mercoledì 29 giugno 2016

Recensione: Purson - Desire’s Magic Theatre (2016)


Nel ricco carrozzone del rock revivalista, dedito a registrazioni analogiche, travestitismi occulti, citazioni colte che vanno a parare sempre negli stessi paraggi, e calendario che pare essersi bloccato al 1971, i Purson rappresentano qualcosa di diverso.
Già, perché la band inglese, guidata da quella creatura onirica che risponde al nome di Rosalie Cunningham, bellissima nel suo look da fata psichedelica e, soprattutto, detentrice di una vocalità ispirata, partono sì dall'hard rock psichedelico dei primi seventies, ma questi semi vengono gettati in ogni direzione, aprendo a risultati che vanno dal folk dei Jehtro Tull, alle melodie dei Beatles, a break strumentali che devono molto ai Doors, ma anche a reminiscenze da cabaret, teatro vittoriano, Hendrix, Small Faces e Kinks, in un caleidoscopio sonoro che rischia di lasciare storditi; e questo già dall'avvio con la title track, che parte con un riff sabbathiano su cui si innesta prepotente la voce sensuale e smargiassa di Rosalie, per poi cambiare registro, rovesciarsi su sé stessa fino a diventare una ballata folk. Electric Landlady, già dal titolo, è un omaggio a Jimi Hendrix, ricordato soprattutto nel riff, ma con toni molto soft per un risultato che, come anche in altri pezzi, ricorda i Kula Shaker come vorrei suonassero ancora. Anche la successiva Dead Dodo Down è un pezzo killer, molto vicino alla psichedelia del periodo d'oro, dalle parti dei Jefferson Airplane soprattutto grazie alla vocalità della Cunningham, non distante dalla Grace Slick del tempo che fu; a completare il tutto un solo di chitarra davvero gustoso nella sua brevità.
Da qui in poi il disco procede alternando ancora folk, prog e compagnia bella, ma c'è ancora spazio per un paio di gemme, la beatlesiana, anzi, harrisoniana, The Window Cleaner e la stupenda Mr. Howard, il cui protagonista, dietro la ritmica blueseggiante cela lontane parentele col Mr. Jones della Ballad Of A Thin Man di Dylan.
Insomma, l'unico pericolo con i Purson, che non a caso prendono il nome da un demone, è di perdersi, non si sa se per le disparate influenze e suggestioni o per il fascino di Rosalie Cunningham, vera dea psichedelica.

Voto: 7

sabato 25 giugno 2016

Indierocket Festival: Serata #1

Si è aperta ieri sera la tredicesima edizione dell'Indierocket Festival di Pescara, una delle rare occasione per ascoltare musica dal vivo di un certo spessore nella mia cittadina. Il Reportage semiserio.
Essendo stato incaricato di recensire il festival, e anche di foteggiare, per conto di un quotidiano online, mi appresto sul luogo del delitto fin dalle 19, in tempo per godermi, si fa per dire, gli ultimi raggi ultravioletti di una delle giornate più calde dell'anno, e per farmi un'idea della portata del Festival; ultimi preparativi, qualche astante già pregno di birra che si scalmana sulla fiducia e bambini parcheggiati dai nonni che giocano nella cornice, non splendida ma accettabile, del parco Di Cocco, ignari della tempesta sonora che promette di scatenarsi di lì a poco.
Il primo live act è appannaggio dei Weird Black di Roma, quartetto che evidentemente ha avuto il tempo anche di assaporare le spiagge locali, visto che si presentano sul palco, almeno il vocalist e il chitarrista, in boxer e kimono psichedelico. Il loro rock mischia un po' di tutto, tranne il Brazil citato nel titolo del loro lp, a dire il vero, dalla west coast ai Velvet Underground, ai più contemporanei Foxygen e Parquet Courts. Una mezz'ora che scorre via piacevole, nonostante a far da pubblico siano per ora poco più che quattro gatti, tra cui qualche figura che inizia a scatenarsi presa da fumi non proprio metaforici.







