mercoledì 17 dicembre 2014

Amare riflessioni scaturite dall'ascolto di un banale tormentone

Quella che mi appresto a scrivere, lo dico per sgombrare il campo da equivoci, è una riflessione banale almeno quanto i tormentoni musicali da cui scaturisce. E infatti ho smesso di farla da anni, così come ho smesso di preparare chiavette, che prima erano cd, e prima ancora cassette, per gli amici che ascoltano solo la radio e i dieci pezzi sempreglistessi che trasmette a rotazione; e così come ho smesso di scrivere su questo blog, insieme ad altri motivi, ahimé, ben più gravi, in verità.
Ebbene, la riflessione, scaturita in particolare dall'ascolto del pezzo "Prayer in C" di Lilly Wood And The Prick, è la seguente: perché, invariabilmente, il grande pubblico ama che gli sia riversata addosso solo monnezza? Sì, perché se vi prendete la briga, anzi, per questa volta me la sono presa io per voi, di andare ad ascoltare la versione originale del pezzo, uscita nel 2010 nel primo album di questo gruppetto di ragazzetti francesi dediti a un pop folk tutt'altro che banale, intitolato "Invincible Friends", vi troverete di fronte ad un brano veramente bello, non un capolavoro, ma un pezzo delicato, dal testo non banale e dall'arrangiamento minimale e ricercato allo stesso tempo. Ben distante insomma dalla paccottiglia pop-dance in cui l'ha trasformato il remix di tale Robin Schulz, che immagino essere una vera autorità in materia, ma di cui ignoravo beatamente l'esistenza. E il nodo è proprio questo, dato che da sconosciuto pezzo pop folk che era, il brano è uscito dalle mani del dj come uno dei successi più milionari dell'anno. E da qui la domanda: perché per avere riscontro di pubblico dobbiamo prendere ciò che banale non è, e anzi è piuttosto raffinato e ben fatto, e dobbiamo renderlo quanto di peggio si possa ottenere con quel materiale a disposizione? La risposta, ahimé, è semplice: la grande massa vuole la monnezza, e non vuole neanche andare a cercarla, vuole che le sia direttamente sversata addosso; e allora ben venga il cinepanettone, ben venga capodannocongigidalessio, ben vengano I soliti idioti e Platinette a Sanremo, ben vengano le interviste di Barbara D'Urso, ben vengano i comici all'opposizione e anche al governo, ben venga il comico strapagato che dal predicare la rivoluzione è arrivato a farci il catechismo citando un Whitman(pur bellissimo) che dai tempi dell'Attimo Fuggente è diventato patrimonio da bimbiminkia social, ben venga la decadenza triviale del nostro periodo storico. Però, ora che ormai è assodato che i Maya hanno toppato e ci è stata tolta anche la speranza del 2012, non chiedetemi più cassette, chiavette, cd, playlist e perle sconosciute.

