domenica 31 maggio 2015

Avvistamenti: Calexico - Edge Of The Sun (2015)

 Ogni nuova uscita dei Calexico è un po' come passare una serata con gli amici di sempre, in quel locale che da ragazzi era abitudine frequentare tutti i giorni, e dove ora si va magari per una rimpatriata una tantum. Si sa già che qualcuno verrà preso in giro per storie di vent'anni fa, che si riderà per battute becere su difetti fisici, si parlerà male di chi non c'è e si finirà alticci a rimpiangere i bei tempi che furono e che all'epoca così belli non sembravano nemmeno. E nonostante siano passati gli anni tutto ci sembrerà uguale, giacché le idee che si hanno gli uni degli altri sono talmente radicate che il cervello inserirà il pilota automatico, bypassando rughe e spigolosità che magari non c'erano; non ci accorgeremo nemmeno che il locale ha cambiato gestione e tappezzeria. E, fatta salva qualche passeggera nostalgia post sbronza, non ci si penserà più fino alla prossima rimpatriata. Bene, questo pseudo trattato di sociologia da "Donna Moderna" per dire che coi Calexico si rischia di andare talmente sul sicuro da non accorgersi di quanta ricerca a livello di scrittura e arrangiamenti si celi dietro ogni loro uscita, ben nascosta dietro un family feeling che rischia di far sembrare la band sempre uguale a sé stessa. In realtà, anche in questo Edge Of The Sun, i Calexico si muovono sicuri nel solco di una tradizione che, giunti ormai a quasi vent'anni di carriera, essi stessi hanno tracciato pazientemente, brandendo chitarrone mariachi e voci sussurrate come metaforici aratri, ma non mancano di inserire interessanti novità nelle loro complesse tessiture sonore. Ed ecco fare capolino qua e là un delicato tappeto elektro(Tapping On The Line), qualche tocco di batteria elettronica e misurati effetti sonori. Le influenze sono, al solito, le più disparate, al di là del loro marchio di fabbrica, ovvero un tex-mex di qualità(la strumentale Coyoacàn o la classica Beneath The City Of Dreams), che si spinge ancora più a sud con la bella Cumbia De Donde, numero che farà impazzire i calexichiani duri e puri, mentre pezzi quali When The Angels Played o Miles From The Sea, o ancora il delicato valzer di Woodshed Waltz, sembrano prelevati da episodi minori del songbook di Dylan & The Band. Tapping On The Line sembra omaggiare anche il sound del sempre sottovalutato Bruce Cockburn, mentre la novità più eclatante può essere rintracciata nella collaborazione di World Undone coi Takim, gruppo di musica greca che suona anche nella delirante Roll Tango, bonus track piuttosto ghiotta dove convivono mondi apparentemente inconciliabili, da Tom Waits al tango, dal sirtaki alla maestosa voce di Eric Burdon fino al Tanco Del Murazzo di Vinicio Capossela, musicista ben conosciuto dai Calexico, tanto che il pezzo rimanda più o meno direttamente alla loro collaborazione di "Polpo D'Amor".
Da segnalare le bonus track dell'edizione deluxe, che costituiscono quasi un lavoro a sé, incentrato sul versante mex della loro musica. E un consiglio: al prossimo ascolto dell'album, così come alla prossima rimpatriata, cercate di fare tabula rasa di ciò che già conoscete e date per scontato, se riuscirete a guardare con occhi nuovi vecchie realtà, scoprirete qualcosa d'interessante.
 

venerdì 29 maggio 2015

29.05.1997 Jeff Buckley

Siamo angeli con un'ala sola, possiamo volare solo se restiamo abbracciati” (Jeff Buckley).

giovedì 28 maggio 2015

Avvistamenti: Barna Howard - Quite A Feelin' (2015)

Ricordo nel 2012 di aver sommessamente gridato al miracolo per l'uscita del lavoro d'esordio di Barna Howard, songwriter di Portland immerso fino al midollo in atmosfere folk e country che sarebbero parse d'attualità forse cinquant'anni fa, tanto da averlo inserito, se ben ricordo, tra i primi tre preferiti di quell'annata. E perciò era con grande attesa che, da inflessibile fustigatore del secondo album, che, chi ne sa più di me insegna, è sempre il più difficile, aspettavo l'uscita di questo nuovo lavoro, Quite A Feelin'.
Le sensazioni dopo svariati ascolti sono contrastanti; parliamoci chiaro, Barna per me rimane un fuoriclasse nel suo pur minore ambito, sicuramente il più talentuoso nonché ligio tra gli epigoni dei vari Townes Van Zandt, Johnny Cash e compagnia bella. Vi chiederete dove sto andando a parare e quando arriverà il fatidico "però". Vi risparmio l'attesa: però qualcosa non torna. Quite A Feelin' è un lavoro che prosegue esattamente dove tre anni fa si fermava il disco d'esordio, quindi chi temeva che il nostro si lasciasse prendere la mano da arrangiamenti ridondanti o ammiccamenti mainstream, può tirare un bel sospiro. Siamo sempre nel folk più puro, non contaminato non dico dall'elettronica ma nemmeno dall'elettricità; ne corre giusto un filo qua e là, vedi l'evocativa steel guitar in Rooster Still Crows, spostando le coordinate appena più verso lidi country e americana. Il punto è che i pezzi a tratti sembrano quasi delle outtake del primo lavoro, per non dire scarti, mancano quelle melodie struggenti, oltre probabilmente all'effetto sorpresa, del primo lavoro, tranne forse per quanto riguarda Indiana Rose, non a caso posta in apertura, o la bella Hands Like Gloves o la già citata Rooster Still Crows, o il filo d'elettricità che torna a irrorare la tradizionalissima Whistle Show. In sostanza il buon Barna si conferma talento cristallino nel suo genere, canta e pizzica la sua acustica da dio, ma per noi che cerchiamo sempre il pelo nell'uovo è lecito aspettarsi qualcosina di più a livello di scrittura. Se proprio voto dev'essere, io darei un sei e mezzo.

