sabato 31 dicembre 2011

I Migliori Pezzi Del 2011 #1

In ordine rigorosamente sparso.

-Chapel Club-The Shore

-The Black Keys-Little Black Submarine

-The Black Belles-Lies
-Dente-Io Sì
-Girls-Vomit
-Kasabian-La Fee Verte

-The Veils-Grey Lynn Park
-Beirut-A Candle's Fire
-Seasick Steve-Treasures

-Graveyard-No Good, Mr. Holden

-Vinicio Capossela-Lord Jim
-Joan As Police Woman-The Magic

-Cowboy Junkies-Betty Lonely
-The Antlers-Putting The Dog To Sleep

-Emmy The Great-Dinosaur Sex

-Dum Dum Girls-Coming Down

giovedì 29 dicembre 2011

Avvistamenti : Umberto Palazzo-Canzoni Della Notte E Della Controra(2011)


Umberto Palazzo è la tipica figura dell'outsider di lusso, l'artista sempre sul punto di valicare il labile confine della fama e del successo, quello a cui manca sempre trenta per fare trentuno. In tutte le sue incarnazioni(Massimo Volume, Santo Niente, Santo Nada) è sempre stato sul punto di superare la borderline della gloria locale, gloria che gli deriva anche dall'attività di dj specie presso l'oasi felice(ma ormai dismessa) del Wake Up. Sia ben chiaro, questa sua stanzialità sul confine di cui sopra nulla toglie al valore di Palazzo, anzi, probabilmente egli è il primo a trovarsi piuttosto a suo agio nella nicchia che si è scavato negli anni. Tutto questo per introdurre l'opera prima del Palazzo solista, opera ben ponderata se è vero che arriva in età non più verdissima. E che, per il sottoscritto, che ha sempre seguito senza troppo entusiasmo le evoluzioni dei Santo Niente, rappresenta una delle sorprese più piacevoli dell'annata; voglio spingermi oltre, Canzoni della notte e della controra è il disco italiano, con Capossela e Dente, che più mi ha convinto in tutto il 2011. Opera ben ponderata, si diceva, e si capisce già dalla cura di tutto il packaging e dalla scelta azzeccatissima del titolo(la controra è un termine meridionale che allude a quell'ora del primo pomeriggio che, per semplificare, potremmo assimilare all'ora della siesta messicana), oltre che dagli arrangiamenti minimali e cesellati dell'intero lavoro. Le atmosfere, allo stesso tempo cupe e mediterranee, rimandano a gruppi quali Black Heart Procession, a un certo pop italiano di qualità degli anni che furono e ad artisti come Cesare Basile e, con le dovute proporzioni, De André e Nick Cave. Manca quasi del tutto l'apporto ritmico della batteria e prevalgono gli strumenti acustici, anche se non manca un sottile filo elettrico a irrorare quà e là i nove pezzi di cui si compone l'album; da segnalare il discreto ed efficace uso di uno strumento insolito e fascinoso come il Theremin. I pezzi sono tutti di buon livello, spesso crescono piano implodendo làddove ci si aspetterebbe un banale ritornello e non ci sono particolari cadute di tono; tra le cose più pregevoli si segnalano l'apertura di Terzetto nella nebbia e della funerea La luce cinerea dei led(pezzo migliore, per me), le atmosfere quasi da tradizione napoletana di Cafè chantant e la bella e romantica Luce del mattino. Tra le cose che convincono meno i testi, non sempre all'altezza dei maestri, pur con sprazzi apprezzabili(Acchiappasogni, quasi dylaniana),l'evitabile riproposizione di Aloha,già noto pezzo dei Santo Niente e la voce di Palazzo, che a volte sembra non reggere la cupezza del concept. Ah, i più smaliziati aguzzeranno le orecchie nella conclusiva Acchiappasogni e riconosceranno ben più di un debito(omaggio?) verso la celebre Albatross dei Fleetwood Mac del grande Peter Green.
In conclusione, quindi, un plauso a Umberto Palazzo e un invito a continuare a coltivare questa sua vena cantautorale e intimista.