Seguono i John Canoe, altro progetto italiano tra garage surf e accenni grunge e, mentre un rasta d'ordinanza ostacola in tutti i modi che la vetusta capigliatura gli permette i miei scatti, mi chiedo come faccia il chitarrista a suonare con una tracolla così corta, roba che nemmeno lo Scotty Moore di Elvis. Tutto sommato un'altra mezz'ora che fila via senza infamia né lode, col buon Rolando Bruno, il prossimo in cartellone, che si rilassa sparandosi una birretta seduto sull'erba, in pieno stile Woodstock(84).
Ed è proprio Rolando Bruno Y Su Orquestra Midi (ovvero un ipod con basi registrate) uno degli artisti che più mi incuriosisce; il suo repertorio fa rivivere pezzi della tradizionale Cumbia peruviana (ma lui è argentino) filtrati attraverso arrangiamenti garage-psych, per concludere con una cover di Sympathy For The Devil in spagnolo. Il risultato è un mix straniante tra Buena Vista Social Club e Santana, con Rolando, che scambieresti facilmente per un ambulante peruviano, di quelli che vendono i cd con Baglioni rifatto col flauto, che si dimena con vero piglio da rocker, impartendo assoli psichedelici degni di miglior causa. Molto piacevole.
È la volta degli Squadra Omega, progetto italiano che mischia non sempre in modo felice kraut, space rock, free jazz e avanguardia rumorista, con un muro di suono imponente ma a tratti insensato. Ma a questo punto siamo già in pieno clima festivaliero, odore di cannabis in ogni dove, ubriachi che si dimenano e tutto il corredo hippie tipico dell'occasione. Credo di essere l'unico a far caso ancora a chi suona.
E faccio bene, visto che il successivo è l'act che vale la serata, quello degli Psychic Ills. I newyorkesi attaccano circospetti, ma il loro validissimo rock psichedelico con accenni shoegaze fa presto a fare breccia nei miei gusti. Infatti, al di là dell'effettistica che ammanta di psichedelia il tutto, l'ossatura dei pezzi si rifà in toto alle radici americane, mischiando sapientemente country, blues e un certo folk alla Bob Dylan in acido. Molto, molto bello, peccato siano quasi tutti troppo ubriachi per accorgersene.
La conclusione fila via liscia con l'altra band di New York in scaletta, i White Hills. La loro è una psichedelia meno gentile, con un granitico muro di suono di grande efficacia.
Stasera live all'insegna dell'elettronica più spinta, non so se ci sarò. E se cisarò sarà per la birra.

venerdì 24 giugno 2016

I Dischi Oscuri: Steamhammer - Steamhammer (aka Reflection) 1968



Gli Steamhammer sono una delle band più valide e, al contempo, sottovalutate del british blues, almeno inizialmente, e del successivo progressive rock; provate a cercarli su Wikipedia, non c'è una pagina italiana, e poche righe su quella inglese. Ed è proprio dalle terre d'Albione che questa eccezionale band proveniva, dove incise il primo album, quello di cui parliamo, nel 1968, dopo essersi fatta le ossa come backing band del grande Freddie King in un paio dei suoi tour britannici.
Questo primo lavoro è un distillato purissimo di tutte le sfumature del british blues, da atmosfere che rimandano a John Mayall, a chitarre claptoniane e passaggi jazz blues alla Ten Years After.
L'apertura e la chiusura, e allora la cosa era piuttosto innovativa, sono affidate alle due parti dello strumentale Water, con parti di chitarra davvero liquide, in omaggio al titolo, ma è col loro primo singolo Junior's Wailing che si entra nel vivo. Junior's Wailing è, secondo chi scrive, il più bell'esempio di boogie blues mai inciso; riff trascinante, la voce di Kieran White perfetta per il genere e le parti di chitarra di Martin Pugh che dominano un pezzo dal tiro davvero micidiale. Il pezzo sarà ripreso due anni dopo dagli Status Quo, che ne faranno un loro cavallo di battaglia con una versione piuttosto di grana grossa. Il disco prosegue passando in rassegna tutte le atmosfere blues possibili, con la cover di B.B. King di You'll Never Know, e lo splendido slow di Eddie Boyd 24 Hours, ma è in pezzi come Even The Clock e Down The Highway, con tanto di flauto alla Jehtro Tull, che gli Steamhammer fanno presagire la direzione progressive che prenderanno in seguito. C'è ancora spazio per un bellissimo brano dalle cadenza boogie come When All Your Friends Are Gone per un concludere un vero capolavoro oscuro della musica degli anni '60.
Nei successivi dischi gli Steamhammer si svincoleranno sempre più dagli stilemi blues, introducendo anche una sezione fiati, fino allo sperimentale Speech, ancora validissimo, ma che ne decreterà la fine.

mercoledì 22 giugno 2016

Recensione: Julieta di Pedro Almodovar (2016)

Con la recensione di oggi, ALR ART BLOG inizia la sua collaborazione con l'ispirata penna della blogger Chiara Fiori. Buona lettura.


