venerdì 28 ottobre 2011

Italiani brava gente(?)

Nel parlare qualche giorno fa del nuovo lavoro di Dente avevo accennato alle altre recenti uscite di interessanti artisti italiani; dopo qualche ascolto ecco il mio(breve) parere, discordante da molte recensioni ottimistiche che ho letto in giro, su alcuni di questi lavori.

Zen Circus-Nati per subire
Con ormai vari dischi alle spalle, questo è il secondo completamente italiano, gli Zen Circus sono ormai una realtà consolidata dell'underground italiano. Avevo trovato il precedente Andate tutti affanculo dissacrante e ironico quasi al punto giusto; dico quasi perchè,parere personalissimo, mal digerisco l'eccessiva politicizzazione nella musica leggera, specie se i testi non sono a regola d'arte (voglio dire, non tutti sono Bob Dylan o Phil Ochs, anzi in realtà nessuno lo è...), e in alcuni episodi pare proprio di ravvisare anche una certa intolleranza verso chi non è della stessa parrocchia. Bene, o male se volete, Nati per subire amplifica i difetti senza essere sostenuto da un'adeguata scrittura, sia per i testi che a livello musicale. Qualche spunto c'è, specie nell'ironica chiusa di Cattivo Pagatore.


I Cani-Il sorprendente album d'esordio dei cani
Diciamolo subito, la cosa più sorprendente di questo album è proprio l'azzeccato titolo, per il resto, dopo che amici me ne avevano parlato benino, una delusione assoluta, forse seconda solo a Le luci della centrale elettrica. La mente di questi Cani, che saggiamente ha scelto la via dell'anonimato, si scaglia contro fighetti e snob vari risultando più indigesto e fighetto degli stessi, e riuscendo nel non facile compito di fare apparire simpatiche le adolescenti Reflex-dotate. Musicalmente è un'elettronica low-fi(leggi: d'accatto), che fa somigliare il tutto a dei Baustelle(che, ne sono sicuro, il cane odia) in tono minore e prodotti da un audioleso. I pezzi sono praticamente indistinguibili l'uno dall'altro, un bluff da cui paradossalmente salvo solo la promettente apertura strumentale di Theme from the cameretta.


Bugo-Nuovi rimedi per la miopia

Lo confesso, sono un fan della prima ora di Bugo, specie di quello più low-fi(o lo fai...) e nonsense, vedi Gggell, ma anche di quello folk alla Dylan de La gioia di Melchiorre. Ho sempre pensato che dietro il suo basso profilo si nascondesse un gran talento e una sensibilità poetica di buon livello. Quindi cosa dedurre da questo nuovo, deludente lavoro, che prosegue la pericolosa china del precedente Contatti, se non che siamo felici che Bugo, che si è sposato e si è trasferito in India, abbia trovato la serenità. Certo l'infelicità, musicalmente, gli giovava.


...A Toys Orchestra-Midnight (R)Evolution

Chiudiamo con una nota positiva, il nuovo lavoro degli ...A Toys Orchestra. Dopo l'azzeccato Midnight Talks, ci riprovano con la mezzanotte e sfornano un disco che evidenzia la loro principale caratteristica; può infatti sembrare banale, ma gli ATO sono bravissimi nello scrivere canzoni, cosa non da poco se lo si fa di mestiere. Dal pezzo rock tirato a quello beatlesiano, dalla ballata al genuino blues della bella Mutineer Blues, il lavoro scorre via sul velluto pur nei continui cambi di atmosfera. Almeno qualcosa l'abbiamo salvato.

mercoledì 26 ottobre 2011

Avvistamenti : Metals-Feist(2011)


Metals, il quarto album di Leslie Feist, arriva a quattro anni dal precedente The Reminder e, ve lo dico senza tanti giri di parole, è uno dei dischi migliori, se non il migliore, di questo 2011. La cantautrice si conferma con questo lavoro una spanna sopra alla gran parte delle sue colleghe, invero tantissime, portabandiera di un folk-pop acustico e minimale declinato al femminile. Metals è un lavoro assolutamente maturo, composto da dodici tracce dove non si ravvisa un solo calo di tensione, dall'apertura di The bad in each other, con la chitarra della canadese che cerca fraseggi blues sulle corde basse, come accadrà in più pezzi, e rincorre il fantasma di Joni Mitchell a livello vocale, prima di agganciare una melodia che entra in testa al primo ascolto. Già, perché la grande forza di Feist è quella di riuscire a far convivere una voce da brivido, a tratti al limite del virtuosismo ma mai sopra le righe, con arrangiamenti misurati e di gran classe e, soprattutto, con melodie cristalline e mai appiccicose o banali.