giovedì 14 agosto 2014

Del perché non pubblico anch'io un RIP Robin Williams

È sempre stata abitudine di questo blog, e quindi mia, onorare con un post un grande artista che scompariva. L'ho fatto fino a poche settimane fa per il grandissimo Johnny Winter, e forse continuerò a farlo in futuro, chissà. Ma questa volta passo, e con buona pace della sublime Lauren Bacall che si è vista rubare l'ultima scena dal ciclone mediatico provocato dalla morte di Robin Williams. Leggevo stamattina sulla pagina Facebook di CriticissimaMente uno dei pochi post intelligenti di questi giorni, dove l'autrice poneva l'accento sulla morbosità dei media, che se da un lato hanno versato fiumi d'inchiostro per onorare il grande attore, tra citazioni smielate e banali, dall'altro sbavano per un particolare in più sulle modalità del suicidio e del ritrovamento; tutti particolari che, ben lungi dall'essere fatti nudi e crudi, e che quindi vanno riportati senza nessun tatto e sensibilità dalle testate, sono semplicemente particolari inutili ai fini della notizia, che vanno solo a solleticare la morbosità di un pubblico gretto e ignorante, sempre più anestetizzato da anni di cronaca nera data loro in pasto da giornalisti da operetta. A tutto questo va ovviamente aggiunto tutto il mondo dei social; "O capitano, mio capitano!"... Quante volte in questi giorni l'abbiamo letto? E quanto dovremo odiare, prima o poi, quello che era un buon film, non eccelso ma buono, ovvero "L'attimo fuggente" ormai patrimonio inestirpabile dei bimbiminkia? Tutte queste dichiarazioni fiorite su profili di nostri amici che, ammettiamolo, mai avremmo sospettato appassionati cinefili(magari cinofili, questo sì), e mai avremmo pensato vedessero più di un film l'anno, magari a Natale, saranno più figlie di un sincero dolore dinnanzi alla scomparsa dell'artista, o piuttosto di un'insana e sempre più diffusa voglia di protagonismo? O, peggio, una sorta di riflesso incondizionato che porta a sentirsi esclusi se non si mette un bel RIP, visto che lo fanno tutti, anche se magari " 'sto Robin Williams non lo sopportavo manco quando stava coi Take That!" ? E, ultimo capitolo, ci sono pure quelli che approfittano per fare del sano qualinquismo socio-politico, fascistelli in via d'estinzione o grillini frustrati, o semplicemente dementi che hanno imparato ad allegare un file, ché sui social di monnezza non ce n'è mai abbastanza; lo stile è questo: "Piangete la morte di un americano straricco che, pirla lui, si suicida, invece di piangere per chi si suicida a causa di Equitalia/Renzi/Berlusconi etc." La foto sotto come esempio, visto che mi è anche costata una breve discussione virtuale(e con essa qualche minuto della mia vita, quando imparerò?), non avendo resistito a pubblicare un commento salace.
Ora, fatti salvi discorsi che, ingenuamente, darei per scontati sui soldi che non fanno la felicità, sul rispetto che merita comunque la morte e il gesto di chi rinuncia alla propria vita, sulla pelle degli artisti che è più sottile, a volte troppo per sopportare certo mal di vivere, e sull'importanza anche sociale degli stessi, e di chi crea bellezza, pari se non superiore a chi salva vite impegnandosi in prima linea, be', il dubbio più semplice, più terra terra se vogliamo, è il seguente: perché cazzo chi piange la scomparsa di un degno artista dovrebbe sentirsi in colpa verso chi è "distrutto, sfrattato, disoccupato..." a causa dello stato?

giovedì 17 luglio 2014

So Long, Johnny

Se n'è andato a 70 anni uno dei miei chitarristi preferiti di sempre, Johnny Winter. Ricordiamolo quando era una vera forza della natura.

mercoledì 16 luglio 2014

Originale vs Cover: Rusty Cage-Soundgarden vs Johnny Cash

Non ce ne voglia il buon Chris Cornell, personaggio seminale del rock anni '90, gran voce e gran figo, ma questa sua Rusty Cage è l'esempio principe di quel che si propone la mia semi abbandonata rubrica Originale vs Cover, che oggi rispolvero per la gioia di voi numerosi lettori; ovvero dimostrare come un pezzo bruttino-anziché-no, peraltro invecchiato malissimo come tutto il grunge, la succitata Rusty Cage del 1992, nelle mani sapienti di Johnny Cash e Rick Rubin che ne scarnificano l'arrangiamento, diventi uno dei migliori pezzi country di sempre. Il cambio è così radicale e la riuscita della trasformazione così credibile che risulta quasi impossibile convincersi che il pezzo non sia nato come canzone country e che la cover non sia quella dei Soungarden. A Cornell va dato comunque atto di aver scritto almeno un bel testo.

martedì 24 giugno 2014

Avvistamenti Seventies

Chi ha letto abitualmente questo blog sarà a conoscenza di una forte predilezione di chi scrive per la musica tipica del decennio 1970-79, quell'hard rock che era ancora pochissimo heavy e che tutto doveva al blues dei padri e a quello imbastardito col rock, leggi Cream, Hendrix, Blue Cheer e migliaia di altri. Quelli che presentiamo oggi sono tre figli più o meno degni di tale tradizione. I Black Keys ormai li conoscerete tutti. ahimé mi verrebbe da aggiungere, certo non sono più il duo di garage blues incendiario degli esordi, quelli che si permettevano di far uscire un album che omaggiava il grande bluesman Junior Kimbrough(Chulahoma, imperdibile e irripetibile vetta artistica del duo), il successo ha purtroppo smussato la loro musica angolosa e alcuni pezzi sono davvero ruffiani, ma è pur vero che a livello mainstream è davvero difficile ascoltare musica così buona oggi, soprattutto nell'inizio al fulmicotone di Weight Of Love, ballata psichedelica che vale il prezzo del biglietto. I Radio Moscow, il cui primo LP venne prodotto proprio da Dan Auerbach, sono quello che sarebbero ancora i Black Keys senza il malaugurato successo, ossia rock blues psichedelico chitarristico suonato come se gli ultimi quarant'anni non fossero passati. Magical Dirt forse non è la loro vetta ma si fa ascoltare con piacere. I Mount Carmel si spingono ancora più in là suonando come se fossero una sorta di riuscita clonazione dei primi ZZ Top, a me personalmente il loro nuovo lavoro, Get Pure, sembra un gradino sotto all'album d'esordio, ma è una questione di gusti personali; il loro modo di suonare senza farsi influenzare dalle mode rock del momento è davvero ammirevole se non commovente.