mercoledì 28 dicembre 2011

Top 15 2011: #1



1. Timber Timbre-Creep On Creepin' On

Puntando anche quest'anno sull'effetto sorpresa tipo "Timber Timbre? E chi cazzo sono?" ecco il verdetto della mia piccola classifica; Creep on creepin' on è il mio album preferito del 2011 e, d'altronde, se volevate Adele e Lady Gaga e Katy Perry avreste dovuto optare per altri lidi. Rimandandovi alla recensione apparsa a suo tempo, vi dici che il lavoro della band canadese, il quarto in catalogo ma il secondo con una produzione degna di tal nome, è un disco dal fascino oscuro e dalle atmosfere gotiche, la strumentazione è ridotta all'osso(tranne in qualche episodio strumental-orchestrale) e su tutto spicca la splendida voce di Taylor Kirk, sorta di Elvis in versione dark. E Black Water è secondo me uno dei pezzi migliori degli ultimi anni.

martedì 27 dicembre 2011

Top 15 2011: #5 to #2

5. Anna Calvi-S/T

Se cercate una rossa tutta fascino e voce, direi che Florence and The Machine dovrebbero andare benissimo. Se poi vi interessa anche la sostanza musicale e una bella Telecaster a tracolla che non se ne sta lì solo per bellezza, allora optate per il disco di Anna Calvi; un esordio al fulmicotone, passato fin troppo sotto silenzio.


4. Graveyard-Hisingen Blues

Il miglior disco di rock duro e puro dell'anno arriva dalla Svezia, terra dai sottovalutati trascorsi tra rock, prog e psichedelia. Derivativi fino all'osso da certo hard-blues anni 70' (ma CHISSENEFREGA), i Graveyard siorano la perfezione sia quando pestano sull'acceleratore, sia quando diluiscono l'ispirazione in ballatone psichedeliche in stile floydiano.


3. Vinicio Capossela-Marinai, Profeti e Balene

Un disco mastodontico come il bianco leviatano e di nobili natali letterari dove il buon Vinicio gioca a riproporre tutte le sue atmosfere tipiche: il blues sbilenco di Billy Budd e quello desertico di Polpo D'Amor(coi Calexico), il jazz-cabaret di Pryntyl e il teatro de La bianchezza della balena e ancora le atmosfere deandreiane di Lord Jim e Il grande leviatano.


2. Feist-Metals

Il ritorno dopo quattro anni di Leslie Feist, dove la canadese, con atmosfere sospese tra folk e blues, ristabilisce le gerarchie in un segmento sovraffollato come quello del cantautorato femminile, dimostrandosi una spanna sopra le sue colleghe. Chapeau.

lunedì 26 dicembre 2011

giovedì 22 dicembre 2011

Top 15 2011: #14 to #10

14. Brown Bird-Salt For Salt


13.Bic Runga-Belle


12.Beirut-The RipTide


11.Seasick Steve-You Can't Teach An Old Dog New Tricks


10.Eleanor Friedberger-Last Summer

domenica 18 dicembre 2011

Top 15 2011: #15 El Camino-The Black Keys


L'idea, lo ammetto, originalissima, era quella di postare la mia top ten annuale, un album al giorno, fino alla fine dell'anno. Ora è diventata una top 15, non tanto perché il 2011 sia stato un anno fenomenale per le uscite discografiche, anzi, diciamolo, non lo è stato, quanto perché alcuni lavori stavano più o meno sullo stesso piano sul mio personalissimo taccuino(cit. Rino Tommasi). Spero di riuscire a tener fede all'impegno quotidiano, ma so già che non ci riuscirò e la classifica natalizia si trascinerà fino a Pasqua.
Cominciamo con l'ultimo lavoro dei Black Keys, e valga anche da recensione, visto che non ne avevo ancora avuto tempo. Certo sono lontani i tempi degli esordi, quando il duo di Akron venne presto bollato come epigono più rozzo e genuino dei White Stripes, e quando l'ispirazione erano il rock blues più sanguigno dei sixties e il blues rurale di Junior Kimbrough e R.L. Burnside. Ma è lontano anche il vicinissimo 2010 di Brothers, con le sue derive soul, tanto lodate dalla critica quanto temute dal sottoscritto. E così questo El Camino, nonostante il titolo accattivante, rischiava di scontentare tutti, fan della prima ora e critica fighetta che li ha scoperti dopo dieci anni. Eppure, al di là della temibile produzione di Danger Mouse, che ha smussato tutto lo smussabile, Dan Auerbach rimane forse la miglior voce del rock di oggi e una delle chitarre più colte e affilate, i pezzi sono tutti piuttosto validi e le atmosfere abbastanza varie tanto da far scorrere l'album abbastanza piacevolmente. Tra gli episodi da ricordare il robusto blues di Gold on the ceiling, i cambi di atmosfera di Little black submarines, la slide ruffiana di Run right black e la puntata ai confini del pop di Nova Baby. Certo, alla lunga qualcosa comincerà a scricchiolare, se è vero che, secondo me, i lavori migliori degli ultimi anni rimangono l'esordio solista di Auerbach e la parentesi hip hop dei Blak Roc. Ma da qui a darli per bolliti ce ne passa. Per adesso.

