martedì 29 dicembre 2015

R.I.P. Lemmy Kilmister

Accendere il PC per il rito mattutino della connessione al Dio internet, che tutto sa e che tutto gestisce, l'ultimo rito religioso rimasto, e scoprire che un altro pezzo di quel mondo che non esiste più, ma a cui ostinatamente ci voltiamo a guardare, se n'è andato. Sì, perché Lemmy ha attraversato quasi cinquant'anni di storia del rock, vivendo tante vite diverse, eppure rimanendo sempre uguale a sé stesso; una figura rassicurante, tutto sommato, dietro ai suoi eccessi, alle sue svastiche e a tutto l'immaginario del "rock 'til i drop". Dagli esordi come "roadie" di Jimi Hendrix, alla psichedelia dei Sam Gopal, dallo space rock degli Hawkwind fino alla band che gli avrebbe conferito lo status di icona, i Motorhead, Lemmy ha incarnato tutti gli aspetti del rocker duro e puro. Personalmente l'ho molto ammirato specialmente negli ultimi anni, per il modo di pestare ancora duro sul pedale dell'acceleratore coi suoi fidati Motorhead, sfornando dischi che nulla avevano da invidiare a quelli dei tempi d'oro, al contrario di tante vecchie rockstar, imbolsite e appesantite da anni di lussi e eccessi, lì a barcamenarsi tra liti coi vecchi compagni e scialbe reunion dettate solo dalla volontà di fare un po' di cassa. Se n'è andato così, da un giorno all'altro, Lemmy; del resto, difficilmente l'avrei immaginato in giacca e cravatta a collezionare auto d'epoca come un Nick Mason, o a organizzare festival volti a combattere l'alcol ai Caraibi, come un Eric Clapton. Meglio così, forse.

venerdì 16 ottobre 2015

Avvistamenti: Le Choix - Finché Vita Non Ci Separi (2013)

Quest'oggi vi propongo un avvistamento piuttosto singolare per i canoni di questo blog; innanzitutto si tratta di una band italiana, merce rara da queste parti, per di più proveniente dalla mia stessa regione, da Vasto per la precisione, e, in secondo luogo, perché ho avuto modo di conoscerli, e ascoltarli, direttamente. Il live a cui ho assistito si è svolto durante la manifestazione "Street Food", tenutasi a Pescara ai primi di Ottobre, e a cui il vostro umile narratore ha partecipato in veste di fotografo per conto della Lizard, validissima accademia musicale che ha curato tutta la parte musicale della manifestazione. La proposta musicale è stata varia e tutta di alto livello, ma la band che vi propongo, Le Choix, ha brillato di luce propria essendo l'unica che si è esibita, coraggiosamente, proponendo un proprio repertorio originale, tratto per lo più dal loro primo lavoro in studio, datato 2013, a cui i vastesi stanno per dare un seguito a breve.
Le Choix propongono un solido rock che si nutre delle più disparate ispirazioni, dall'indie rock internazionale a quello nostrano, mi vengono in mente una sorta di Negramaro potenziati, ma nel loro DNA non manca una vaga eco dei Litfiba, specie nel cantato di Fabio Neri, frontman dalla gran presenza scenica nonostante qualche puntata un po' sopra le righe, e accenni in territori hard rock o addirittura metal in qualche passaggio delle chitarre.
Il disco parte subito forte con Innesco Di Fato, pezzo che ci propone i vastesi già nella loro veste più pesante, per proseguire con Pioggia di Luglio, bella ballad di classic rock, fortemente imparentata con la celebre Mr. Jones dei Counting Crows, e con Orchidea, singlo dell'album, scelto non a caso, essendo sicuramente il pezzo più pop e accattivante per un pubblico radiofonico. Io Resto Qui è una ballata con belle parti di chitarra, mentre in Senza Scampo e Il Silenzio Della Neve i Le Choix mostrano il loro aspetto più rock 'n' roll, forse il più convincente dell'intero lavoro. C'è ancora spazio per una raffinata ballad, Segreto, dal bell'arpeggio di chitarra elettrica e convincente anche nelle liriche, mentre note dolenti sono l'accorato j'accuse di Politikani, a forte rischio di dervive populiste nel testo e la chiusa di Per Te Che Verrai, pezzo recitato che chiude in modo forse un po' pretenzioso questa altrimenti riuscitissima opera prima.
Quindi, al di là di qualche aggiustamento di tiro che sicuramente avverrà nei futuri lavori, un album davvero valido che attende a breve il seguito, come mi ha confidato il bravo chitarrista Fabrizio Marchesani, con la certezza che sentiremo ancora parlare dei Le Choix.



