mercoledì 21 marzo 2012

Avvistamenti Veloci #2


Lambchop-Mr. M
Il ritorno della creatura alt-country di Kurt Wagner, sempre più in parte come crooner e con robusti arrangiamenti orchestrali. Piacevole senza strappare l'applauso a scena aperta.


Perfume Genius-Put Your Back N.2
Secondo lavoro di Mike Hadreas, cantautore di Seattle dedito a pop-folk depresso sulla scia di Anthony and the Johnsons e Antlers. Forse eccessivamente depresso e lacrimevole, centra però il bersaglio in alcuni pezzi quali Normal Song.


Doug Jerebine-Is Jesse Harper
Chitarrista di razza, Doug Jerebine venne portato in Europa nel '68 come risposta a Jimi Hendrix e ribattezzato Jesse Harper. Il tempo di incidere alcuni pezzi di sublime blues psichedelico, e il nostro, folgorato dagli hare krishna, si dà alla macchia abbandonando il mondo del rock. Le incisioni, circolate per anni come bootleg, escono ora in questo prezioso album, dove emerge un'alternativa più gentile e misurata a Hendrix. Ottimo.


Message To Bears-Folding Leaves
Nuovo capitolo del progetto di Jerome Alexander; tra battiti elettronici e arpeggi cristallini, parti vocali un po' più accentuate e archi a sottolineare, l'ispirazione pare non calare. Consigliato.


Haruko-Wild Geese
Mia scoperta recente, ma uscito in realtà nel 2009, è l'esordio quasi casalingo di Susanne Stanglow, artista tedesca dalla voce angelica. Si tratta di un folk classico e ortodosso, con gli arpeggi di Susan che fanno da sfondo a melodie mai banali e a testi quasi letterari. Da riscoprire assolutamente.




sabato 10 marzo 2012

Avvistamenti Veloci

Periodo di ascolti torrenziali, e sempre meno tempo per mettere in croce quattro righe come si deve, ammesso che la cosa mi sia mai riuscita; e quindi spazio alla formula dell'avvistamento veloce.

Barna Howard-S/T

Esordio di questo songwriter di Portland influenzato pesantemente dal cantautorato americano anni '60 e '70, in particolar modo dal grandissimo Townes Van Zandt, di cui il nostro può dirsi uno dei migliori epigoni. Non troppa originalità, dunque, e chi se ne frega, visto che ai primi arpeggi ci si ritrova stesi su un prato, col sole di Maggio e un filo di paglia tra le labbra. Ottimo.

Colapesce-Un Meraviglioso Declino

Lavoro di Lorenzo Urciullo, siculo ex leader degli Albanopower, all'insegna di un pop internazionale, musicalmente mai banale e piacevolmente misurato, sia negli arrangiamenti che nelle sfuggenti melodie. Musicalmente, visto che nei testi qualcosa s'inceppa, e la banalità si affaccia più di una volta. Riuscito a metà.

Peter Broderick-http://www.itstartshere.com

Ennesimo lavoro dell'iperattivo multistrumentista, coadiuvato dalla sorella e dal compagno di merende Nils Frahm. Sempre più vicino alla forma canzone, il buon Peter crea un progetto a tutto tondo, a partire dal sito interattivo, dove si può ascoltare il lavoro per intero, e il cui indirizzo dà il nome all'album e a un pezzo dello stesso. Ma sono le canzoni a svettare su tutto, con buona pace dei fan duri e puri che potrebbero accusarlo di strizzare troppo l'occhio al mainstream, col fantasma di Nick Drake che a tratti si staglia sullo sfondo(Blue e Asleep).

Spettri-S/T

Riesumato da nastri incisi, e mai pubblicati, nel 1972, un'uscita che farà la gioia dei cultori del prog italico. Si tratta di hard-prog, tipicamente anni '70, dai suoni piacevolmente grezzi e datati, affine a Jethro Tull, ai primissimi Deep Purple, e a tanto prog italiano del tempo(Biglietto Per L'Inferno, I Teoremi, Dalton). Ben suonato e, a tratti, convincente, pecca nella voce quasi inascoltabile.

Ilyas Ahmed-With Endless Fire

Scoperto sul redivivo(da un po') Place To Be, un lavoro eccellente, tra folk, improvvisi squarci di chitarra elettrica e atmosfere rilassate e ipnotiche. Da ascoltare, senza troppe parole.