sabato 17 dicembre 2011

Avvistamenti : Smith and Burrows-Funny Looking Angels(2011)


Parliamoci chiaro: quale periodo dell'anno è più nauseante delle festività natalizie? Gente che ovunque fa di tutto, ovviamente senza riuscirci, per ostentare bontà e felicità che più false non si potrebbero; file iperboliche alle casse dei supermercati di famigliole che sembrano uscite da Miracolo nella 34ma strada con bambini strepitanti al seguito, mentre voi siete là, obbligati a sorridere e aspettare il vostro turno per almeno tre quarti d'ora, solo per comprare la schiuma da barba o gli assorbenti; luci sfavillanti di auguri a cui manca sempre una lettera e traffico congestionato a qualsiasi ora e commercianti cinesi e pakistani che credono in confucio o mao tse tung o krishna o non sanno nemmeno loro in cosa, ma non disdegnano certo di esporre il loro bell'alberino di natale fatto di materiali esclusivamente tossici, se si tratta di attirare polli da spennare. E non parliamo di cosa ci tocca vedere se proviamo ad avvicinarci ad un cinema; le stesse famigliole che ci occhieggiavano con la loro stolida felicità al supermarket si ricordano per una volta all'anno dell'esistenza della settima arte. Andando al cinema una volta all'anno almeno andassero a vedere un film decente...macché, eccoli sciamare in file disordinate e staccare il biglietto per l'ultima cine-fetecchia di De Sica & co. o ancora di Pieraccioni o di altre schifezze assortite. E arriviamo alla musica; è inutile, prima o poi ci cascano tutti: il disco di canzoni natalizie! Ultimo, tanto per citarne uno, quel pacioccone di Michael Bublé, tanto che ultimamente ce lo ritroviamo su tutti i canali, da Fiorello a Gerry Scotti a Carlo Conti, insomma il gotha del nulla. Niente contro le canzoni natalizie, a parte il fatto che la maggior parte sia, nella sua zuccherina inconsistenza, tra i peggiori parti compositivi di ogni tempo. Però...c'è un però, e se siete un minimo perspicaci vi stavate chiedendo quando sarebbe arrivato; ed eccolo, sotto forma di Funny looking angels, curioso progetto natalizio di Tom Smith degli Editors e Andy Burrows, già nei Razorlight, nei We Are Scientist e I Am Arrow. Una vera sorpresa per il sottoscritto, che ha sempre poco amato gli Editors e conosciuto poco o punto le avventure di Burrows. Eppure il disco in questione, pur non essendo certo un capolavoro memorabile, vanta secondo me il corretto approccio al disco del natale ai tempi della crisi; e cioé pezzi in tema ma non eccessivamente natalizi, atmosfera in tema ma non stucchevolmente felice. Niente Jingle bells e White Christmas, per intenderci. Un mix assai azzeccato tra pezzi composti per l'occasione(As the snowflakes falls su tutti) e cover fintamente di basso profilo(On and on dei Longpips e Only you degli yazoo, per esempio). A rischio ridondanza la scelta di proporre l'abusata Wonderful life e la classica The Christmas Song, ma l'arrangiamento minimal cupo della prima e l'eleganza dell'ospite Agnes Obel nella seconda tengono insieme la baracca. Il vocione di Smith e quello tipicamente brit-pop di Burrows si spartiscono equamente il campo e il risultato rimane valido per tutta la durata dell'album, peraltro apprezzabilmente breve. E allora, se disco natalizio deve essere, che sia questo Funny Looking Angels di Smith & Burrows!