sabato 10 ottobre 2015

Avvistamenti: Graveyard - Innocence & Decadence (2015)


Chi ha avuto la pazienza quasi autolesionista di seguire questo blog negli ultimi anni, sa che da queste parti gli svedesi Graveyard sono una delle band preferite; li ritroviamo al quarto lavoro dopo il promettente esordio intitolato semplicemente Graveyard del 2007, Hisingen Blues del 2011, che rimane, a mio parere, il loro capolavoro, e Lights Out del 2012, lavoro a tratti involuto che divideva in egual parti luci e ombre. Ora è il turno di questo Innocence & Decadence, album che nelle intenzioni degli scandinavi dovrebbe aprire all'esplorazione di nuovi territori musicali, e che si segnala per il ritorno di Truls Morck, ex chitarrista che stavolta si occupa delle parti di basso e, in un paio di brani, canta. Va detto subito che, a dispetto delle intenzioni della band, l'album suona abbastanza simile ai lavori precedenti, e questo può essere un bene vista la qualità dei primi tre lavori, tuttavia qua e là una certa prevedibilità e piattezza rischia di affiorare. L'album si apre, abbastanza tipicamente, con un bel pezzo hard, di quelli velocissimi e urlati allo spasimo tra un riffone e l'altro, che giustamente hanno reso famosi i Graveyard, Magnetic Shunk, con atmosfere che vengono replicate anche in Never Theirs To Sell e nella tirata Hard Headed; sembra però mancare a questi pezzi il fascino e l'effetto sorpresa di pezzi come Hisingen Blues o Ain't Fit To Live Here. Si prosegue con The Apple & The Tree, un cui verso dà il titolo all'album, pezzo sbilanciato piacevolmente sul versante blues, dove, ma è una mia impressione, ho ravvisato nella strofa una piccola somiglianza con All Along The Watchtower di Bob Dylan. Andiamo avanti con Exit 97, che assieme a Too Much Is Not Enough e Far Too Close, si prende in carico l'impegnativo compito di evocare il lato più slow e intenso del songbook degli svedesi, ovvero quello in cui riescono meglio dai tempi delle leggendarie No Good, Mr. Holden e Uncomfortably Numb; diciamo che qui la band riesce a metà, Exit 97 infatti è un pezzo che non decolla come dovrebbe, mentre Too Much Is Not Enough, pur proponendo un cantato intenso e belle parti di chitarra, stecca un po' nei coretti soul, sì innovativi nel suono del gruppo, ma a rischio di risultare un po' ruffiani e fuori contesto, se non stucchevoli, mentre Far Too Close è forse l'episodio più riuscito e intenso dell'intero disco, uno slow di gran classe. Altri episodi da segnalare i pezzi cantati dal redivivo Morck, Can't Walk Out e From A Hole In The Wall, dove la voce non proprio potente e un po' asmatica del bassista lascia dapprima un po' interdetti, ma alla distanza di qualche ascolto, rischia di essere una piacevole sorpresa, soprattutto nel secondo pezzo, un hard blues che precipita l'ascoltatore nei favolosi anni a cavallo tra '60 e '70, sulla scia di supergruppi quali Cream e Experience. Segnalo infine la chiusura di Stay For A Song, ballad per sola voce e chitarra elettrica(o quasi), anche questa riuscita a metà. Ed è un po' la cifra di tutto l'album, quella della riuscita a metà, per un lavoro che si fa ascoltare piacevolmente, ma che non aggiunge nulla di nuovo alla storia dei Graveyard.

venerdì 9 ottobre 2015

Avvistamenti: The School - Wasting Away And Wondering (2015)