venerdì 20 giugno 2014

R.I.P. Bambi Fossati

Saputo solo oggi, il sette giugno ci ha lasciati uno dei migliori chitarristi di rock progressivo italiani, leader dei Gleemen, gruppo di confine tra il beat e il nascente prog, e poi dei Garybaldi, meteora tra le più influenti dell'indimenticato movimento prog italiano degli anni settanta.

CULT: Il mostro della laguna nera(1954)

Il mostro della laguna nera(Creature from the black lagoon)
USA, 1954
Regia: Jack Arnold

Trama
Una spedizione paleontologica si ritrova alle prese con una sconosciuta creatura anfibia in una remota laguna sul Rio delle Amazzoni. Tra propositi scientifici e ansie commerciali, e un certo feeling erotico tra il mostro e la bella esploratrice Kay, si dipanerà l'eterna lotta tra l'invasore umano simbolo del progresso, e la natura ancestrale, simbolo del rispetto per il pianeta.

Raro caso di pellicola assurta al rango di cult ma che ebbe grandissimo successo anche all'epoca dell'uscita nelle sale, Il mostro della laguna nera è forse più noto al grande pubblico televisivo più per il discutibile uso di una sua sequenza come sigla della rubrica "I nuovi mostri" del progaramma "Striscia la notizia". Eppure a livello mondiale resta un film seminale nell'ambito del genere fanta-horror, tra i primi nel creare certi archetipi poi ripresi centinaia di volte, nonché un gioiello tecnico per l'epoca, basti citare le splendide riprese subacquee, un vero prodigio per quegli anni, e la tecnica del 3D, ai primi fasti prima di essere praticamente abbandonata per essere ripresa ai giorni nostri. Questo a livello commerciale e tecnologico, a livello artistico il film merita decisamente meno, la trama è esile, i personaggi non hanno profondità psicologica e sembrano tagliati con l'accetta, tanto che vien quasi voglia di fare il tifo per il mostro, non tanto per il tema(che sarà abusato negli anni) dell'uomo che invade l'habitat selvaggio alla ricerca di conquiste scientifiche ma anche di profitti commerciali, quanto per la palese inettitudine della spedizione che, col mostro sempre in agguato, non riesce a darsi un'unità d'intenti e spesso si abbandona a distrazioni plateali prestando il fianco alle inusitate incursioni della creatura. Come regia Arnold si dimostra un ottimo artigiano della Hollywood più classica, ma gli difetta qualsiasi estro e fantasia nelle inquadrature, tranne qualche carrellata sull'equipaggio in attesa sul battello che ricorda un po' le fantastiche sequenze che, in ben altro ambito, Coppola girerà vent'anni dopo per Apocalypse Now, e qualche breve soggettiva dal punto di vista della creatura, purtroppo non approfondite a dovere, nelle quali non è difficile scorgere i prodromi di una tecnica che sarà il fiore all'occhiello di certo horror all'italiana, a partire da Bava e Argento. La sceneggiatura è molto "americana", contrapponendo i paladini duri e puri della scienza, sempre noiosamente retorici oltre ogni ragionevolezza, al finanziatore della spedizione, che vede nell'impresa solo una fonte di guadagno; ovviamente trionferanno i primi, come sempre nel cinema americano, e come mai nella realtà di quel paese. Il finale aperto lascerà spazio a ben due seguiti, girati negli anni successivi, di cui il primo, La vendetta del mostro, rimarrà famoso soprattutto per una comparsata dell'esordiente Clint Eastwood. In definitiva un film da guardare con gli occhi dell'epoca, senza cadere nella trappola di considerare quelle che oggi possono sembrare ingenuità che scaturiscono un effetto quasi comico, e con la consapevolezza di assistere ad una delle pellicole cult più radicate nell'immaginario del genere.

