vita in un pezzo di due minuti che lascia quasi l'amaro in bocca per come rimane quasi un bozzetto di quello che poteva essere?
Della seconda anima degli Wow fanno parte le più sperimentali Le Mie Manie, Bianche, Millanta Tamanta e Le Pointeur De Fleury, cantata interamente in francese e che a me ha ricordato alcune cose di Rover, dove i tempi e le melodie si fanno più dilatati e risalta la perizia strumentale della band, con andature incalzanti e cambi di ritmo molto interessanti.
In conclusione, ci troviamo di fronte a una band che sicuramente vanta ampi margini, ma che con questo Millanta Tamanta mette già a segno un ottimo colpo, riuscendo a imporsi in modo originale, diversificandosi dal rischio di mera copia di originali forse irraggiungibili.

giovedì 11 agosto 2016

Live Review: Concerto Grosso - New Trolls live @ Blubar


 Estate tempo di live, concerti sotto le stelle e grandi reportage; se volete rimanere aggiornati su tutti i migliori appuntamenti di stagione, sulle splendide cornici e tutto quanto, posso consigliarvi una serie di ottimi blog. Qui siete nel posto sbagliato, qui si posta un po' alla come viene, tipo oggi.
L'altra sera, nonostante una gravosa giornata avrebbe suggerito di fare tutt'altro, mi sono lasciato attirare dalle sirene del Blubar Festival, occasione più unica che rara di ascoltare musica prog degli anni '70 dal vivo, spesso, ahimè, con le vestigia di quelli che furono grandi gruppi e che diedero l'unico lustro rock che il nostro paese del bel canto abbia mai avuto; in particolare, si esibiva quel che rimane dei New Trolls, una delle prime glorie del prog nostrano e primi in Italia, e tra i primi nel mondo, dai, a incidere un disco rock avvalendosi di un'orchestra. E proprio il loro disco più famoso, Concerto Grosso, avrebbe dovuto farla da padrone nel live del Blubar, come programmaticamente annunciava anche il titolo della serata stessa.
Ecco così il vostro umile narratore recarsi pieno di belle speranze, memore, come ogni buon appassionato di prog, dei sontuosi arrangiamenti studiati da Luis Bacalov insieme alla band nel 1971, originariamente partoriti come colonna sonora del cult La Vittima Designata, giallo all'italiana tipico del periodo, con un sornione Tomas Milian e un'indimenticabile Pierre Clementi.
L'inizio, va detto, non è di quelli più memorabili; riesco a parcheggiare lontanissimo, per di più in un posto a forte rischio multa. Mi approssimo al palco con foschi presentimenti; il pubblico, com'è anche giusto, naviga sulla settantina, e sembra più capitato lì incidentalmente, tra una passeggiata post cena e un gelato d'ordinanza, che per apprezzare uno dei capisaldi del rock italico. Il tempo passa e sul palco solo le solite prove strumenti e microfoni. La spiegazione è semplice quanto agghiacciante: si aspetta un camion che sta portando le sedie, mentre quello che avrebbe dovuto farlo nel pomeriggio si è capottato sull'autostrada. Quando si dice il buongiorno...
Finalmente, dopo oltre un'ora di ritardo, scuse dell'organizzazione, arrampicate sugli specchi varie e, da dire, un pubblico che nel frattempo è diventato quello delle grandi occasioni, forse anche attirato dalla gru che scarica le sedie, si parte. L'orchestra del Maestro Quadrini assicura la giusta potenza di fuoco, mentre, anche dalla disposizione sul palco, si capisce subito che più che al live di una band, stiamo per assistere allo show di Vittorio De Scalzi, a cui un facinoroso alle mie spalle inneggia in modo fastidiosissimo, proponendolo come presidente della Repubblica.
Si inizia subito con Concerto Grosso nei suoi primi tre movimenti e, va detto, la suggestione dell'orchestra e le melodie di Bacalov lasciano il segno. Con mio grosso (s)concerto non viene eseguito il quarto movimento, Shadows, in onore di Jimi Hendrix, e non si accenna neppure alla parte più rock e improvvisata, passando subito all'esecuzione di Concerto Grosso N.2, maldestro tentativo di replicare i fasti del primo capitolo. Segue una pausa in cui viene presentato Aldo Tagliapietra, membro de Le Orme, e guest star della serata. Tagliapietra, che sembra il gemello di De Scalzi anche nel look, esegue l'inevitabile Gioco Di Bimba e un altro paio di pezzi, astenendosi dal regalare le perle più rock della sua band, che comunque ricordiamo come una delle più soft del periodo.
Ma è solo l'inizio della fine, da qui in poi parte il De Scalzi One Man Show, col repertorio più debole dei New Trolls, ovvero quello più pop e melenso, da Quella Carezza Della Sera a Aldebaran, peraltro pezzi acclamatissimi da un pubblico abbastanza di bocca buona, passando per i pezzi scritti dal buon Vittorio per altri cantanti quali Oxa, Drupi e compagnia. Uno spettacolo non proprio all'altezza, insomma, con De Scalzi che si parla decisamente un po' addosso, autoincensandosi in modo quasi surreale. C'e giusto il tempo per un bis che fortunatamente riprende l'Adagio di Concerto Grosso, e per interrogarsi sull'occasione parzialmente sprecata di recuperare una pagina fondamentale del nostro scarso patrimonio rock.
E per un lieto fine, una volta tanto: niente multa sul parabrezza.
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martedì 26 luglio 2016