Sembra quasi un controsenso, ma il disco che vi presento oggi è un vero raggio di sole pop che arriva dalla piovosa Cardiff nel Galles. Si tratta del terzo lavoro dei The School, la band guidata dalla voce angelica di Liz Hunt, le cui intenzioni paiono chiare già dalla bella cover dell'album, grafica che si rifà ai favolosi sixties e una ragazza che pare uscita dalla swinging London ritratta mirabilmente in Blow Up di Antonioni, intenta a scartabellare in una bancarella di vinili; questo vuol dire ritrovarsi di fronte a sonorità tipiche di quel periodo, con richiami al northern soul e creature di Phil Spector, Ronettes, tanto per capirsi. Non mancano riferimenti anche a band più recenti, anche se tutte molto legate a movimenti vintage, Belle & Sebastian a esempio, o i misconosciuti Gold Motel,  ma anche melodie che ricordano una sorta di Raveonettes depotenziati e privati dei loro echi shoegaze. E così ci troviamo di fronte a pezzi che sono una vera ondata di freschezza, melodie irresistibili condite con sapienti arrangiamenti retrò, all'insegna di fiati mai troppo invadenti e chitarre che elettriche dai suoni puliti che dettano le linee di pure perle pop come lo splendido tris posto in avvio, Every Day, Love Is Anyywhere You Find It e All I Want From You Is Everything; non mancano momenti più strappalacrime, la perfetta Don't Worry Baby, o addirittura quasi cupi, come He's Gonna Break Your Heart Someday, con una bella parte di chitarra. Tirando le somme, un lavoro forse derivativo e di certo non rivoluzionario, ma sicuramente pregevole rispetto alle quintalate di pop rock scialbo e anonimo che le radio ci riversano addosso quotidianamente.

giovedì 8 ottobre 2015

Il Disco Oscuro Della Settimana: Breakout - Blues (Polonia, 1971)

Un disco di solido rock blues elettrico, sulla falsariga delle migliori band di british blues, con riferimenti al John Mayall più elettrico, Savoy Brown e Chicken Shack. Cos'ha di particolarmente oscuro, direte voi? Be', il disco è completamente cantato e suonato da una band polacca, nella lingua del luogo, che non è esattamente la culla del blues. Non aggiungo altro...

giovedì 13 agosto 2015

R.I.P. Giancarlo Golzi

Leggo con grande dispiacere della scomparsa di Giancarlo Golzi, batterista di grande levatura noto ai più come fondatore dei Matia Bazar, gruppo pop di chiara fama e di qualche merito tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80, poi trascinatosi in una banale routine revivalista. A me, però, piace ricordarlo per la sua militanza nel Museo Rosenbach, gruppo progressive che nel 1973 diede alle stampe Zarathustra, pietra miliare del genere e disco tra i più sfortunati dell'intero movimento, se è vero che al di là dell'indubbio valore del lavoro, lo stesso venne boicottato per assurde motivazioni politiche, tipiche del periodo, condannando il gruppo all'oblio, fino alla tardiva rivalutazione degli ultimi anni.

martedì 11 agosto 2015

I Dischi Oscuri: Free Action Inc.: Plays Eddy Korsche (1970)

Quello che vi propongo oggi è un disco oscuro per davvero, se è vero che si ignora perfino chi furono i musicisti che lo incisero; chi parla dei The Sub (già di per sé abbastanza oscuri), chi vocifera del possibile coinvolgimento di membri del Balletto Di Bronzo, chi ci vede la mano dei fratelli De Angelis (per capirci, quelli delle colonne sonore dei film di Bud Spencer e Terence Hill), all'epoca anche apprezzati turnisti, fatto sta che il mistero permane, e, da oggi, anche voi sarete costretti a perdere, come me e altri appassionati del genere, preziose ore di sonno. Al di là di queste oziose e misteriose considerazioni, l' Lp in questione vanta una sua piccolo importanza sia per la sua rarità che ingolosisce i collezionisti, sia, soprattutto, perché è valida testimonianza di come all'epoca l'Italia potesse vantare dei signori musicisti in ambito rock blues, psichedelia, post beat e nascenti pulsioni progressive. Basta ascoltare una qualsiasi delle tracce di questo lavoro perlopiù strumentale, in cui i misteriosi musicisti eseguono senza pecche (se non quelle di una registrazione ai limiti dell'inascoltabile) le dodici composizioni di Eddy Korsche, che altri non era che un valido produttore austriaco, già attivo in produzioni italiane pre-prog. A emergere sono la chitarra elettrica, grezza e acidissima, e l'organo Hammond tipico dell'epoca che si muove sulla falsariga più di un Jimmy Smith che degli onnipresenti (all'epoca) Doors o Deep Purple, mentre le atmosfere restituite dai pezzi sono molto Freak-beat, con omaggi a artisti al top all'epoca, quali Yardbirds, Hendrix e le solite, imprescindibili, radici blues; si prenda Life Story, come esempio, sembra un crossover tra Born Under A Bad Sign di Albert King, ma ripresa anche dai Cream, altri numi tutelari del gruppo, e la celeberrima Foxy Lady del già citato Hendrix. In buona sostanza, un lavoro assolutamente ininfluente nella storia del rock che conta, ma, a giudizio di chi scrive, anche una piccola perla perduta che farà la gioia degli appassionati di certa musica del periodo, velleitaria ma genuina e ancora oggi piacevole.