“Esisti solo Tu, la tua assenza riempie totalmente la mia vita e la distrugge”

Il nuovo personaggio di Almodovar è ancora una volta una donna, una bellissima Emma Suarez che si sdoppia in Adriana Ugarte , una madre che non vede la figlia da dodici anni. È la solitudine la protagonista per trent’anni di esistenza nell’'ultimo film del policromatico regista iberico, mai deludente.
Julieta è una donna con segreti  e tristezze che prova a ricostruirsi una vita senza riuscirci fino in fondo.
Solo in seguito ad un casuale e scioccante incontro per le vie di Madrid, con quella che è stata la storica amica di gioventù della figlia, Julieta inizia a scrivere una lunga  lettera all’ormai adulta Antìa, una lettera che è la Sua  Storia, una memoria da ricostruire, dove finalmente le racconta  tutta la verità.
Quali sono i  motivi che hanno portato una figlia a far perdere le sue tracce per dodici interminabili anni?
Una perdita che equivale a una morte, una perdita che è una distanza incolmabile, un vuoto che è assenza inspiegabile; è allora che entra in gioco la memoria, con un racconto scritto che va a ritroso dalla gioventù della madre passando per i suoi amori, i tradimenti, i lutti, gli accadimenti e le persone che hanno determinato la scelta ultima di scomparire, gettando la donna in una disperata e solitaria ricerca dei luoghi e delle ragioni che l'hanno vista passare per poi andar via.
Un viaggio alla ricerca dei tasselli del mosaico nei luoghi dove è stata  incontrata, le persone con cui ha parlato, per poi scappare di nuovo, impedendo alla madre di ritrovarla.
Questa è la missione di Julieta che ce la farà amare in un crescendo di ricordi, figure assenti (maschili e femminili) e il presente, conoscendo meglio Antìa, i suoi traumi e il doppio senso di colpa, fino al finale, gustosamente aperto come dev’essere. Il mare come compagno di viaggio, oceano insondabile guida di nuovi oscuri e brillanti scenari.
Nessun rocambolesco evento, non c'è qui momento grottesco ma pura essenzialità e una nuova maturità dell’indomito regista,  sempre così attuale, che non smette di stupirci,  portando sul grande schermo la crudezza e i tesori nascosti nell'intimità dell'universo femminile. Una storia dove l’inconfondibile stile disincantato almodovariano lascia spazio a una visione più diretta e scorrevole che ci riporta al caro e vecchio dramma sentimentalista, con ben pochi colpi di scena.

di Chiara Fiori

lunedì 20 giugno 2016

Tutorial: Come si scrive una recensione (senza ascoltare il disco)



Cari amici aspiranti blogger e non, il momento che tanto avete atteso è giunto: dopo aver letto per anni quintalate di tutorial, da Aranzulla in poi, che vi spiegavano di volta in volta tutti i trucchi per guadagnare con un blog, cucinare la carbonara perfetta, costruire un ordigno nucleare in quattro semplici mosse, stirare alla perfezione le vostre ciocche ribelli, usare l'acqua calda senza ustionarsi e quant'altro, anche noi di ALR ART BLOG abbiamo deciso di scendere in campo e pubblicare, finalmente, tutorial veramente utili.
Iniziamo col tutorial che tutti i music blogger che si rispettino stavano aspettando, ovvero le 11 regole fondamentali per scrivere una buona recensione. Senza aver ascoltato il disco.
Parliamoci chiaro, mandare avanti un blog, specie se lo si fa da soli, non è per niente facile; tutti abbiamo un lavoro, be', proprio tutti magari no, ehm... una vita sociale da mandare avanti, la casa da tenere in ordine, la spazzatura da buttare, le ricorrenze coi parenti, le domeniche a scongiurare il suicidio e tutto quanto. Tempo per documentarsi, leggere libri, vedere film, ascoltare musica e scrivere la relativa recensione non sempre ce n'è. E allora il buon blogger si trova davanti a un bivio: o rinunciare a qualcuna delle attività sopraelencate, o al sonno, e scrivere recensioni approfondite e piene di sostanza (quello che cerca di fare il vostro umile narratore, peraltro senza riuscirci sempre), o affidarsi alle seguenti 11 regole. Leggete e fate tesoro:
     