Recensione: Eli "Paperboy" Reed - My Way Home

Oggi parliamo di un genere poco frequentato su queste pagine, ma che in questi ultimi anni è forse quello che ha dato maggiori soddisfazioni, se parliamo di un compromesso tra qualità e pretese mainstream, ovvero il rhythm and blues venato di soul. E quando parliamo di rhythm and blues attenzione, non parliamo del moderno r'n'b che raccoglie un po' di tutto, dall'hip hop agli sculettamenti di sedicenti divette settimanali, ma di quella nicchia che si rifà a nomi irraggiungibili quali James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin e i pezzi grossi della Stax e che, negli ultimi anni, ha visto la sua punta di diamante impazzito nell'indimenticata Amy Winehouse. Un genere ben esemplificato dal repertorio dei leggendari Blues Brothers; e allora andiamo a fare la conoscenza con Eli "Paperboy" Reed, ultimo musicista in missione per conto di Dio.
Il buon Eli esce in questo periodo col suo nuovo lavoro, intitolato programmaticamente My Way Home, sorta di ritorno a casa dopo un certo sbandamento commerciale dovuto al passaggio prima alla Capitol e poi alla Warner Bros, major che prima l'hanno snaturato tentando di aprirgli le vie dorate ma perigliose del mainstream, per poi abbandonarlo dopo risultati non proprio brillantissimi. E il buon Eli ha ripreso la via dell'indipendenza e di casa, riallacciando i fili pendenti dai tempi di Roll With You del 2008, seguito del fulminante esordio del 2005 Walkin' And Talkin', album di cover di cui vi consiglio caldamente il recupero. 
Ma parliamo di My Way Home, lavoro che rende omaggio ai grandi maestri, Eli urla, si dimena e agita novello James Brown, sempre ai limiti del parossismo e della puntata sopra le righe, travisandone però la tradizione fatta di arrangiamenti costruiti attorno a robuste sezioni di fiati. Già, perchè My Way Home ha la sua originalità proprio nell'assetto strumentale proposto da Reed, privo della sezione fiati e puntellato su una sezione ritmica che traina un organo tra gospel e garage soul, la chitarra misurata e piena di feeling più che di tecnica del leader, oltre alla sua voce fin troppo urlata e graffiante, ben sorretta da cori, questi sì, assai tradizionali.
Si parte subito con l'acceleratore pestato a fondo con Hold Out, pezzo urlato che mette subito in chiaro lo stato di forma di Eli, per proseguire col gospel assai ispirato di Your Sins Will Find You Out. E il gospel tornerà più volte nel corso dell'album, così come ricorrenti sono le tematiche religiose, inusuali ma nemmeno tanto per un giovanotto del profondo sud come Reed. Ma c'è spazio anche per ballate potenti, come Movin', e ibridi tra il blues paludoso del delta e il gospel più sentito, vedi Eyes On You; ma in generale tutto il lavoro si mantiene su livelli molto più che dignitosi e, per chi scrive, il ritorno a casa di Eli Reed va salutato con il più sonoro degli applausi. 

Voto: 7

giovedì 14 luglio 2016

Recensione: Sulfur City - Talking Loud (2016)