martedì 21 luglio 2015

Avvistamenti: Il Rumore Della Tregua - Una Trincea Nel Mare (2015)

Dopo un bel po' di tempo torno a imbattermi in un disco italiano piuttosto convincente. Si tratta dell'esordio sulla lunga distanza, dopo l'EP La Guarigione di un paio d'anni fa, dei milanesi Il Rumore Della Tregua, intitolato, non senza una certa pretenziosità, Una Trincea Nel Mare. Curiosando sul web alla ricerca di informazione sui cinque giovani meneghini, mi sono imbattuto in illustri paragoni con cantautori anni '70 e più celebri colleghi contemporanei, vedi Baustelle; in realtà a me ricordano molto da vicino, per suoni, temi e una certa angoscia di fondo, i bravi e sottovalutati Non Voglio Che Clara, mentre, spostando lo sguardo oltre confine, mi sempre di ravvisare palesi somiglianze con progetti quali Beirut, Hey Marseilles e qualcosa del folk di A Singer Of Song, probabilmente dovute per lo più alla stravagante presenza della tromba, che in certi pezzi rimanda anche a atmosfere desertiche tra Calexico e Morricone. I testi sono piuttosto interessanti, zeppi come sono di riferimenti a letteratura e cinema degli ultimi due secoli, anche se a volte risultano un tantino criptici e scevri da qualche salutare tocco d'ironia che avrebbe forse alleviato da una certa pesantezza di fondo che pervade questa comunque ottima opera prima.
Molte sono le citazioni dai grandi romanzi del mare (elemento che torna quasi ossessivamente, a partire dal titolo), soprattutto dal Moby Dick di Melville, citato in Ismaele (nome del protagonista del romanzo) pezzo dall'incedere molto alla De Andrè, in Cuore Di Bue, che, oltre a citare nel titolo il grandissimo, compianto, Captain Beefheart, ha palesi riferimenti al Capitano Achab, tanto da citare nella coda la famosa battuta "Io non dormo, io muoio!" tratta dalla versione cinematografica di John Huston. Altre citazioni colte in Io e Chaplin (Il Giorno Della Fine), ballata davvero molto bella, in Sacra Ofelia e nella conclusiva Anonimo Natalizio, che omaggia delicatamente il diamante pazzo Syd Barrett. Molto piacevole anche Intermezzo che, nella sua scarna semplicità, è una delle vette del disco.
Concludendo, un'opera prima davvero interessante e la sensazione che, aggiustando e smussando qua e là, lavorando forse più di sottrazione, il capolavoro potrebbe risultare meta alla portata della band milanese.

Sitting On A Bench

Seduto su una panchina all’Outlet.
Perso in nervosismi e malinconie futili, quando dovrei solo buttarmi in ginocchio e ringraziare dio, o l’invisibile unicorno rosa, o chi per loro, per tutto quello che ho, mi guardo attorno.
L’Outlet è il luogo principe della depravazione consumistica e del cancro di questo nostro secolo nuovo di zecca, l’omologazione. La società liquida e votata all’individualismo più sfrenato profetizzata da Baumann si concretizza in una sorta di ossimoro sociale: ognuno pensa solo per sé, ma ognuno mira a essere uguale all’altro.
Siamo nel desolato hinterland di Pescara, ma potremmo essere ovunque, la squallida periferia di Milano, o quella disperata di Roma, o qualsiasi altra nel mondo. Tutto è studiato nei minimi dettagli per farci sentire in tutti e in nessun posto assieme. Persino la radio gracchia un inascoltabile pop estivo da quattro soldi proveniente da una fantomatica “Outlet Station” che immagino uguale in ogni dove. Tutto è pensato, progettato e realizzato al solo scopo di rendere l’utente, perché è questo che siamo, non persone, il più possibile spersonalizzato, al fine di renderlo immune da qualsiasi pensiero autoctono. L’individuo diviene così solo un minuscolo ingranaggio di un meccanismo esclusivamente economico, viene programmato in modo che creda di scegliere tra prodotti tutti uguali, e in modo da far insorgere in esso falsi bisogni e desideri che vanno subito appagati così da generarne altri, in un infinito rincorrere la propria ombra in cerchio.
Alzo lo sguardo e eccola lassù.
Elegante, maestosa, una poiana volteggia innalzandosi sempre più sopra il complesso che imita un centro storico senza crepe. Senza apparente sforzo sfrutta le correnti ascensionali per issarsi sempre più in alto, sempre più lontana dalle umane miserie e frenetiche futilità, perfetta nell’assecondare spontaneamente la sua natura.
Mi sembra quasi di aprire gli occhi in quel momento, e ecco a pochi metri da me un altro spettacolo, ovviamente ignorato da tutti. Una ballerina bianca esegue i suoi semplici, ma allo stesso tempo irriproducibili, passi di danza tra i tavolini del bar, alla ricerca di briciole lasciate cadere da distratti turisti tutti uguali, oberati dalle loro pance prominenti e dai loro sacchetti sempre pieni. Quanta eleganza e superiorità nelle sue movenze.