Voto: 6.5


martedì 17 giugno 2014

Avvistamenti sparsi e occasionali

Ci risiamo. Ogni volta che apro la pagina di Blogger con l'intenzione di scrivere qualcosa su quello che fu un blog piuttosto glorioso, mi viene la nausea. L'indice sta per sfiorare la tastiera ed ecco arrivare i conati. Sarà che la mia sopportazione verso il genere umano ha ormai da tempo superato il livello di guardia; sarà che il validissimo mezzo di comunicazione che è(era) il blog è ormai stato soppiantato dalla superficialità dei social, che ormai hanno velocizzato, compresso e tritato qualsiasi ombra di discorso compiuto, basta vedere i nostri patetici politici che ormai comunicano solo a colpi di tweet coi caratteri contati; sarà che dopo aver letto migliaia di recensioni tutte uguali( e anche averne scritte centinaia, anch'esse inutili e tutte uguali) non ne posso più di "chitarre taglienti", di "assoli affilati come rasoi", o di "folk rock, con un tocco di electro e decise puntate nell'avant, senza disdegnare la lezione del kraut e i cambi di ritmo tipici del jazz rock prog di matrice seventies", di dischi che crescono "ascolto dopo ascolto", di gruppi che "si lasciano tentare dalle sirene del mainstream" e di atmosfere "cupe, oscure, ma anche sognanti, oniriche, immaginifiche, adrenaliniche" e via così ad inanellare aggettivi che non vogliono dire una beata mazza; o sarà l'atteggiamento degli appassionatissimi, musicisti frustrati sempre pronti a intavolare polemiche se citi un folk-blues a sproposito o se osi parlar bene di artisti sul loro libro nero(su cui non mancano mai, e non chiedetemi perché, Springsteen, Baustelle e Afterhours). Fatto sta che vedo comunque che tanti, silenziosamente, continuano a passar di qua, e quindi non mi va di abbandonare tutto, anche perché di dischi da consigliare ne ascolto ancora, e vorrei tornare a parlare anche di arte, cinema e letture. Quindi si riparte, non si sa con quale continuità, e sicuramente con meno chiacchiere sulla musica, ché lì contano solo le nostre orecchie, e se qualcosa mi verrà da dire, lo farò senza tema di contraddirmi, visto che la coerenza può essere il peggiore dei vizi.


Andrew Bird
Things Are Really Great Here, Sort Of...
Folk
Voto: 7.5
 Micah P. Hinson And The Nothing
 S/T
 Folk/Country/Punk
 Voto: 8.5

Parquet Courts
Sunbathing Animals
Alt Rock/Punk
Voto: 8.5

giovedì 6 marzo 2014

Avvistamenti: Gretchen Lohse-Primal Rumble(2013)

Ho ricevuto questo disco direttamente via email, dall'autrice stessa. Ora, non per tirarmela, ma questo avveniva due mesi fa; se solo oggi trovo il tempo di vergare due righe è solo perché, e lo avrete notato, il blog vive una sorta di animazione sospesa da tempo, e non ha invece nulla a che fare col lavoro di Gretchen, che trovo di una bellezza cristallina. Primal Rumble va ad arricchire la folta(fin troppo) schiera del folk femminile, Lohse è nativa di Philadelfia, ma lo fa mettendo in mostra la personalità e la pertnenza stilistica dell'autrice. Le dieci tracce vivono di arrangiamenti minimali, con la chitarra acustica di Gretchen sempre in primo piano, ma piacevolmente variati, con strumenti inaspettati che fanno capolino, dal violino e la viola suonati dalla stessa Lohse, a tastierine elettroniche, banjo e glockenspiel; il tutto contribuisce a creare un'atmosfera senza tempo. Ma a spiccare è la bella voce dell'artista americana, molto matura per essere al primo lavoro, simile nel timbro a Zooey Deschanel, ma più piena, tanto da ricordare a tratti l'indimenticabile Sandy Denny. Tra i pezzi da segnalare All Around The River, sontuosa apertura con una melodia dal buon potenziale radiofonico(se le radio facessero il loro mestiere), The Cuckoo, coi delicati interventi del flauto, e la solare Primal Rumble, posta in chiusura, che dà il titolo all'intero lavoro. Un album, insomma, che proietta Gretchen Lohse alla ribalta della scena folk femminile.

lunedì 27 gennaio 2014

Letture: Hermann Hesse-Il Lupo Della Steppa

Incipit

Questo libro contiene le memorie lasciate da quell'uomo che, con una espressione usata sovente da lui stesso, chiamavamo il "lupo della steppa". Non stiamo a discutere se il suo manoscritto abbia bisogno di una prefazione introduttiva; io in ogni caso sento il bisogno di aggiungere ai fogli del Lupo della steppa alcune pagine dove tenterò di segnare i ricordi che ho di lui. È poca cosa quello che so, e specialmente il suo passato e la sua origine mi sono ignoti. Tuttavia ho avuto della sua persona un'impressione forte e, devo dire, nonostante tutto simpatica.