Così il miracolo si ripete tra le luci soffuse di Graveyard, nella delicata Caught a long wind e nel tono leggermente elettrico di How come you never go there, nell'inusuale trattamento riservato a A commotion e nelle acustiche Comfort me e Cigadas and gulls, mentre la conclusiva e sontuosa Get it wrong, get it right, porta alla luce l'influenza, già manifesta in alcuni pezzi, di un altro illustre, e forse sottovalutato, conterraneo di Feist, il grande Bruce Cockburn, concludendo trionfalmente questo piccolo gioiello folk.

domenica 23 ottobre 2011

Avvistamenti : Noel Gallagher's High Flying Birds-S/T(2011)


Mettiamola così. Se prendessimo i tre/quattro pezzi migliori di questo esordio solista di Noel Gallagher e li sommassimo con i tre/quattro pezzi migliori dell'esordio dei Beady Eye del fratello Liam, otterremmo un disco in linea con gli ultimi lavori degli Oasis, ovvero un discreto lavoro e non certo un capolavoro. Questo però non vuol dire automaticamente che i due dischi siano da buttare, anzi, per le mie aspettative per esempio l'album dei BE era stato anche meglio del previsto. Quanto al lavoro di Noel, invece, devo ammettere che avevo sperato in qualcosa di più; speravo che, libero dalle pressioni di una rock band riempi stadi come erano gli Oasis, il buon Noel avesse potuto dare spazio al suo lato più intimista e acustico, che in definitiva è il suo lato migliore. Invece Noel ha continuato esattamente dove aveva lasciato il gruppo originale all'epoca del discreto Dig out your soul. L'attacco di Everybody's on the run ne è la chiara esemplificazione, una ballatona over arrangiata, tra le cose migliori del disco ma che più Oasis non si potrebbe. L'album, va detto, parte molto bene, visto che anche il secondo pezzo, Dream on, pur non avendo certo le stigmate del capolavoro, si fa ascoltare piacevolmente, mentre le successive If i had a gun e The death of you and me, non a caso scelte come primi singoli, sono quanto di meglio nella scaletta, anche se il richiamo alla band madre è più che edipico, negli arrangiamenti(ricordate The importance of being idle?, be', ascoltate The death of you and me...) e nella vocalità di Noel. Fin qui, quindi, niente rivoluzioni ma comunque un ascolto piacevole e scorrevole. E' a questo punto che il tutto si appiattisce un po', quando Noel cerca di distaccarsi dal modello originario qualcosa non va nel senso giusto e i pezzi iniziano a scivolare via senza far nulla per farsi ricordare, pur tra qualche spunto che potrebbe essere interessante, e forse l'unica traccia a farsi ancora notare è (Stranded on)The wrong beach, che pur ammiccando al rock blues è ancora debitrice al passato. In definitiva un esordio a cui darei magnanimamente un sei e mezzo e che pecca nella mancanza di audacia nell'osare un po' di più e nel mancato distacco da un passato fin troppo ingombrante.

mercoledì 19 ottobre 2011

Il Pugno-Derek Walcott


Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme di nuovo.
Quando mai non ho amato
la pena d'amore? Ma questa si è spinta

oltre l'amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell'abisso.