Eccoci ancora a parlare di un disco che farà la gioia degli appassionati di quel rock blues un po' grezzo, con svisate decisamente hard, che ha avuto il suo periodo di massimo fulgore negli anni '70, ma che ultimamente sembra aver ripreso nuovo vigore. Il disco di cui parliamo oggi è Talking Loud dei canadesi Sulfur City e, come per alcune recensioni recenti, siamo di fronte a un combo rock blues dei più classici che ha la sua punta di diamante nella graffiante voce femminile della vocalist Lori Paradis. Alla ragazza, va detto, non manca nulla per impersonare lo stereotipo della cantante rock, bella e dannata al punto giusto e con in più quel pizzico di curiosità per un passato che l'ha vista, prima di calcare i palcoscenici, nei panni piuttosto insoliti di camionista, imbianchina e barista.
Rispetto a band qui trattate di recente e che condividono stile e voce femminile, i Purson e i nostrani Psychedelic Witchcraft, i Sulfur City forse hanno le idee meno chiare sulla strada da battere e la loro musica non sempre risulta centrata al 100 % (Pocket) e pagano a tratti anche l'inesperienza della Paradis, in qualche passaggio ai limiti dell'imperizia, nonostante gli illustri paragoni, da Grace Slick a Janis Joplin, a cui la sua voce si presta, e di cui è sicuramente degna quando riesce a non travalicare le righe con la sua giovanile irruenza.
Il meglio i Sulfur City lo danno invece quando si confrontano col terreno a loro congeniale del blues, le classiche Tie My Hands On The Floor e You Don't Know Me, per non parlare del bellissimo slow One Day In June, dove tuttavia la bella Lori è ancora leggermente dissonante. Ottimi anche gli episodi più attuali, che sembrano strizzare l'occhio a band ormai mainstream come i Black Keys, vedi Ride With Me. Un plauso infine alla chitarra di Jesse Legage che, pur non brillando certo per la tecnica cristallina, regala assoli grezzi e emozionanti al punto giusto, senza oltrepassare mai la giusta misura.
I Sulfur City devono ancora crescere, ma le potenzialità, specie della cantante e bandleader, sono teoricamente altissime, staremo a vedere.

Voto: 6.5

lunedì 4 luglio 2016

Recensione: Psychic Ills - Inner Journey Out (2016)


Gli Psychic Ills li ho scoperti recentemente, quando, in un'inedita veste tra fotografo e recensore, sono stato spedito senza tanti complimenti all'Indierocket Festival per conto di una testata della mia regione; ammetto che prima ne ignoravo bellamente l'esistenza, nonostante i ragazzi di New York non siano esattamente dei pivellini, essendo ormai al quinto album.
Comunque, mia ignoranza a parte, gli Psychic Ills, dal vivo, mi hanno molto ben impressionato, complice anche la pochezza delle altre band in cartellone, abbinando a una convincente presenza scenica un rock psichedelico dai toni soffusi, fin troppo a volte, ipnotico e letargico. La particolarità però di questa band sta tutta nelle strutture dei loro brani, se è vero che al di là di arrangiamenti cosmico-psichedelici, tra tappeti di tastiere, chitarre sbilenche e cantilenanti, e la vocalità a dir poco indolente di Tres Warren, ben coadiuvata dalla bassista Elizabeth Hart (peccato che continuasse a far su e giù col suo basso che manco Wilko Johnson, impedendomi una foto decente), l'ossatura dei brani è puro e semplice country, con qualche svisata blues. L'impressione, infatti, è che i brani, se spogliati da arrangiamenti a volte anche un po' presuntuosi nella loro indolenza, potrebbero ricordare addirittura Bob Dylan, oltre che le ispirazioni ben chiare di Spaceman 3, Opal e Mazzy Star.
E proprio i Mazzy Star sono evocati in modo eloquente in I Don't Mind, forse il passaggio più efficace del disco, tanto che il pezzo ospita la bella voce di Hope Sandoval, per l'appunto storica vocalista della band americana. Altri pezzi da ricordare sono All Alone, ballata quasi radiofonica, il blues addormentato e estenuante di Coca Cola Blues, l'efficace chitarra della lentissima No Worry e la stupenda Confusion. Accenni raga e cosmici danno fascino al tutto, anche se episodi come Hazel Green e Ra Wah Wah la tirano veramente troppo in lungo, sfidando la pazienza dell'ascoltatore non dedito a sostanze psicotrope. E, mi permetto di aggiungere, proprio l'eccessiva lunghezza è un altro difetto di questo lavoro, davvero troppo prolisso per guadagnarsi il plauso che meriterebbe. 
In definitiva, Inner Journey Out è un lavoro che alterna momenti di grande ispirazione ad altri di una noia quasi mortale, e il 6.5 che mi strappano deve un mezzo voto al coraggio di seguire la propria strada nonostante il plauso non proprio unanime della critica.