1.   Chitarre taglienti come rasoi.
C’è poco da fare, se il disco che vi accingete a recensire fa parte del vasto genere che va dal rock blues al metal più estremo, le chitarre taglienti come rasoi sono quello che fa al caso vostro. Sebbene, va detto, in anni di frequentazioni pseudo musicali mi sia capitato in una sola occasione di sapere di un amico di amici che si era tagliato, sfilando una corda rotta, con una chitarra. E questa persona non stava tanto bene.
2.   Il suono sporco e analogico.
Se venite a sapere che il disco che avreste dovuto ascoltare è stato inciso con quattro soldi, il suono sporco e analogico può essere la soluzione adatta a voi. Potete alternarlo con la sempre valida produzione vintage da garage band, e al suono spontaneo dell’indie di una volta.
3.   Suona come se…
Un buon vecchio trucco è quello del suona come se… Basta una piccola ricerca sulle influenze della band che vi apprestate a recensire fintamente, et voilà, il gioco è fatto. Per dire, “suona come se gli Stones fossero nati nei ’90, e avessero incontrato i Mudhoney mentre si recavano dal pusher, ibridando il tutto con le sensazioni psichedeliche dei Pink Floyd più agresti, se solo a suonarli fosse stato un John Martyn in acido, con un tocco di Britney Spears e Gigi D’Alessio. Il che, ovviamente, non vuol dire un cazzo.
4.   Le buone vecchie pulsioni.
Quando proprio non sapete che pesci pigliare, le buone vecchie pulsioni vi verranno in soccorso. E allora ecco album suonare vintage, con pulsioni lisergiche che fanno di questo lavoro un trip psichedelico, o il beat elettronico che si mischia a pulsioni da rock ‘n’ roll anni ’50. Per non parlare della pulsione che vi spingerebbe a uscire in piena notte per aspettare sotto casa il recensore di turno.
5.   Le tinte.
Avete sempre disprezzato le tinte per i capelli? Giungete a un compromesso, visto che le tinte sono qui per salvarvi il culo, miei recensori posticci. Ed ecco così le tinte dark new wave dell’esordio di tal dei tali, o le tinte psych-blues del fenomenale quartetto danese. Voi che credevate le tinte a esclusivo appannaggio di qualche ex premier da strapazzo!
6.    La Captatio Malevolentiae.
“La fotografia non ha solamente il potere di “fermare” il tempo e racchiudere lo spazio: con la ben nota tecnica della long exposure è possibile condensarli, ricavandone una sintesi complessiva assieme irreale e iperreale, un simulacro che solo l’immaginazione e l’arte sono in grado di plasmare. Un espediente che Jason Shulman ha recentemente applicato al medium cinematografico, distillando interi film in singoli frame compositi: quadri impossibili, avvolti in una nebbia da cui emergono forme diafane, volti irriconoscibili e scenari senza identità, definiti in maniera prettamente emozionale dalle loro cromie sbiadite.”
Vi giuro, questo inizio di recensione l’ho davvero preso da un noto sito musicale. Chi avrebbe il coraggio di continuare la lettura dopo un’introduzione così cervellotica e soporifera?
7.   La Next Big Thing.
Se proprio non sapete a che santo votarvi, e se state recensendo un disco di brit pop, la Next Big Thing è un must a cui è difficile rinunciare. Negli anni abbiamo assistito a una Next Big Thing almeno ogni settimana, e tutte queste promesse sono state mantenute quanto quelle di Renzi in campagna elettorale.
8.   La disamina pezzo per pezzo.
Questa tecnica ha molti pro e un solo, piccolo, contro: almeno un paio di pezzi li dovete ascoltare! Quindi, armatevi di pazienza, investite quei 7-8 minuti, e poi descrivete minuziosamente influenze e suoni. Per gli altri brani potrete scrivere la prima minchiata che vi viene in mente, tanto nessuno arriverà a leggere fino a quel punto.
9.   La tecnica Social.
Simile alla precedente, ma non necessita di perdere tempo ad ascoltare nemmeno mezza canzone, sfruttando l’appiattimento dei cervelli per cui dobbiamo essere debitori a Facebook. Si dice infatti che il lettore medio di post su FB, consideri i contenuti oltre le tre righe troppo lunghi per le sue capacità di concentrazione. Vi basterà dunque vergare tre righe dove ripeterete keyword appetibili ai motori di ricerca o i nomi dei vostri sponsor. Se ce li avete.
10. Fa bel tempo se non piove.
Tecnica assai raffinata, per veri virtuosi della tastiera, detta appunto “tecnica del fa bel tempo se non piove”. Per applicarla non dovrete far altro che applicare le auree regole dei tutorial che trovate in rete: ovvero dire tutto e niente. Esempio: “Disco che suona antico e moderno insieme” o “Pezzi coesi e omogenei tra loro, anche se ogni canzone sembra dischiudere un mondo a sé”. Aiutatevi anche ripetendo continuamente titolo e nome dell’autore, sarete odiati da chi ama la bella scrittura, ma amati dai motori di ricerca.
11. Buttatela in rissa.