martedì 6 marzo 2012

Live: Dago Red


Raramente su questo blog si parla di live, essenzialmente perché il panorama della mia città a livello musicale risulta in genere assai desolante. Voglio fare un'eccezione per un piccolo concerto a cui ho assistito sabato scorso presso la Fondazione Pescarabruzzo, con la valida organizzazione dell'agenzia Maria Eventisolari. Parlo del live dei Dago Red, formazione locale di folk blues che vanta riconoscimenti ed un suo piccolo seguito a livello europeo. I Dago Red, il cui nome è mutuato dai racconti del grande John Fante, si dedicano ad un blues che si pone sempre sul confine del più classico e rurale downhome, con quello urbano della Chicago dei primi '50, irrorato da un filo di elettricità, ma ben lontano dalle muscolari esibizioni di Buddy Guy e Otis Rush, le stesse che daranno la stura a schiere di guitar hero del rock. La strumentazione del gruppo, sulla breccia dal 1998, si presenta perfettamente ortodossa riguardo al periodo di riferimento: contrabasso, batteria, una chitarra acustica e una elettrica(unica concessione a strumenti non acustici) e due voci, maschile e femminile. Il set della band, con vigorosi inserimenti folk e country, va in crescendo, tanto che il pubblico della Fondazione, per la verità di età media non proprio verdissima, e abituato a jazz canonico o addirittura lirica, inizialmente freddino, si fa trascinare fino addirittura a tenere il tempo sulla celebre Got my mojo workin'. Il repertorio va da standard blues, Walk On, Baby What You Want...(di Jimmy Reed, ma fatta sua anche da Elvis), Good Morning Blues, My Babe, a pezzi country-folk sulle tracce di Neil Young e del Mark Knopfler più roots, dove i Dago Red inseriscono anche qualche composizione propria, che non sfigura nell'impegnativo confronto. Particolarmente brillante, a mio parere, la rilettura lenta e ipnotica di Irene Goodnight. Sugli scudi il chitarrista Nicola Palanza, i cui interventi alla Gibson semi-acustica brillano per misura e pertinenza, e per il timbro cristallino e mai distorto, incrocio tra Jimmy Rogers e Hubert Sumlin, passando per lo swing di un Pee Wee Crayton. E menzione speciale anche per la vocalist Paola Ceroli, dal timbro piacevolmente pulito e mai sopra le righe, il cui innesto nella band ha donato un colore in più, come si è visto in particolare nell'ottima rilettura di I'm Ready.
Vi posto due video, purtroppo di repertorio, visto che il Vostro prode narratore era sprovvisto di videocamera!

venerdì 2 marzo 2012

Avvistamenti : Mount Carmel-Real Women(2012)


Ha ancora senso nel 2012 un power trio di hard blues che sforna un album che sembra arrivare dritto dalla Austin del 1972? Ma, soprattutto, ha senso farsi la stessa domanda ogni volta che esce per l'appunto un lavoro del genere? Forse sarebbe meglio ascoltare e basta, e accettare che non tutte le band decidono di mettersi insieme per riscrivere la storia del rock e per proporre raffinati lavori da ascoltare con la concentrazione richiesta dalla lettura di un testo in aramaico. Ci sono anche band che, semplicemente, si chiudono in garage e suonano la prima cosa che esce fuori dai soliti, vecchi ferri del mestiere rock: chitarra, basso e batteria. E che poi, nove volte su dieci, è blues. Se poi i tre giovanotti che si cimentano nell'impresa, come nel caso dei Mount Carmel, gli strumenti li tengono in mano dannatamente bene , ben venga per una volta questa sorta d'ora d'aria. I Mount Carmel, dall'Ohio, sono al secondo album(o primo, se l'omonimo precedente lo volete considerare un EP), ma il sound non si è evoluto di un millimetro dal primo, e, in verità, dal 1973 o giù di lì. In molti, come sempre in questi casi, hanno scomodato Led Zeppelin e compagnia hard, a me il paragone più pertinente sembra con certe cose dei Cream, ma soprattutto cogli ZZ Top più genuini, quelli dei primi tre dischi, al limite quasi della clonazione. Il lavoro dei Mount Carmel, intitolato Real Women, va avanti per nove brani da ascoltare quindi come se, per un attimo, avessimo di nuovo sedici anni, e la chitarra elettrica fosse la leva più efficace per sollevare il mondo, proponendo come momenti più alti lo slow blues d'altri tempi Be Somebody, il blues classico di Real Women, e le riuscite clonazioni di Johnny Winter in Swaggs, degli ZZ Top in Hear Me Now e dei Cream nel riff di Don't Make Me Evil.
Un disco che non cambia di un millimetro la storia della musica, ma che si fa ascoltare con un piacere raro.

giovedì 1 marzo 2012

Avvistamenti : Shearwater-Animal Joy(2012)


Nati da una costola degli Okkervill River e sulla breccia ormai da un bel numero di anni, gli Shearwater, creatura essenzialmente di Jonathan Meiburg, tornano con Animal Joy. Con una discografia piuttosto corposa, di cui vi consiglio almeno Palo Santo, del 2006(ma non è che la conosca come le mie tasche, eh...), i nostri tentano di cambiare parzialmente direzione, deviando dal consueto alt-folk verso lidi indie-rock più muscolari e, se vogliamo, più classici, sulla scia di colleghi più quotati quali National e Arcade Fire, tanto per citarne un paio. Il risultato è un lavoro piacevole, che scivola via con fin troppa facilità, e che si fa ricordare in maniera più decisa solo in sporadici episodi. La qualità media dei pezzi è comunque buona, intendiamoci, solo, dal vocione di Meiburg e con le potenzialità della band, era magari lecito aspettarsi qualcosa di più. Rimane comunque You As You Were, dal climax epico e dall'elevato potenziale commerciale, dove però affiora anche un tantino di retorica, il bell'incipit classic rock di Dread Sovereign, gli anni '80 spudorati di Immaculate e di Open Your House, ma anche la bella ballata Run The Batter Down, forse il punto più alto del lavoro. Un disco che potrebbe dare una maggiore visibilità agli Shearwater, da cui però sarebbe auspicabile pretendere qualcosa in più.