Guardo colmando il mio spirito di queste immagini e penso che a volte la bellezza è intorno a noi, anche in mezzo al marciume. Basta avere gli occhi per vederla.

lunedì 22 giugno 2015

Avvistamenti: Cosmic Wheels (2015)

Ancora su sentieri di heavy psichedelia (e che palle, direte voi, forse anche giustamente...), un lavoro che è un vero gioiellino per i cultori del genere, e che, stranamente, arriva dagli States, sempre più parchi di dischi che si rifanno genuinamente all'età dell'oro del genere. E, forse non a caso, si tratta di un lavoro registrato nel 2007 e che mai aveva visto la luce; se oggi possiamo ascoltarlo lo dobbiamo all'opera meritoria dell'etichetta Heavy Psych Sounds, nome che poco spazio lascia all'immaginazione. Dietro il moniker di Cosmic Wheels si celano in realtà i fratelli Marrone, Paul, batterista dei Radio Moscow, valida band di rock blues ai confini del mainstream, che qui oltre a darci dentro con la batteria fa quasi tutto da solo, tranne per il basso e l'armonica dove si cimenta suo fratello Vincent. Si tratta in realtà di poco più di un demo, tanto che i pezzi non hanno nemmeno un titolo, tranne per gli ultimi due, che sono anche gli unici episodi cantati del lavoro. Ma al di là dell'ovvia incompletezza con cui suona il tutto, si tratta di pezzi davvero gustosi per l'appassionato che può divertirsi a cercare di volta in volta le varie influenze. Così, giusto a titolo d'esempio, andiamo dai Cream di Steppin' Out, apertamente citati nell'Untitled #4, ai Blue Cheer che aleggiano un po' ovunque, ai Deep Purple dell'Untitled #7, alla traccia 8 che parte citando Good Looking Woman, dei mai troppo ricordati Black Cat Bones, e poi clona il riff di The Warning, resa celebre dai Black Sabbath, ma da ascrivere ai misconosciuti ma validissimi Aynsley Dunbar Retaliation. Abbiamo poi un episodio di blues più ortodosso, quasi acustico, nella nona traccia, e i due pezzi cantati; 12 O'Clock Groove Street, sorta di blues cosmico, trattato con effetti vari e con tanto di coretti che fanno tanto west coast con tutti gli stereotipi del genere, fiori tra i capelli, jeans a zampa e fricchettoni strafatti che si rollano un joint tra un solo lisergico e l'altro, e No Ones Know Where They've Been, sorta di stravolto blues hendrixiano che chiude questo lavoro consigliatissimo, ma solo agli appassionati del genere. Per gli altri, astenersi se volete evitare episodi acuti di orchite.

giovedì 18 giugno 2015

Avvistamenti: Wired Mind - Mindstate Dreamscape (2015)