Voto: 6.5

mercoledì 29 giugno 2016

Recensione: Purson - Desire’s Magic Theatre (2016)


Nel ricco carrozzone del rock revivalista, dedito a registrazioni analogiche, travestitismi occulti, citazioni colte che vanno a parare sempre negli stessi paraggi, e calendario che pare essersi bloccato al 1971, i Purson rappresentano qualcosa di diverso.
Già, perché la band inglese, guidata da quella creatura onirica che risponde al nome di Rosalie Cunningham, bellissima nel suo look da fata psichedelica e, soprattutto, detentrice di una vocalità ispirata, partono sì dall'hard rock psichedelico dei primi seventies, ma questi semi vengono gettati in ogni direzione, aprendo a risultati che vanno dal folk dei Jehtro Tull, alle melodie dei Beatles, a break strumentali che devono molto ai Doors, ma anche a reminiscenze da cabaret, teatro vittoriano, Hendrix, Small Faces e Kinks, in un caleidoscopio sonoro che rischia di lasciare storditi; e questo già dall'avvio con la title track, che parte con un riff sabbathiano su cui si innesta prepotente la voce sensuale e smargiassa di Rosalie, per poi cambiare registro, rovesciarsi su sé stessa fino a diventare una ballata folk. Electric Landlady, già dal titolo, è un omaggio a Jimi Hendrix, ricordato soprattutto nel riff, ma con toni molto soft per un risultato che, come anche in altri pezzi, ricorda i Kula Shaker come vorrei suonassero ancora. Anche la successiva Dead Dodo Down è un pezzo killer, molto vicino alla psichedelia del periodo d'oro, dalle parti dei Jefferson Airplane soprattutto grazie alla vocalità della Cunningham, non distante dalla Grace Slick del tempo che fu; a completare il tutto un solo di chitarra davvero gustoso nella sua brevità.
Da qui in poi il disco procede alternando ancora folk, prog e compagnia bella, ma c'è ancora spazio per un paio di gemme, la beatlesiana, anzi, harrisoniana, The Window Cleaner e la stupenda Mr. Howard, il cui protagonista, dietro la ritmica blueseggiante cela lontane parentele col Mr. Jones della Ballad Of A Thin Man di Dylan.
Insomma, l'unico pericolo con i Purson, che non a caso prendono il nome da un demone, è di perdersi, non si sa se per le disparate influenze e suggestioni o per il fascino di Rosalie Cunningham, vera dea psichedelica.

Voto: 7

sabato 25 giugno 2016

Indierocket Festival: Serata #1

Si è aperta ieri sera la tredicesima edizione dell'Indierocket Festival di Pescara, una delle rare occasione per ascoltare musica dal vivo di un certo spessore nella mia cittadina. Il Reportage semiserio.
Essendo stato incaricato di recensire il festival, e anche di foteggiare, per conto di un quotidiano online, mi appresto sul luogo del delitto fin dalle 19, in tempo per godermi, si fa per dire, gli ultimi raggi ultravioletti di una delle giornate più calde dell'anno, e per farmi un'idea della portata del Festival; ultimi preparativi, qualche astante già pregno di birra che si scalmana sulla fiducia e bambini parcheggiati dai nonni che giocano nella cornice, non splendida ma accettabile, del parco Di Cocco, ignari della tempesta sonora che promette di scatenarsi di lì a poco.
Il primo live act è appannaggio dei Weird Black di Roma, quartetto che evidentemente ha avuto il tempo anche di assaporare le spiagge locali, visto che si presentano sul palco, almeno il vocalist e il chitarrista, in boxer e kimono psichedelico. Il loro rock mischia un po' di tutto, tranne il Brazil citato nel titolo del loro lp, a dire il vero, dalla west coast ai Velvet Underground, ai più contemporanei Foxygen e Parquet Courts. Una mezz'ora che scorre via piacevole, nonostante a far da pubblico siano per ora poco più che quattro gatti, tra cui qualche figura che inizia a scatenarsi presa da fumi non proprio metaforici.