Tieni duro allora, cuore; così almeno vivi.

martedì 18 ottobre 2011

Avvistamenti : Bad As Me-Tom Waits(2011)


Forse questa sarà una delle recensioni più brevi della storia. Perchè non c'è bisogno di tante parole con Tom Waits. Perchè una sua nuova uscita è un po' come tornare a casa.
Bentornato Tom.

domenica 16 ottobre 2011

Avvistamenti : Io Tra Di Noi-Dente(2011)


Queste prime settimane di ottobre sono dense di ritorni per parecchi nomi di punta dell'indie di casa nostra, da Dente a Bugo, dagli ...A Toys Orchestra agli Zen Circus, oltre al sorprendente(ma nemmeno tanto...) album d'esordio dei Cani. Degli altri magari parleremo nei prossimi giorni, tempo permettendo, per adesso vi propongo il mio preferito, Dente. Aspettavo il suo nuovo lavoro con una certa preoccupazione; visto il successo del precedente L'amore non è bello, il rischio che il buon Peveri si fosse montato la testa andava messo in conto. Invece Io tra di noi(ammettiamolo, il nostro ha talento per i titoli) prosegue sulla via dei predecessori, ossia un cantautorato delicato e intimista, con arrangiamenti semplici ma curati e tuttaltro che banali, e testi che affrontano sempre temi personali senza lanciarsi in tirate politiche un po' moraleggianti, come spesso capita in tanto indie italico. Dente, come peraltro ammesso dallo stesso, parla sempre di se stesso e, anche se l'ironia de L'amore non è bello, qui è un po' offuscata da una maggiore amarezza di fondo, non manca il suo gusto caratteristico per i giochi di parole, già a partire dai titoli, La settimana enigmatica e Giudizio universatile ne sono buoni esempi, ma anche Saldati, che cita, anche in una strofa, la celeberrima Soldati di Ungaretti. Il disco parte con la delicata Due volte niente, dove un bel testo basato tutto su negazioni si sposa con lo scarno accompagnamento di una solitaria chitarra acustica. Questo mi piace, tra le altre cose di Dente, il non farsi problemi di inserire un pezzo solo chitarra e voce, che mantiene il suo basso profilo per tutta la durata, senza la solita esplosione strumentale che tante canzoni rovina. Si prosegue con Piccolo destino ridicolo, dove emerge, come spesso accade, il fantasma di Battisti e con una fenomenale apertura: Più che il destino, è stata l'ADSL che vi ha unito. Saldati è il singolo, e forse l'unico pezzo a rischio tormentone, con quell'appiccicoso fa fa fa. Casa tua è il mio pezzo preferito della raccolta, con Io sì e la minuscola gemma di Cuore di pietra(quarantasette secondi che sembrano citare De Gregori), dall'incedere psichedelico-bucolico e il testo che descrive poeticamente l'amata fino ad una repentina svolta strumentale che mette fine al tutto. Da segnalare anche la chiusa di Rette parallele, tipica ballata su due entità inconciliabili, ma che stupisce per la lunga coda a ritmo di samba, e la credibile disco music di Giudizio universatile. Insomma Dente continua col nuovo lavoro la sua personale esplorazione di un mondo di sentimenti e piccole malinconie(si veda la bella Io sì o Da Varese a quel paese), popolato di attimi di felicità e fugaci ricordi di amori andati male, rischiando, immagino con ben pochi patemi, di essere troppo cerebrale per il grande pubblico addomesticato da radio e tv, e troppo poco alternativo per piacere agli alternativi di professione. A me piace, come diceva Totò.

lunedì 10 ottobre 2011

Capolavori : Murder Ballads-Nick Cave (1996)


Murder Ballads più che un album è un'opera letteraria, di un romanticismo gotico che sarebbe scaturito dalla penna di un Edgar Allan Poe o di un Byron, se solo fossero vissuti oggi. Il concept, come esplicita palesemente il titolo, ruota attorno al tema dell'omicidio, e più ancora delle tipiche ossessioni di Cave: amore, sangue e morte. Se ai tempi della tossicodipendenza e della vita on the road i lavori di Cave erano arricchiti da quel tocco di autenticità e urgenza dovuti allo stile di vita dell'autore, qui l'australiano, già folgorato da misticismo e redenzione da The good son(1990) in poi, si reimmerge nei suoi temi preferiti in un disco che risulta però perfettamente studiato a tavolino, in senso appunto letterario. Ciò è stato visto da alcuni come un difetto, io vi consiglio invece di avvicinarvi a questo capolavoro coi testi alla mano, altrimenti rischiate di perdervi il meglio. Si parte con Song Of Joy, dove la storia di un omicidio familiare è narrata con toni e suggestioni da Racconti del terrore di Poe, il tutto ben supportato dalla musica, con un piano che evoca atmosfere horror e l'impagabile voce di Cave che recita via via più allucinata la storia di Joy.
She grew so sad and lonely
Became Joy in name only