Quando il rock, o almeno quello che intendo io per rock, dopo i fulgidi decenni '60 e '70, ha iniziato a prendere derive che hanno portato non si sa bene dove, se è vero che oggi si cataloga come rock un po' tutto, da Vasco Rossi agli Arcade Fire, da Florence + The Machine ai Modà, da Manu Chao ai Sepultura, be', più o meno in quel momento, un sentiero via via più corposo a preso a essere tracciato, e si tratta di un sentiero che punta diritto verso le cupe e fredde lande del Nord Europa. Un sentiero disseminato di alberi che producono frutti psichedelici e lisergici, all'insegna della creatività ma anche estremamente ligio a una tradizione fatta di pezzi dilatati e svisate di chitarre acide e sature di riverberi, di atmosfere che inneggiano a viaggi mentali più o meno ortodossi, di registrazioni che pagano poco o nulla alle moderne tecnologie che tendono a appiattire i caldi suoni analogici, laccando dove ci sarebbe da lasciare le cose quanto più rudi e grezze possibile. E così, mentre Regno Unito, USA e Australia fanno da timonieri della nuova psichedelia con gruppi quali Tame Impala, Temples e compagnia bella, proponendo in buona sostanza nulla più che un pop dilatato e filtrato con qualche effetto buono per chi si è perso i cinquant'anni precedenti, ecco fiorire band che fanno rivivere i fasti del vero heavy rock psichedelico, in Svezia Sgt. Sunshine, Graveyard e Witchcraft, in Belgio i DeWolff, in Olanda gli Orange Sunshine e in Germania una pletora di gruppi capeggiati dai favolosi Samsara Blues Experiment. E da questi ragazzi di cui vi parlo oggi, tali Wired Mind.
Se il cappello è stato così prolisso, bastano poche parole per parlare del loro Mindstate Dreamscape, lavoro composto da appena quattro pezzi, di cui un paio superano i dieci minuti, dilatati e psichedelici nel senso più genuino che in ambito rock si possa dare a questi termini. Atmosfere che vanno da echi stoner appenna accennati(i Kyuss), a chitarre liquide e lisergiche che rimandano a Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service, accenni floydiani e passaggi West Coast, il tutto condito in salsa Doors con riff degni dei Black Sabbath nella conclusiva, sontuosa Woman, che parte piano fino a risolversi in una cavalcata di selvaggio chitarrismo fuzz, con tanto di wah wah abusato come se non ci fosse un domani. Per chi sa di cosa parlo, una vera boccata d'ossigeno.

domenica 31 maggio 2015

Avvistamenti: Calexico - Edge Of The Sun (2015)

 Ogni nuova uscita dei Calexico è un po' come passare una serata con gli amici di sempre, in quel locale che da ragazzi era abitudine frequentare tutti i giorni, e dove ora si va magari per una rimpatriata una tantum. Si sa già che qualcuno verrà preso in giro per storie di vent'anni fa, che si riderà per battute becere su difetti fisici, si parlerà male di chi non c'è e si finirà alticci a rimpiangere i bei tempi che furono e che all'epoca così belli non sembravano nemmeno. E nonostante siano passati gli anni tutto ci sembrerà uguale, giacché le idee che si hanno gli uni degli altri sono talmente radicate che il cervello inserirà il pilota automatico, bypassando rughe e spigolosità che magari non c'erano; non ci accorgeremo nemmeno che il locale ha cambiato gestione e tappezzeria. E, fatta salva qualche passeggera nostalgia post sbronza, non ci si penserà più fino alla prossima rimpatriata. Bene, questo pseudo trattato di sociologia da "Donna Moderna" per dire che coi Calexico si rischia di andare talmente sul sicuro da non accorgersi di quanta ricerca a livello di scrittura e arrangiamenti si celi dietro ogni loro uscita, ben nascosta dietro un family feeling che rischia di far sembrare la band sempre uguale a sé stessa. In realtà, anche in questo Edge Of The Sun, i Calexico si muovono sicuri nel solco di una tradizione che, giunti ormai a quasi vent'anni di carriera, essi stessi hanno tracciato pazientemente, brandendo chitarrone mariachi e voci sussurrate come metaforici aratri, ma non mancano di inserire interessanti novità nelle loro complesse tessiture sonore. Ed ecco fare capolino qua e là un delicato tappeto elektro(Tapping On The Line), qualche tocco di batteria elettronica e misurati effetti sonori. Le influenze sono, al solito, le più disparate, al di là del loro marchio di fabbrica, ovvero un tex-mex di qualità(la strumentale Coyoacàn o la classica Beneath The City Of Dreams), che si spinge ancora più a sud con la bella Cumbia De Donde, numero che farà impazzire i calexichiani duri e puri, mentre pezzi quali When The Angels Played o Miles From The Sea, o ancora il delicato valzer di Woodshed Waltz, sembrano prelevati da episodi minori del songbook di Dylan & The Band. Tapping On The Line sembra omaggiare anche il sound del sempre sottovalutato Bruce Cockburn, mentre la novità più eclatante può essere rintracciata nella collaborazione di World Undone coi Takim, gruppo di musica greca che suona anche nella delirante Roll Tango, bonus track piuttosto ghiotta dove convivono mondi apparentemente inconciliabili, da Tom Waits al tango, dal sirtaki alla maestosa voce di Eric Burdon fino al Tanco Del Murazzo di Vinicio Capossela, musicista ben conosciuto dai Calexico, tanto che il pezzo rimanda più o meno direttamente alla loro collaborazione di "Polpo D'Amor".
Da segnalare le bonus track dell'edizione deluxe, che costituiscono quasi un lavoro a sé, incentrato sul versante mex della loro musica. E un consiglio: al prossimo ascolto dell'album, così come alla prossima rimpatriata, cercate di fare tabula rasa di ciò che già conoscete e date per scontato, se riuscirete a guardare con occhi nuovi vecchie realtà, scoprirete qualcosa d'interessante.
 