Seguono i John Canoe, altro progetto italiano tra garage surf e accenni grunge e, mentre un rasta d'ordinanza ostacola in tutti i modi che la vetusta capigliatura gli permette i miei scatti, mi chiedo come faccia il chitarrista a suonare con una tracolla così corta, roba che nemmeno lo Scotty Moore di Elvis. Tutto sommato un'altra mezz'ora che fila via senza infamia né lode, col buon Rolando Bruno, il prossimo in cartellone, che si rilassa sparandosi una birretta seduto sull'erba, in pieno stile Woodstock(84).
Ed è proprio Rolando Bruno Y Su Orquestra Midi (ovvero un ipod con basi registrate) uno degli artisti che più mi incuriosisce; il suo repertorio fa rivivere pezzi della tradizionale Cumbia peruviana (ma lui è argentino) filtrati attraverso arrangiamenti garage-psych, per concludere con una cover di Sympathy For The Devil in spagnolo. Il risultato è un mix straniante tra Buena Vista Social Club e Santana, con Rolando, che scambieresti facilmente per un ambulante peruviano, di quelli che vendono i cd con Baglioni rifatto col flauto, che si dimena con vero piglio da rocker, impartendo assoli psichedelici degni di miglior causa. Molto piacevole.
video
È la volta degli Squadra Omega, progetto italiano che mischia non sempre in modo felice kraut, space rock, free jazz e avanguardia rumorista, con un muro di suono imponente ma a tratti insensato. Ma a questo punto siamo già in pieno clima festivaliero, odore di cannabis in ogni dove, ubriachi che si dimenano e tutto il corredo hippie tipico dell'occasione. Credo di essere l'unico a far caso ancora a chi suona.
E faccio bene, visto che il successivo è l'act che vale la serata, quello degli Psychic Ills. I newyorkesi attaccano circospetti, ma il loro validissimo rock psichedelico con accenni shoegaze fa presto a fare breccia nei miei gusti. Infatti, al di là dell'effettistica che ammanta di psichedelia il tutto, l'ossatura dei pezzi si rifà in toto alle radici americane, mischiando sapientemente country, blues e un certo folk alla Bob Dylan in acido. Molto, molto bello, peccato siano quasi tutti troppo ubriachi per accorgersene.
La conclusione fila via liscia con l'altra band di New York in scaletta, i White Hills. La loro è una psichedelia meno gentile, con un granitico muro di suono di grande efficacia.
Stasera live all'insegna dell'elettronica più spinta, non so se ci sarò. E se cisarò sarà per la birra.

venerdì 24 giugno 2016

I Dischi Oscuri: Steamhammer - Steamhammer (aka Reflection) 1968



Gli Steamhammer sono una delle band più valide e, al contempo, sottovalutate del british blues, almeno inizialmente, e del successivo progressive rock; provate a cercarli su Wikipedia, non c'è una pagina italiana, e poche righe su quella inglese. Ed è proprio dalle terre d'Albione che questa eccezionale band proveniva, dove incise il primo album, quello di cui parliamo, nel 1968, dopo essersi fatta le ossa come backing band del grande Freddie King in un paio dei suoi tour britannici.
Questo primo lavoro è un distillato purissimo di tutte le sfumature del british blues, da atmosfere che rimandano a John Mayall, a chitarre claptoniane e passaggi jazz blues alla Ten Years After.
L'apertura e la chiusura, e allora la cosa era piuttosto innovativa, sono affidate alle due parti dello strumentale Water, con parti di chitarra davvero liquide, in omaggio al titolo, ma è col loro primo singolo Junior's Wailing che si entra nel vivo. Junior's Wailing è, secondo chi scrive, il più bell'esempio di boogie blues mai inciso; riff trascinante, la voce di Kieran White perfetta per il genere e le parti di chitarra di Martin Pugh che dominano un pezzo dal tiro davvero micidiale. Il pezzo sarà ripreso due anni dopo dagli Status Quo, che ne faranno un loro cavallo di battaglia con una versione piuttosto di grana grossa. Il disco prosegue passando in rassegna tutte le atmosfere blues possibili, con la cover di B.B. King di You'll Never Know, e lo splendido slow di Eddie Boyd 24 Hours, ma è in pezzi come Even The Clock e Down The Highway, con tanto di flauto alla Jehtro Tull, che gli Steamhammer fanno presagire la direzione progressive che prenderanno in seguito. C'è ancora spazio per un bellissimo brano dalle cadenza boogie come When All Your Friends Are Gone per un concludere un vero capolavoro oscuro della musica degli anni '60.
Nei successivi dischi gli Steamhammer si svincoleranno sempre più dagli stilemi blues, introducendo anche una sezione fiati, fino allo sperimentale Speech, ancora validissimo, ma che ne decreterà la fine.

mercoledì 22 giugno 2016

Recensione: Julieta di Pedro Almodovar (2016)

Con la recensione di oggi, ALR ART BLOG inizia la sua collaborazione con l'ispirata penna della blogger Chiara Fiori. Buona lettura.


“Esisti solo Tu, la tua assenza riempie totalmente la mia vita e la distrugge”