Tecnica assai divertente, se non vi fate prendere la mano. Non dovete far altro che offendere tutto e tutti, in particolare i fan dell’artista che state analizzando. Scommettiamo che otterrete commenti e reaction come mai
      12. Varie ed eventuali.
            Qualche suggerimento che va sempre bene. 
            Gli arrangiamenti sontuosi, raffinati, ricercati o, se proprio volete esagerare, flessuosi.
            Le partiture d'archi che creano grande atmosfera. Il suono jazz soffuso. Le coloriture 
            minimal.


domenica 19 giugno 2016

Recensione: Richard Ashcroft - These People (2016)

Per chi si è formato musicalmente negli anni '90, Richard Ashcroft è un vero pezzo da novanta, e scusate il gioco di parole, anzi, numeri. Quindi il suo ritorno dopo dieci anni dall'ultimo lavoro a suo nome, in mezzo solo l'infelice parentesi come United States Of Sounds, è comunque una notizia; devo dire che, ancor prima di aver la possibilità del disco, leggendo le interviste di rito, non mi ero fatto un'idea troppo felice del nuovo These People. Dichiarazioni altisonanti, in linea col personaggio da sempre sopra le righe, roba da pugili in conferenza stampa, insomma, con tanto di "disco esaltante" e "sono il numero uno", ma, soprattutto, il campanello d'allarme è suonato nell'apprendere di arrangiamenti elettronici e drum machine. Avrete capito, insomma, che il vostro umile narratore si sia apprestato a questo lavoro un po' prevenuto; questi i risultati. In realtà These People non è per niente male, purtroppo, o per fortuna, per dirla con Gaber, l'elettronica è più fumo che arrosto, anche se i beat electro rovinano l'iniziale Out Of My Body, che dopo l'incoraggiante incipit a la Scott Walker, si perde in un omologazione da pop radiofonico. Le cose vanno decisamente meglio con This How It Feels, ballata dall'arrangiamento particolare, che va via come una birra gelata. Con They Don't Own Me si apre il capitolo Verve, già perché con questo pezzo, e le successive These People, Picture Of You e Black Lines, siamo di fronte a pezzi che ricalcano in modo piacevolmente pedissequo i pezzi forti del catalogo della sua ex band, le ultime due in particolare sembrano echeggiare ora la mitica Sonnet, ora il cavallo di battaglia The Drugs Don't Work, da Urban Hymns. Niente di male, anzi, questa è la parte migliore di un disco che, l'avrete capito, non fa dell'innovazione il suo punto di forza, These People ha anzi qualcosa del miglior Clapton pop, a livello di suoni. Per il resto, pezzi come Hold On, spolverati di un'elettronica non proprio al passo coi tempi, un po' naif, ben diversa da quella usata ad esempio da John Grant, risultano trascurabili, e i testi infarciti di blando impegno sociale non aiutano.
Insomma, chi ha amato i Verve del periodo aureo, avrà di che gioire per un pugno di ballate scritte come Dio comanda, chi è troppo giovane o non ha mai apprezzato il brit pop, potrà tranquillamente passare oltre.

Voto: 6.5

domenica 12 giugno 2016

Recensione: John Grant - Grey Tickles And Black Pressure (2015)