venerdì 29 maggio 2015

29.05.1997 Jeff Buckley

Siamo angeli con un'ala sola, possiamo volare solo se restiamo abbracciati” (Jeff Buckley).

giovedì 28 maggio 2015

Avvistamenti: Barna Howard - Quite A Feelin' (2015)

Ricordo nel 2012 di aver sommessamente gridato al miracolo per l'uscita del lavoro d'esordio di Barna Howard, songwriter di Portland immerso fino al midollo in atmosfere folk e country che sarebbero parse d'attualità forse cinquant'anni fa, tanto da averlo inserito, se ben ricordo, tra i primi tre preferiti di quell'annata. E perciò era con grande attesa che, da inflessibile fustigatore del secondo album, che, chi ne sa più di me insegna, è sempre il più difficile, aspettavo l'uscita di questo nuovo lavoro, Quite A Feelin'.
Le sensazioni dopo svariati ascolti sono contrastanti; parliamoci chiaro, Barna per me rimane un fuoriclasse nel suo pur minore ambito, sicuramente il più talentuoso nonché ligio tra gli epigoni dei vari Townes Van Zandt, Johnny Cash e compagnia bella. Vi chiederete dove sto andando a parare e quando arriverà il fatidico "però". Vi risparmio l'attesa: però qualcosa non torna. Quite A Feelin' è un lavoro che prosegue esattamente dove tre anni fa si fermava il disco d'esordio, quindi chi temeva che il nostro si lasciasse prendere la mano da arrangiamenti ridondanti o ammiccamenti mainstream, può tirare un bel sospiro. Siamo sempre nel folk più puro, non contaminato non dico dall'elettronica ma nemmeno dall'elettricità; ne corre giusto un filo qua e là, vedi l'evocativa steel guitar in Rooster Still Crows, spostando le coordinate appena più verso lidi country e americana. Il punto è che i pezzi a tratti sembrano quasi delle outtake del primo lavoro, per non dire scarti, mancano quelle melodie struggenti, oltre probabilmente all'effetto sorpresa, del primo lavoro, tranne forse per quanto riguarda Indiana Rose, non a caso posta in apertura, o la bella Hands Like Gloves o la già citata Rooster Still Crows, o il filo d'elettricità che torna a irrorare la tradizionalissima Whistle Show. In sostanza il buon Barna si conferma talento cristallino nel suo genere, canta e pizzica la sua acustica da dio, ma per noi che cerchiamo sempre il pelo nell'uovo è lecito aspettarsi qualcosina di più a livello di scrittura. Se proprio voto dev'essere, io darei un sei e mezzo.