Come corpo ognuno è singolo, come anima mai.

Tutto era molto bello, tanto la lettura dei vecchi libri quanto l'immersione nell'acqua calda, ma tutto sommato non era stata una giornata di felicità entusiasmante né di gioia raggiante, bensì una di quelle giornate che da parecchio tempo dovrebbero essere per me normali e comuni: giornate moderatamente piacevoli, abbastanza sopportabili, giornate tepide e passabili di un uomo non più giovane e malcontento, giornate senza dolori particolari, senza particolari preoccupazioni, senza crucci veri e propri, senza disperazione, giornate nelle quali si esamina pacatamente, senza agitazioni o timori, la questione se non sia ora di seguire l'esempio di Adalberto Stifter e di esser vittime di una disgrazia facendosi la barba.

 A noi immortali non piace essere presi sul serio, ci piace scherzare. La serietà, caro mio, è una nota del tempo: nasce, te lo voglio confidare, dal sopravvalutare il tempo. Anch'io una volta stimavo troppo il tempo e desideravo perciò di arrivare a cent'anni. Ma nell'eternità, vedi, il tempo non esiste; l'eternità è solo un attimo, quanto basta per uno scherzo.

 Certo per essere religiosi ci vuol tempo, ci vuole anche di più: l'indipendenza dal tempo. Non puoi essere seriamente religioso e vivere contemporaneamente nella realtà magari prendendola sul serio: il tempo, il denaro, il bar dell'Odeon e così via.

Per ballare ci vogliono qualità che io non avevo assolutamente: allegria, ingenuità, leggerezza, slancio.

L'infelicità che mi occorre, l'infelicità che vorrei è diversa: è tale da farmi soffrire con avidità e morire con voluttà. Questa è l'infelicità o la felicità che aspetto.

 Chi pretende musica invece di miagolio, gioia invece di divertimento, anima invece di denaro, lavoro invece di attività, passione invece di trastullo, per lui questo bel mondo non è una patria…

Ebbene, ogni superiore umorismo incomincia col non prendere sul serio la propria persona.

Non è bene che l'umanità sforzi troppo l'intelletto e cerchi di ordinare le cose con l'aiuto della ragione se queste non sono accessibili alla ragione. In tal caso sorgono ideali come quelli degli americani o dei bolscevichi, straordinariamente razionali entrambi, quantunque violentino e depauperino la vita perché la semplificano in un modo troppo ingenuo.

 Come la pazzia, in un certo senso elevato, è l'inizio di ogni sapienza, così la schizofrenia è l'inizio di tutte le arti, di ogni fantasia.

Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d'arte nelle quali un uomo che soffre si innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità.

 La solitudine è indipendenza: l'avevo desiderata e me l'ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri.

Se il mondo ha ragione, se hanno ragione le musiche nei caffè, la gente americana che si contenta di così poco, vuol dire che ho torto io, che sono io il pazzo, il vero lupo della steppa, come mi chiamai più volte, l'animale sperduto in un mondo a lui estraneo e incomprensibile, che non trova più la patria, l'aria, il nutrimento.

Ma se per la tua gioia hai bisogno del permesso di altri, sei proprio un povero sciocco.






















giovedì 2 gennaio 2014

I 50 Album dell'anno di ALR ART BLOG 10/01

10. The Strypes-Snapshot
09. Foxygen-We Are The 21st Century Ambassador Of Peace & Magic
08. Hollis Brown-Ride On The Train
07. Samsara Blues Experiment-Waiting For The Flood
06. Arbouretum-Coming Out Of The Fog
05. John Grant-Pale Green Ghost
04. Nick Cave-Push The Sky Away
03. Cate Le Bon-Mug Museum
02. A Singer Of Songs-There Is A Home For You
01. Jonathan Wilson-Fanfare

mercoledì 1 gennaio 2014

I 50 Album dell'anno di ALR ART BLOG 20/11

20. Miss Chain & The Broken Heels-The Dawn
19. Parquet Courts-Light Up Gold
18. The Veils-Time Stays, We Go
17. Arctic Monkeys-AM
16. Dangers Of The Sea-S/T
15. David Bowie-The Next Day
14. Kurt Vile-Wakin On A Pretty Daze
13. Fuzz-S/T
12. Jack Day-The First Ten
11. Kings Of Leon-Mechanical Bull

R.I.P. Roberto Ciotti