Il nuovo personaggio di Almodovar è ancora una volta una donna, una bellissima Emma Suarez che si sdoppia in Adriana Ugarte , una madre che non vede la figlia da dodici anni. È la solitudine la protagonista per trent’anni di esistenza nell’'ultimo film del policromatico regista iberico, mai deludente.
Julieta è una donna con segreti  e tristezze che prova a ricostruirsi una vita senza riuscirci fino in fondo.
Solo in seguito ad un casuale e scioccante incontro per le vie di Madrid, con quella che è stata la storica amica di gioventù della figlia, Julieta inizia a scrivere una lunga  lettera all’ormai adulta Antìa, una lettera che è la Sua  Storia, una memoria da ricostruire, dove finalmente le racconta  tutta la verità.
Quali sono i  motivi che hanno portato una figlia a far perdere le sue tracce per dodici interminabili anni?
Una perdita che equivale a una morte, una perdita che è una distanza incolmabile, un vuoto che è assenza inspiegabile; è allora che entra in gioco la memoria, con un racconto scritto che va a ritroso dalla gioventù della madre passando per i suoi amori, i tradimenti, i lutti, gli accadimenti e le persone che hanno determinato la scelta ultima di scomparire, gettando la donna in una disperata e solitaria ricerca dei luoghi e delle ragioni che l'hanno vista passare per poi andar via.
Un viaggio alla ricerca dei tasselli del mosaico nei luoghi dove è stata  incontrata, le persone con cui ha parlato, per poi scappare di nuovo, impedendo alla madre di ritrovarla.
Questa è la missione di Julieta che ce la farà amare in un crescendo di ricordi, figure assenti (maschili e femminili) e il presente, conoscendo meglio Antìa, i suoi traumi e il doppio senso di colpa, fino al finale, gustosamente aperto come dev’essere. Il mare come compagno di viaggio, oceano insondabile guida di nuovi oscuri e brillanti scenari.
Nessun rocambolesco evento, non c'è qui momento grottesco ma pura essenzialità e una nuova maturità dell’indomito regista,  sempre così attuale, che non smette di stupirci,  portando sul grande schermo la crudezza e i tesori nascosti nell'intimità dell'universo femminile. Una storia dove l’inconfondibile stile disincantato almodovariano lascia spazio a una visione più diretta e scorrevole che ci riporta al caro e vecchio dramma sentimentalista, con ben pochi colpi di scena.

di Chiara Fiori

lunedì 20 giugno 2016

Tutorial: Come si scrive una recensione (senza ascoltare il disco)



Cari amici aspiranti blogger e non, il momento che tanto avete atteso è giunto: dopo aver letto per anni quintalate di tutorial, da Aranzulla in poi, che vi spiegavano di volta in volta tutti i trucchi per guadagnare con un blog, cucinare la carbonara perfetta, costruire un ordigno nucleare in quattro semplici mosse, stirare alla perfezione le vostre ciocche ribelli, usare l'acqua calda senza ustionarsi e quant'altro, anche noi di ALR ART BLOG abbiamo deciso di scendere in campo e pubblicare, finalmente, tutorial veramente utili.
Iniziamo col tutorial che tutti i music blogger che si rispettino stavano aspettando, ovvero le 11 regole fondamentali per scrivere una buona recensione. Senza aver ascoltato il disco.
Parliamoci chiaro, mandare avanti un blog, specie se lo si fa da soli, non è per niente facile; tutti abbiamo un lavoro, be', proprio tutti magari no, ehm... una vita sociale da mandare avanti, la casa da tenere in ordine, la spazzatura da buttare, le ricorrenze coi parenti, le domeniche a scongiurare il suicidio e tutto quanto. Tempo per documentarsi, leggere libri, vedere film, ascoltare musica e scrivere la relativa recensione non sempre ce n'è. E allora il buon blogger si trova davanti a un bivio: o rinunciare a qualcuna delle attività sopraelencate, o al sonno, e scrivere recensioni approfondite e piene di sostanza (quello che cerca di fare il vostro umile narratore, peraltro senza riuscirci sempre), o affidarsi alle seguenti 11 regole. Leggete e fate tesoro:
     