È passato qualche mese dall'uscita del terzo lavoro solista di John Grant, ex leader degli Czars, uno dei culti meglio nascosti del pop degli ultimi anni. Il primo album di Grant, quel Queen Of Denmark pluripremiata prima opera, rimane ancora oggi tra i miei album preferiti di questi anni e il suo seguito Pale Green Ghost, nonostante l'inserimento di qualche synth di troppo, era di poco al di sotto.
Con Grey Tickles And Black Pressure siamo di fronte a un ulteriore step verso la dicotomia musicale di questo bravissimo artista; infatti, se da un lato permangono ballate semi-acustiche di classe cristallina, dall'altra Grant preme ancor più l'acceleratore sull'elettronica più spinta e, anche se il tutto produce a volte effetti tra lo stridente e lo straniante, la qualità si mantiene ancora su livelli d'eccellenza.
L'apertura è affidata all'iper classica ballata che dà il titolo all'album, alla cui stupenda melodia fa da contraltare un testo caustico dove Grant ironizza sul fatto che l'esistenza di problemi più gravi - il cantautore è gay e sieropositivo - gli precluda il diritto di lamentarsi. Ma già da subito le sonorità virano su un'elettronica sofisticata, anche se a tratti piuttosto indigesta, prima di planare di nuovo su toni più consoni al passato degli Czars con la bella Down Here e soprattutto con Global Warming dove Grant mischia di nuovo sapientemente la più bella melodia degli ultimi anni con un testo corrosivo verso i soliti luoghi comuni. Magma Arrives e Black Blizzard vantano ancora belle melodie, ma ammantate d'elettronica, e c'è ancora spazio per il duetto con Tracey Thorn e per la chiusa classicheggiante di No More Tangles e Geraldine, due pezzi veramente sontuosi.
Dico la mia: se tutto il lavoro fosse composte dalle sole ballate, il voto si attesterebbe su un bel nove tondo, ma visto che l'elettronica sembra essere la nuova passione e valvola di sfogo di una delle voci più belle del pop attuale, non me la sento di essere troppo dure verso le parti dominate dai synth, quindi il mio giudizio si mantiene ampiamente su livelli d'eccellenza.

Voto: 7.5

mercoledì 8 giugno 2016

Recensione: Psychedelic Witchcraft - The Vision (2016)



Oggi musica italiana su ALR ART BLOG; italiana, si fa per dire, infatti il progetto Psychedelic Witchcraft, guidato dalla carismatica vocalist Virginia Monti, sembrerebbe più provenire da qualche oscura foresta del nord Europa, con coordinate temporali rintracciabili tra il 1969 e il 1972.
Come infatti i più smaliziati intuiranno già dal nome scelto dalla band, siamo di fronte a quella particolare nicchia del rock psichedelico che iniziarono a scavare alla fine degli anni '60 i Coven, a Chicago, e che sarebbe stata portata alla luce in modo più esaltante dai Black Widow prima e, soprattutto, dai Black Sabbath poi. Difatti la band fiorentina si diverte a riportare indietro il tempo e a proporre un robusto hard rock, venato di blues e psichedelia, ma non privo di qualche melodia accattivante, guidato dalla bella voce di Virginia e dalla chitarra di Jacopo Fallai, davvero apprezzabile nei suoi interventi misurati e mai sopra le righe.
Dopo alcuni EP, che hanno ottenuto un buon riscontro, da ricordare la loro cover di Dark Lord, pezzo dei Sam Gopal, una delle prime, misconosciute incarnazioni del grande Lemmy, la band approda al primo lavoro sulla lunga distanza che, uscito da un paio di mesi, si intitola The Vision. Al di là degli aspetti più appariscenti del packaging, dalla bellezza gotica di Virginia Monti, al corredo esoterico e alla grafica psych, dietro questo album troviamo anche molta sostanza. Certo, il tutto sembra abbia ancora bisogno di qualche aggiustamento, a volte ci si trova un po' sopra le righe e forse i pezzi accusano un'eccessiva compattezza, si somigliano molto tra loro, in altre parole, tuttavia il potenziale è davvero ottimo e il risultato già assai godibile al primo colpo; basti ascoltare la partenza col piede premuto sull'acceleratore di A Creature, che si snoda attorno a un riff di chitarra leggero ma efficace, Witches Arise, che ricorda alcune cose dei primi Black Sabbath, e Wicked Ways, con la chitarra di Fallai più che mai efficace e in evidenza, e la voce di Virginia qui al top in una melodia che nel ritornello assume toni quasi da southern rock. Due sono però gli episodi che si differenziano di più, in questo The Vision, la ballata, anche qui marcatamente southern, sembra quasi di sentire i Lynyrd Skynyrd, The Only One That Knows, e il blues dilatato e, a tratti, psichedelico di Magic Hour Blues.
Tirando le somme, un progetto sicuramente fuori dal (nostro) tempo, destinato a rimanere probabilmente nei confini della sua nicchia, ma anche molto promettente per gli sviluppi futuri, e che sicuramente riempie di curiosità per l'impatto live.