Si prosegue con una favolosa rilettura pulp del classico blues Stagger Lee. Cave stravolge, anche nel testo, lo standard; siamo sempre in ambito blues, ma un blues sghembo dai giri di basso ossessionanti e con un Cave sempre più istrionico che recita tutti i ruoli dando vita a un vero e proprio breve film.
He said, "Well bartender, it's plain to see
I'm that bad motherfucker called Stagger Lee"
Mr. Stagger Lee

Due sono i duetti del disco, e entrambi sono piuttosto famosi; si tratta della ballata tradizionale Henry Lee, registrata con P.J. Harvey, allora compagna di Nick, dove la storia si ribalta ed è lei che uccide l'uomo che la rifiuta, e del valzer da brividi e atmosfere tra Cohen e De Andrè Where the wild roses grow, dove il nostro riesce nell'improbabile compito di rendere gradevole la performance di una Kylie Minogue mai più così ispirata.
Le altre perle sono il blues metallico Lovely Creature, dove la cupa voce di Cave stride coi la la la del coretto femminile per un risultato straniante, la scellerata polka di The Curse Of Millhaven, che riprende struttura e melodia di Henry Lee, e la classicissima ballata The Kindness Of Strangers, dove, come in vari pezzi del lavoro, le atmosfere dolci e serene della musica contrastano con il testo tragico. Per concludere, un ulteriore tris di capolavori, a partire dal blues ossessivo e quasi jazzato di Crow Jane, passando per la lunga, estenuante O'Malley's Bar, per finire con la rilettura della dylaniana Death is not the end.
Insomma un disco che, pur essendo il più celebre di Nick Cave anche se non necessariamente il migliore, non può mancare tra gli ascolti dell'appassionato e che, a parer mio, rappresenta l'ideale inizio dell'esplorazione della discografia di quest'imprescindibile artista.

domenica 9 ottobre 2011

Avvistamenti : In Love With Oblivion-Crystal Stilts (2011)


Uscito qualche mese fa, In love with Oblivion è il secondo lavoro dei newyorchesi Crystal Stilts, gruppo che fa capo a Brad Hargett e JB Townshend. Siamo in ambito garage-noise e, se è vero che i Crystals Stilts non inventano niente di nuovo, va detto che il risultato è notevole. Le influenze che vengono subito in mente sono tutte nobili, anche se magari un po' abusate, si va da grandi sixties come Velvet Underground e Doors, questi ultimi specie nell'azzeccato uso dell'organo e in certi toni sciamanici del cantante, la cui voce monocorde e distaccata ricorda anche quella di Ian Curtis, a ispirazioni più dark-wave(appunto gli immancabili Joy Division), il tutto però miscelato con elementi che vanno dallo space rock al surf, con qualche chitarrina à-la Byrds che affiora qua e là nel magma rumoroso di fondo. Da citare anche le forti suggestioni della bella cover spaziale del disco e di certi titoli altisonanti, vedi Death is what we live for. Tra i pezzi da ricordare l'apertura di Sycamore tree, la lunga cavalcata psichedelica Alien Rivers e il rock'n'roll camuffato della conclusiva Prometheus At Large.

venerdì 7 ottobre 2011

Harold Norse-La questione poetica


La questione poetica
è l'immagine di un giovane
che fa musica, che fa la corte
a una ragazza i cui interessi
in musica e in amore coincidono
con un'enorme disperazione in entrambi
i loro io interiori simili a una chitarra
arpeggiata nel caldo arido sole
della speranza dove uomini brutali e selvaggi
lacerano la vita come una pagina
di un libro molto
vecchio e
ingiallito.