lunedì 25 maggio 2015

Skeleton In The Closet




È da un po’ di tempo che una splendida idea ha preso a ronzarmi per il capo, manco fossi un Cesare Ragazzi d’altri tempi: riaprire il blog in pianta stabile. Bella idea del cazzo, obietterà qualcuno, nulla da eccepire, replico io; si tratta infatti di una brillante trovata concepita nel vorticare di una vita sempre più incasinata, indotta da deliri ormonali e alcolici di un’anima che rinasce quando ormai tutto sembrava perduto e di un cervello affollato da lemmings in furiosa corsa verso l’abisso. Eppure vorrei prendere l’impegno di tornare a posteggiare ogni tanto, senza regolarità alcuna, più con l’approccio della creatività che con quello di un impiegato del catasto. Mi rendo conto che dopo tante false ripartenze, e magari questa sarà l’ennesima, la mia credibilità se la gioca col politico di turno che promette di abbassare le tasse, ma confido molto nella fedeltà di voi seguaci appassionati, sparsi nonché sparuti e, a volte, spariti per il mondo. Già vi immagino alla stregua di una setta talmente segreta da risultare ignota perfino a essa stessa, che gli Illuminati e Adam Kadmon ci fanno un baffo.
Bene, mi rendo conto che se qualcuno fosse sopravvissuto a queste prime, deliranti, righe, si starà sicuramente chiedendo di cosa intendo parlare in questo post di rientro. L’idea, intanto, è quella di una nuova rubrica, quella degli scheletri nell’armadio, o “Skeleton In The Closet” come recita pomposamente il titolo, ché a noi piace tanto stigmatizzare l’ammerica, ma poi non si resiste a un bel titolo strillato à la cazzo nell’idioma d’Albione. Che la coerenza può essere il peggiore dei vizi, come vado ripetendo da anni dando la stura a dibattiti sulla riapertura dei manicomi.
L’idea di fare pubblica e metaforica pulizia dei miei armadi dalle ossa che si vanno ammonticchiando da tempo immemore, l’ho partorita, come tutte le idee geniali, da riflessioni piuttosto banali. A chi non sarà capitata la tipica situazione quando, nel bel mezzo di una conversazione, per banale distrazione o in rilassato sovrappensiero, si butta là un’osservazione capace di dare consistenza quasi cacofonica allo schianto d’ossa dello scheletro preistorico d’un plesiosauro che vien fuori senza preavviso dal vostro armadio mentale?
Esempio: può capitare, al cineforum avente per tema “Il simbolismo del cinema muto polacco” che ve ne usciate con una citazione del “Ragazzo di campagna” con Renato Pozzetto, o di qualche immortale capolavoro dell’erotismo soffuso tipo “Quel gran pezzo dell’Ubalda”. O ancora, alla presentazione dell’ultimo libro sulle radici dell’ermetismo, prendiate la parola per tracciare una discutibile ragnatela che unisca Ungaretti e Montale con le recenti fatiche letterarie di Fabio Volo e Federico Moccia. O che, alla conferenza sul Bosone di Higgs, vi alziate e, nell’improvviso silenzio tombale fattosi tutt’attorno, chiediate con voce malferma al fisico islandese che ha appena concluso il suo intervento di sei ore e ventun minuti, qual è il suo segno zodiacale. Sono quelle situazioni in cui vi ritrovate seduti in cima a un monte di ossa paleolitiche, col consesso che vi fissa manco aveste appena percorso il red carpet della notte degli Oscar con sandali infradito inzaccherati di canina merda.
Questo per dire che anche il Vostro, mentre per anni vi consigliava dischi che sembravano troppo di nicchia anche al più maniacale degli indie o aspettava con ansia il giorno di riposo per spararsi la “trilogia sul silenzio di Dio” di Ingmar Bergman, o propinava a amiche pazienti film greci sottotitolati, si dilettava magari a celare ossa misteriose nel suo guardaroba. Ora, manco fossi la CIA o roba del genere, ho deciso di aprire questi archivi segreti; non aspettatevi rivelazioni shock troppo estreme, che so, “ecco la foto della mia collezione di CD di Gigi D’Alessio e dei neomelodici disposta in ordine alfabetico”, ma penso che qualche sorpresa ci sarà. Come ghiotto anticipo della rubrica, un paio di pezzi che non vi aspettereste di trovare su questo blog. More to come…

domenica 3 maggio 2015

Nevermind

Uno dei miei ultimi lavori, "Nevermind", è stato selezionato tra i finalisti al concorso Ritratti Contemporanei. Chi volesse visitare il sito e magari votare, può farlo qui