Voto: 7

sabato 4 giugno 2016

I Dischi Oscuri: Free - Tons Of Sobs (1968)



Il Disco Oscuro di oggi è particolare, almeno per i canoni di questa rubrica, infatti la band dei Free non si può certo definire sconosciuta, anzi, a cavallo dei decenni '60 e '70 ha goduto di grande popolarità; tuttavia, Tons Of Sobs, il loro primo lavoro datato 1968 è sempre stato un po' snobbato a favore dei successivi, specie quel Fire And Water che, forte del successo del singolo All Right Now, ne decreterà il successo planetario e, paradossalmente, con ogni probabilità, anche la fine.
E invece, secondo me, questa loro prima fatica racchiude molto meglio degli altri le vere peculiarità del gruppo, e il sentimento del tempo, ovvero il passaggio dal british blues a certo hard blues alla Cream e al futuro hard rock che ancora oggi fa tanti proseliti.
Ma andiamo con ordine; quando i Free si formano, Paul Rodgers, una delle voci più potenti del rock britannico, ha appena 19 anni e... è il più anziano della band; già, perché Andy Fraser, il bassista, ha appena 15 anni e Paul Kossoff, di poco più grande, è già un consumato chitarrista blues, che si è fatto le ossa suonando nei favolosi Black Cat Bones. I ragazzi formano la band con l'intento di suonare un po' di buon blues, magari alzando il volume degli amplificatori al massimo, così come stavano facendo da un anno i Cream e Jimi Hendrix e, magari senza volerlo, danno una bella mano nell'edificazione delle fondamenta dell'hard rock. 
Tons Of Sobs si compone di dieci pezzi, e si apre e si chiude, cosa abbastanza inedita per i tempi, con una breve introduzione acustica folk blues, che sfocia inopinatamente nel proto hard di Worry, e la sua conclusiva reprise. Dopo Worry, forse ancora un po' acerba ma con Kossoff già in bella evidenza, arriva Walk In My Shadows, gran bel pezzo dal riff granitico, così come sarà poco più avanti per I'm A Mover, e forse è proprio in questi due pezzi il fulcro del suono dei Free, riff potenti nella loro semplicità, la voce esplosiva di Rodgers, la splendida chitarra di Kossoff e il basso robusto di Fraser.
Molto spazio è dedicato al blues più puro, con i rifacimenti di due standard, Goin' Down Slow e The Hunter. La prima ricorda molto, nelle linee di chitarra di Kossoff, la coeva Death Valley Blues, dell'ex band del chitarrista, i Black Cat Bones, mentre il riff della seconda (composta dal grande Albert King) sarà citato anche dai Led Zeppelin. Del trittico blues fa parte anche lo splendido slow Moonshine, che tanto immagino avrà insegnato, per dirne una, ai Graveyard dei pezzi più lenti e d'atmosfera. La successiva Seet Tooth invece ricorda molto da vicino il John Mayall, periodo Laurel Canyon, ed è l'episodio più rilassato del set.
Di lì a poco i Free avrebbero indovinato l'hit mondiale con la celebre All Right Now, pezzo dal ritornello accattivante, ma che certo non rende giustizia alle grandi doti di Kossoff e compagni, poi lo scioglimento e la scomparsa prematura, nel 1976, del chitarrista, dedito alle sostanze in modo piuttosto pesante. Rodgers, col fido batterista Simon Kirke, dopo una reunion abbastanza sciagurata, avrebbe ritrovato il successo con l'hard di grana grossa dei Bad Company, prima di inabissarsi definitivamente, in anni più recenti, con l'effimera collaborazione coi Queen.
Ma, al di là di tutto, Tons Of Sobs è il disco che non può mancare nella collezione di ogni buon appassionato di heavy blues e hard rock.