lunedì 25 maggio 2015

Skeleton In The Closet




È da un po’ di tempo che una splendida idea ha preso a ronzarmi per il capo, manco fossi un Cesare Ragazzi d’altri tempi: riaprire il blog in pianta stabile. Bella idea del cazzo, obietterà qualcuno, nulla da eccepire, replico io; si tratta infatti di una brillante trovata concepita nel vorticare di una vita sempre più incasinata, indotta da deliri ormonali e alcolici di un’anima che rinasce quando ormai tutto sembrava perduto e di un cervello affollato da lemmings in furiosa corsa verso l’abisso. Eppure vorrei prendere l’impegno di tornare a posteggiare ogni tanto, senza regolarità alcuna, più con l’approccio della creatività che con quello di un impiegato del catasto. Mi rendo conto che dopo tante false ripartenze, e magari questa sarà l’ennesima, la mia credibilità se la gioca col politico di turno che promette di abbassare le tasse, ma confido molto nella fedeltà di voi seguaci appassionati, sparsi nonché sparuti e, a volte, spariti per il mondo. Già vi immagino alla stregua di una setta talmente segreta da risultare ignota perfino a essa stessa, che gli Illuminati e Adam Kadmon ci fanno un baffo.
Bene, mi rendo conto che se qualcuno fosse sopravvissuto a queste prime, deliranti, righe, si starà sicuramente chiedendo di cosa intendo parlare in questo post di rientro. L’idea, intanto, è quella di una nuova rubrica, quella degli scheletri nell’armadio, o “Skeleton In The Closet” come recita pomposamente il titolo, ché a noi piace tanto stigmatizzare l’ammerica, ma poi non si resiste a un bel titolo strillato à la cazzo nell’idioma d’Albione. Che la coerenza può essere il peggiore dei vizi, come vado ripetendo da anni dando la stura a dibattiti sulla riapertura dei manicomi.
L’idea di fare pubblica e metaforica pulizia dei miei armadi dalle ossa che si vanno ammonticchiando da tempo immemore, l’ho partorita, come tutte le idee geniali, da riflessioni piuttosto banali. A chi non sarà capitata la tipica situazione quando, nel bel mezzo di una conversazione, per banale distrazione o in rilassato sovrappensiero, si butta là un’osservazione capace di dare consistenza quasi cacofonica allo schianto d’ossa dello scheletro preistorico d’un plesiosauro che vien fuori senza preavviso dal vostro armadio mentale?
Esempio: può capitare, al cineforum avente per tema “Il simbolismo del cinema muto polacco” che ve ne usciate con una citazione del “Ragazzo di campagna” con Renato Pozzetto, o di qualche immortale capolavoro dell’erotismo soffuso tipo “Quel gran pezzo dell’Ubalda”. O ancora, alla presentazione dell’ultimo libro sulle radici dell’ermetismo, prendiate la parola per tracciare una discutibile ragnatela che unisca Ungaretti e Montale con le recenti fatiche letterarie di Fabio Volo e Federico Moccia. O che, alla conferenza sul Bosone di Higgs, vi alziate e, nell’improvviso silenzio tombale fattosi tutt’attorno, chiediate con voce malferma al fisico islandese che ha appena concluso il suo intervento di sei ore e ventun minuti, qual è il suo segno zodiacale. Sono quelle situazioni in cui vi ritrovate seduti in cima a un monte di ossa paleolitiche, col consesso che vi fissa manco aveste appena percorso il red carpet della notte degli Oscar con sandali infradito inzaccherati di canina merda.
Questo per dire che anche il Vostro, mentre per anni vi consigliava dischi che sembravano troppo di nicchia anche al più maniacale degli indie o aspettava con ansia il giorno di riposo per spararsi la “trilogia sul silenzio di Dio” di Ingmar Bergman, o propinava a amiche pazienti film greci sottotitolati, si dilettava magari a celare ossa misteriose nel suo guardaroba. Ora, manco fossi la CIA o roba del genere, ho deciso di aprire questi archivi segreti; non aspettatevi rivelazioni shock troppo estreme, che so, “ecco la foto della mia collezione di CD di Gigi D’Alessio e dei neomelodici disposta in ordine alfabetico”, ma penso che qualche sorpresa ci sarà. Come ghiotto anticipo della rubrica, un paio di pezzi che non vi aspettereste di trovare su questo blog. More to come…

domenica 3 maggio 2015

Nevermind

Uno dei miei ultimi lavori, "Nevermind", è stato selezionato tra i finalisti al concorso Ritratti Contemporanei. Chi volesse visitare il sito e magari votare, può farlo qui

lunedì 19 gennaio 2015

Andrea La Rovere Works



Andrea La Rovere Works

Mi sono finalmente deciso, dietro insistenze varie e ripetute, a creare una pagina Facebook che ospita le mie opere di pittura. Per chi vorrà "iscriversi" la pagina verrà continuamente aggiornata. Grazie.

Finally my Facebook page is ready. Stay tuned for new works of art.

sabato 10 gennaio 2015

I migliori pezzi del 2014 - Playlist

Un po' in ritardo, ma accontentiamoci viste le condizioni in cui versa il blog, arriva il tradizionale "best" dei pezzi dell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle. Quest'anno, causa vicissitudini varie, ho perso parecchi ascolti, quindi la playlist non va presa come una classifica, ma semplicemente come i pezzi che ho più ascoltato durante l'anno, consapevole delle tante lacune. In appendice tre pezzi che non compaiono su Spotify, ma che non volevo lasciare fuori.