1.   Chitarre taglienti come rasoi.
C’è poco da fare, se il disco che vi accingete a recensire fa parte del vasto genere che va dal rock blues al metal più estremo, le chitarre taglienti come rasoi sono quello che fa al caso vostro. Sebbene, va detto, in anni di frequentazioni pseudo musicali mi sia capitato in una sola occasione di sapere di un amico di amici che si era tagliato, sfilando una corda rotta, con una chitarra. E questa persona non stava tanto bene.
2.   Il suono sporco e analogico.
Se venite a sapere che il disco che avreste dovuto ascoltare è stato inciso con quattro soldi, il suono sporco e analogico può essere la soluzione adatta a voi. Potete alternarlo con la sempre valida produzione vintage da garage band, e al suono spontaneo dell’indie di una volta.
3.   Suona come se…
Un buon vecchio trucco è quello del suona come se… Basta una piccola ricerca sulle influenze della band che vi apprestate a recensire fintamente, et voilà, il gioco è fatto. Per dire, “suona come se gli Stones fossero nati nei ’90, e avessero incontrato i Mudhoney mentre si recavano dal pusher, ibridando il tutto con le sensazioni psichedeliche dei Pink Floyd più agresti, se solo a suonarli fosse stato un John Martyn in acido, con un tocco di Britney Spears e Gigi D’Alessio. Il che, ovviamente, non vuol dire un cazzo.
4.   Le buone vecchie pulsioni.
Quando proprio non sapete che pesci pigliare, le buone vecchie pulsioni vi verranno in soccorso. E allora ecco album suonare vintage, con pulsioni lisergiche che fanno di questo lavoro un trip psichedelico, o il beat elettronico che si mischia a pulsioni da rock ‘n’ roll anni ’50. Per non parlare della pulsione che vi spingerebbe a uscire in piena notte per aspettare sotto casa il recensore di turno.
5.   Le tinte.
Avete sempre disprezzato le tinte per i capelli? Giungete a un compromesso, visto che le tinte sono qui per salvarvi il culo, miei recensori posticci. Ed ecco così le tinte dark new wave dell’esordio di tal dei tali, o le tinte psych-blues del fenomenale quartetto danese. Voi che credevate le tinte a esclusivo appannaggio di qualche ex premier da strapazzo!
6.    La Captatio Malevolentiae.
“La fotografia non ha solamente il potere di “fermare” il tempo e racchiudere lo spazio: con la ben nota tecnica della long exposure è possibile condensarli, ricavandone una sintesi complessiva assieme irreale e iperreale, un simulacro che solo l’immaginazione e l’arte sono in grado di plasmare. Un espediente che Jason Shulman ha recentemente applicato al medium cinematografico, distillando interi film in singoli frame compositi: quadri impossibili, avvolti in una nebbia da cui emergono forme diafane, volti irriconoscibili e scenari senza identità, definiti in maniera prettamente emozionale dalle loro cromie sbiadite.”
Vi giuro, questo inizio di recensione l’ho davvero preso da un noto sito musicale. Chi avrebbe il coraggio di continuare la lettura dopo un’introduzione così cervellotica e soporifera?
7.   La Next Big Thing.
Se proprio non sapete a che santo votarvi, e se state recensendo un disco di brit pop, la Next Big Thing è un must a cui è difficile rinunciare. Negli anni abbiamo assistito a una Next Big Thing almeno ogni settimana, e tutte queste promesse sono state mantenute quanto quelle di Renzi in campagna elettorale.
8.   La disamina pezzo per pezzo.
Questa tecnica ha molti pro e un solo, piccolo, contro: almeno un paio di pezzi li dovete ascoltare! Quindi, armatevi di pazienza, investite quei 7-8 minuti, e poi descrivete minuziosamente influenze e suoni. Per gli altri brani potrete scrivere la prima minchiata che vi viene in mente, tanto nessuno arriverà a leggere fino a quel punto.
9.   La tecnica Social.
Simile alla precedente, ma non necessita di perdere tempo ad ascoltare nemmeno mezza canzone, sfruttando l’appiattimento dei cervelli per cui dobbiamo essere debitori a Facebook. Si dice infatti che il lettore medio di post su FB, consideri i contenuti oltre le tre righe troppo lunghi per le sue capacità di concentrazione. Vi basterà dunque vergare tre righe dove ripeterete keyword appetibili ai motori di ricerca o i nomi dei vostri sponsor. Se ce li avete.
10. Fa bel tempo se non piove.
Tecnica assai raffinata, per veri virtuosi della tastiera, detta appunto “tecnica del fa bel tempo se non piove”. Per applicarla non dovrete far altro che applicare le auree regole dei tutorial che trovate in rete: ovvero dire tutto e niente. Esempio: “Disco che suona antico e moderno insieme” o “Pezzi coesi e omogenei tra loro, anche se ogni canzone sembra dischiudere un mondo a sé”. Aiutatevi anche ripetendo continuamente titolo e nome dell’autore, sarete odiati da chi ama la bella scrittura, ma amati dai motori di ricerca.
11. Buttatela in rissa.

Tecnica assai divertente, se non vi fate prendere la mano. Non dovete far altro che offendere tutto e tutti, in particolare i fan dell’artista che state analizzando. Scommettiamo che otterrete commenti e reaction come mai
      12. Varie ed eventuali.
            Qualche suggerimento che va sempre bene. 
            Gli arrangiamenti sontuosi, raffinati, ricercati o, se proprio volete esagerare, flessuosi.
            Le partiture d'archi che creano grande atmosfera. Il suono jazz soffuso. Le coloriture 
            minimal.


domenica 19 giugno 2016

Recensione: Richard Ashcroft - These People (2016)