giovedì 2 giugno 2016

Le Canzoni Degli Spot: Magnum Algida 2016



Per l'ormai tradizionale appuntamento delle soundtrack degli spot che circolano attualmente sulle maggiori reti televisive, oggi parliamo del nuovo spot del Magnum Algida, cavallo di battaglia dell'azienda italiana di gelati che, puntuale a ogni inizio estate, torna a bersagliare noi povero pubblico inerme, con le sue discutibili versioni limited edition.
Ma quello che interessa in questa sede, e anche parecchio, visto che sono state varie le richieste volte a svelare il pezzo che fa da colonna sonora, è appunto la canzone; e andiamo allora a svelare il segreto di Pulcinella, il pezzo è High Ball Stepper, brano strumentale molto particolare tratto da Lazaretto, seconda prova solista di Jack White, già leader dei White Stripes, per chi scrive il gruppo rock più importante degli anni zero, nonché titolare dell'etichetta Third Man Records e membro di innumerevoli progetti con altre band, dai Dead Weather ai Racounteurs.
Il pezzo è appunto uno strumentale che si snoda attorno a un riff che fa molto Cream, con una slide country blues in bella evidenza, per poi virare per lidi più rumoristici e alternativi.
Lode comunque ai pubblicitari che sono andati a ripescare un bel pezzo che, tuttavia, nell'economia di Lazaretto, rivestiva un ruolo quasi di riempitivo.

mercoledì 1 giugno 2016

L'anniversario: The Beatles - Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (1967)


Il 1 Giugno del 1967 usciva l'album che, a detta di tutti, ha cambiato per sempre il corso della storia della musica pop, ma forse anche qualcosa in più. L'anno prossimo il disco compirà 50 anni tondi tondi e tutti, giustamente ne parleranno; ma, visto che, come ormai ben saprete, ALR ART BLOG è il blog che si trova sempre un passo e mezzo avanti, ne parliamo oggi, in quest'anonimo quarantanovesimo anniversario.
L'uscita come un fulmine a ciel sereno di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band può a ben diritto paragonarsi a un vero e proprio colpo di stato, almeno nel mondo del pop di allora; sottolineo di allora perché, ovviamente, l'album va ascoltato con le orecchie di allora, e raffrontato al pop di quegli anni. Certo, il rock alternativo aveva già assestato i suoi bei colpi, il primo dei Pink Floyd è coevo di Sgt. Pepper e i Grateful Dead, al di là dell'oceano, avevano iniziato a spargere i loro inquietanti semi psichedelici e l'ondata di psych rock e, più avanti, progressive, era alle porte, ma era la prima volta che una band dalla planetaria popolarità, com'era quella dei Beatles, si spingeva così oltre. Passiamo in rassegna le tante rivoluzioni segnate dall'uscita di questo disco; tanto per iniziare, la parola "album" legata a un disco musicale nasce qui, in relazione al packaging del prodotto, apribile come, appunto, un album e pieno di foto, booklet e gadgets, roba non certo all'ordine del giorno. Sgt. Pepper è anche uno dei primi album concept, con tutti i brani collegati da un filo logico, e sicuramente il primo a riscuotere largo successo; la presenza di una reprise del brano iniziale è uno stratagemma volto a rafforzare la continuità tra i brani, da allora, fino a oggi, riproposto da innumerevoli artisti. Ma è soprattutto il lavoro in studio di registrazione a uscire stravolto dopo Sgt. Pepper. Nessuno aveva mai dedicato tanto tempo e impegno nel ricercare nuove sonorità da applicare al pop, in tempi in cui anche una semplice dissolvenza, come quella alla fine del crescendo orchestrale di A Day In The Life, poteva richiedere giorni di lavoro e trovate non sempre ortodosse. Anche i testi non sono da meno, le tematiche abbracciano un largo range di argomenti, dalla denuncia sociale, alle droghe, alla spiritualità, ben più ampio di quanto era stato fino ad allora nel campo delle canzonette.
Sgt. Pepper, mi viene da dire, è un album la cui quintessenzialità, indubitabile, poggia più su aspetti rivoluzionari che vanno oltre il mero aspetto musicale, infatti, se cercate le canzoni più ispirate dei Beatles ne troverete solo una manciata e, anche se ogni pezzo dell'album meriterebbe un trattato a sé, è pur vero che il duo delle meraviglie Lennon - McCartney e anche il grande George Harrison, da sempre il mio beatle preferito, a livello puramente musicale, il meglio l'hanno dato in altri dischi. Ne sia la prova che i brani assurti allo status di leggendari presenti su Sgt. Pepper sono i soli Lucy In The Sky With Diamonds, con tutto il suo corredo di polemiche a proposito dell'LSD, la stupenda A Day In The Life, che da sola farebbe la fortuna di qualsiasi canzoniere, e With A Little Help From My Friends, resa però storica più dall'interpretazione di Joe Cocker al Festival di Woodstock.
E non dimentichiamo che Sgt. Pepper ha anche il dubbio merito di aver dato la stura, non meno di altri album beatlesiano, a decine di dicerie sulla presunta morte di Paul McCartney; ma di questo, magari, parleremo un'altra volta.