martedì 6 dicembre 2011

Avvistamenti : Bic Runga-Belle(2011)

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Cos'è il pop? Sarebbe bello, una volta per tutte, mettersi d'accordo sul contenuto di questo calderone in cui i critici di professione e quelli improvvisati(chi scrive...), spesso per mera comodità, infilano un po' di tutto; si può andare dal trash di Lady Gaga e Jessie J con le loro urla sguaiate e le mise da Halloween sulla bonifica alle canzoncine insipide di una Katy Perry o appena più insaporite di Lily Allen, per tacere di varianti più o meno legittime dal brit-pop al pop-punk. C'è poi un pop più genuino e al tempo stesso nobile che, partendo da radici che affondano nei sixties di Beatles e Beach Boys, passando per gruppi sottovalutati come i Crowded House e tanti altri, arriva fino ai giorni nostri e si perpetua con i dischi di Brent Cash, Richard Hawley, Veils e, ed è il caso di cui parliamo, della neozalandese Bic Runga. Nota più che altro per un pezzo spesso utilizzato al cinema e in televisione come Sway, Bic giunge al quarto album dopo sei anni di silenzio. E lo fa proponendoci un lavoro che è la quadratura del cerchio pop, leggero ma non frivolo, colto coi suoi rimandi alle nobili radici, ma non snob, non troppo lungo e con arrangiamenti che trovano un equilibrio miracoloso tra il cantautorato femminile così in voga ultimamente e atmosfere più leggere e accattivanti. Fin dall'attacco di Tiny little pieces of my heart e Hello hello, si ha una sfuggente, ma piacevolissima, sensazione di deja vù, come se questi pezzi li avessimo già sentiti ma senza riuscire a capire dove. Il segreto è nelle melodie senza tempo di questa manciata di canzoni. E così, in un attimo, scorrono via delicatezze pop come If you really do e Music and light, la ballad con chitarre sghembe Devil on tambourine, il pop-rock à la Arcade Fire di Darkness all around us e l'acustica Everything is beautiful and new. Un lavoro per veri buongustai.


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domenica 4 dicembre 2011

Avvistamenti : Brown Bird-Salt For Salt(2011)


Con l'ondata di folk band che ci sta sommergendo da un paio d'anni a questa parte urge far un po' di chiarezza. Direi che la vecchia divisione tra il folk d'impianto anglosassone, che trova le sue radici in arie medievali e gighe scozzesi, armonie vocali e arpeggi di chitarra(vedi Midlake, Mumford & Sons e Fleet Foxes), e quello americano, che riunisce la grande madre blues col country, il bluegrass e le ballate di protesta(Anais Mitchell, Drew Piston e tutti i seguaci e figliocci di Dylan e Waits).
I Brown Bird fanno decisamente parte della seconda opzione; dapprima creatura solitaria del barbuto chitarrista e cantante David Lamb(che ricorda per timbro ma anche nell'aspetto Dan Auerbach), dopo un promettente esordio di un paio d'anni fa, hanno trovato nuova linfa nel decisivo innesto di MorganEve Swain, talentuosa cantante e polistrumentista nell'ambito degli archi. Ed è proprio il fiddle di MorganEve a caratterizzare maggiormente i passaggi più particolari del disco con accenti gitani e arabeggianti che rimandano a certe atmosfere gipsy-jazz alla Django Reinhardt, soprattutto nello strumentale Shiloh e nella conclusiva, bella, Cast no shadows. Più ancorati alla tradizione americana, ma comunque validissimi, altri episodi come il blues di Thunder and lightning e dell'iniziale Fingers to the bone, o ancor il folk classico di Come my way, dove nel violino della Swain aleggia un inaspettato fantasma di De André. Niente di particolarmente nuovo, insomma, ma una manna per chi ama la musica suonata con anima e tecnica; nel suo genere una delle cose migliori dell'anno.