Per chi si è formato musicalmente negli anni '90, Richard Ashcroft è un vero pezzo da novanta, e scusate il gioco di parole, anzi, numeri. Quindi il suo ritorno dopo dieci anni dall'ultimo lavoro a suo nome, in mezzo solo l'infelice parentesi come United States Of Sounds, è comunque una notizia; devo dire che, ancor prima di aver la possibilità del disco, leggendo le interviste di rito, non mi ero fatto un'idea troppo felice del nuovo These People. Dichiarazioni altisonanti, in linea col personaggio da sempre sopra le righe, roba da pugili in conferenza stampa, insomma, con tanto di "disco esaltante" e "sono il numero uno", ma, soprattutto, il campanello d'allarme è suonato nell'apprendere di arrangiamenti elettronici e drum machine. Avrete capito, insomma, che il vostro umile narratore si sia apprestato a questo lavoro un po' prevenuto; questi i risultati. In realtà These People non è per niente male, purtroppo, o per fortuna, per dirla con Gaber, l'elettronica è più fumo che arrosto, anche se i beat electro rovinano l'iniziale Out Of My Body, che dopo l'incoraggiante incipit a la Scott Walker, si perde in un omologazione da pop radiofonico. Le cose vanno decisamente meglio con This How It Feels, ballata dall'arrangiamento particolare, che va via come una birra gelata. Con They Don't Own Me si apre il capitolo Verve, già perché con questo pezzo, e le successive These People, Picture Of You e Black Lines, siamo di fronte a pezzi che ricalcano in modo piacevolmente pedissequo i pezzi forti del catalogo della sua ex band, le ultime due in particolare sembrano echeggiare ora la mitica Sonnet, ora il cavallo di battaglia The Drugs Don't Work, da Urban Hymns. Niente di male, anzi, questa è la parte migliore di un disco che, l'avrete capito, non fa dell'innovazione il suo punto di forza, These People ha anzi qualcosa del miglior Clapton pop, a livello di suoni. Per il resto, pezzi come Hold On, spolverati di un'elettronica non proprio al passo coi tempi, un po' naif, ben diversa da quella usata ad esempio da John Grant, risultano trascurabili, e i testi infarciti di blando impegno sociale non aiutano.
Insomma, chi ha amato i Verve del periodo aureo, avrà di che gioire per un pugno di ballate scritte come Dio comanda, chi è troppo giovane o non ha mai apprezzato il brit pop, potrà tranquillamente passare oltre.

Voto: 6.5

domenica 12 giugno 2016

Recensione: John Grant - Grey Tickles And Black Pressure (2015)



È passato qualche mese dall'uscita del terzo lavoro solista di John Grant, ex leader degli Czars, uno dei culti meglio nascosti del pop degli ultimi anni. Il primo album di Grant, quel Queen Of Denmark pluripremiata prima opera, rimane ancora oggi tra i miei album preferiti di questi anni e il suo seguito Pale Green Ghost, nonostante l'inserimento di qualche synth di troppo, era di poco al di sotto.
Con Grey Tickles And Black Pressure siamo di fronte a un ulteriore step verso la dicotomia musicale di questo bravissimo artista; infatti, se da un lato permangono ballate semi-acustiche di classe cristallina, dall'altra Grant preme ancor più l'acceleratore sull'elettronica più spinta e, anche se il tutto produce a volte effetti tra lo stridente e lo straniante, la qualità si mantiene ancora su livelli d'eccellenza.
L'apertura è affidata all'iper classica ballata che dà il titolo all'album, alla cui stupenda melodia fa da contraltare un testo caustico dove Grant ironizza sul fatto che l'esistenza di problemi più gravi - il cantautore è gay e sieropositivo - gli precluda il diritto di lamentarsi. Ma già da subito le sonorità virano su un'elettronica sofisticata, anche se a tratti piuttosto indigesta, prima di planare di nuovo su toni più consoni al passato degli Czars con la bella Down Here e soprattutto con Global Warming dove Grant mischia di nuovo sapientemente la più bella melodia degli ultimi anni con un testo corrosivo verso i soliti luoghi comuni. Magma Arrives e Black Blizzard vantano ancora belle melodie, ma ammantate d'elettronica, e c'è ancora spazio per il duetto con Tracey Thorn e per la chiusa classicheggiante di No More Tangles e Geraldine, due pezzi veramente sontuosi.
Dico la mia: se tutto il lavoro fosse composte dalle sole ballate, il voto si attesterebbe su un bel nove tondo, ma visto che l'elettronica sembra essere la nuova passione e valvola di sfogo di una delle voci più belle del pop attuale, non me la sento di essere troppo dure verso le parti dominate dai synth, quindi il mio giudizio si mantiene ampiamente su livelli d'eccellenza.

Voto: 7.5