mercoledì 9 agosto 2017

L'intervista: The Cyborgs

Venerdì 11 agosto qui a Pescara ci sarà una delle pochissime occasioni per ascoltare del blues di qualità, visto che ormai da anni siamo rimasti orfani del Green Hills in Blues, il festival che si teneva ad Atri; ci sarà il Blue Blues festival.




Pur con un programma non troppo nutrito, vedrà comunque due bei nomi, i Cyborgs e Tolo Marton. Magari di quest'ultimo, piccola leggenda del chitarrismo italiano, parleremo prossimamente, ecco intanto la mia intervista ai Cyborgs, duo proveniente, almeno così ci dicono, dal futuro per spargere il verbo del blues, predicando un ritorno alla semplicità. I due, che si esibiscono col casco da saldatori, si fanno chiamare “0” e “1” come i simboli del codice binario su cui si basa la tecnologia del computer.
Dal 2011 hanno pubblicato tre album di inediti e Bios, una raccolta di classici del blues reinterpretati col loro particolare stile. Ascoltandoli vengono in mente ovviamente le numerose coppie blues rock che hanno incendiato il panorama musicale degli ultimi anni, dai White Stripes ai Black Keys, anche se, in realtà, i Cyborgs sono molto più ligi alla missione blues che si sono prefissati. Il loro suono, al di là di qualche tocco di elettronica piuttosto naif, è un robusto e grezzo boogie blues che al sottoscritto ha ricordato molto gli ZZTop e i Savoy Brown del loro periodo più duro. Molto spazio alla ritmica, con live infuocati dove è impossibile non ballare, anche se, specie nell’ultimo lavoro, Extreme Boogie, non mancano belle parti di chitarra solista.
Ecco le domande che abbiamo posto loro e le risposte che il loro staff ha dovuto tradurre in lingua comprensibile dal codice binario.
La prima domanda che viene da farvi, ovviamente, è chi si nasconde dietro le vostre maschere da saldatori, ma non penso lo direste proprio a me, quindi… Venite dal futuro ma vi rifate a un genere seminale come il blues, seppur filtrato attraverso istanze più moderne. Come spiegate questo apparente bipolarismo musicale?
Il blues è innegabilmente uno dei generi musicali più longevi. Una musica in continua evoluzione che contribuisce a creare sempre nuove frontiere. Il blues è il futuro.
Dai Black Keys ai White Stripes, passando per i nostrani Bud Spencer Blues Explosion, gli ultimi anni hanno visto un fiorire della scelta del duo blues rock. Secondo voi ci sono alla base motivi tecnici o anche economici? E voi perché avete scelto questa formula?
La musica è spesso lo specchio della società, e se analizzata con cura può descrivere mutazioni e cambiamenti sociali ed economici. Il fenomeno delle two man band, e del one man band, è un chiaro esempio di come la musica può seguire l’andamento di una crisi economica in atto in questo ultimo decennio, e se pensate che questo possa andare a discapito della musica vi sbagliate. Il blues insegna.


Il vostro sound è molto compatto, specie nei primi due dischi, mentre nel terzo sembra avere un po’ più spazio la chitarra solista. Scelta più tecnica o di stile?
Ognuno dei nostri dischi è diverso. Le scelte sono dettate solo e unicamente dai brani. Sono le canzoni a decidere.
Il blues ha conosciuto molti periodi diversi, quasi uno per decennio, dal downhome di Robert Johnson alle scuole di Chicago con Muddy Waters e Buddy Guy, il british blues di Mayall e Clapton e l’heavy e hard di Cream e Led Zeppelin, fino alla rinascita degli anni ’80 con Stevie Ray Vaughan. Oggi sembra essere vitale soprattutto dal vivo. Qual è il vostro periodo preferito e quali le vostre influenze principali?
Il blues ha mille facce. Noi amiamo il blues delle origini, quello primitivo, quello del delta. Da qui siamo partiti seguendo tutto ciò che ha generato.
In un momento storico dove l’immagine sembra avere preso il sopravvento su tutto il resto, la scelta della maschera da saldatori. C’è un messaggio particolare alla base o pensate che non apparire, per assurdo, sia la vera trasgressione in un’epoca dove abbiamo visto davvero tutto?
Non c’è niente di trasgressivo nel voler essere anonimi. Oltretutto non pensiamo di indossare una maschera, bensì uno strumento di lavoro qual è il casco da saldatore.
Siete già al lavoro sul seguito di “Extreme Boogie?” Ci saranno evoluzioni nel sound?
Proprio in questi giorni stiamo lavorando al nuovo disco. Sarà pronto a ottobre, ma sarà dato alle stampe la prossima primavera.

domenica 6 agosto 2017

Live Review: Morcheeba @Arena del mare di Pescara

Mi sono recato al live dei Morcheeba pensando di trovare la tipica vecchia gloria appassita, ridotta a un palcoscenico non troppo prestigioso per fare un po' di cassa. E invece mi sono trovato davanti a una band di robusto rock psichedelico, trasfigurazione del blando trip hop di vent'anni fa.



Quando, qualche settimana fa, con un colpo a sorpresa è uscito fuori il nome dei Morcheeba come band clou dell’agosto pescarese, non posso nascondere di essere rimasto sorpreso. La scelta in sé mi è sembrata coraggiosa, i Morcheeba sono sì una band che ha venduto milioni di dischi nel mondo e che, a più riprese, ha goduto di grande popolarità anche nel nostro paese, ma questo accadeva molti anni fa e ora i Morcheeba, che per la cronaca si chiamano Skye and Ross, dopo la fuoriuscita di Paul Godfrey, sono tornati a essere un gruppo di qualità eccelsa, dalle sonorità fascinose e sorprendenti, ma tutt’altro che una band sulla cresta dell’onda.
Se poi pensiamo che la nostra città, specie quest’anno, tende ad attirare artisti che vanno un po’ a colpo sicuro, alfieri di un gusto nazional popolare forgiato davanti agli schermi televisivi, di indubbio richiamo e professionalità ma di qualità artistica altalenante, sono di questi giorni le esibizioni di Gabbani, Ermal Meta e Nek, i Morcheeba proposti peraltro come grande attrazione gratuita, mi avevano proprio sorpreso. Piacevolmente, devo dire.
Il gruppo, formato alla metà degli anni ’90 a Londra con l’incontro dei fratelli Paul e Ross Godfrey con la cantante e stilista Skye Edwards, fin dall’inizio si è imposto come versione più commercialmente appetibile dell’allora imperante trip hop di Bristol, fino a trasformarsi in band pop che miscelava in sé elementi svariati; l’hip hop delle basi di Paul, il funk jazz e il blues psichedelico della chitarra di Ross e la voce di Skye, particolarissima e carezzevole, vero punto di forza dell’ensemble inglese.
Il nome è un gioco di parole tra M.O.R. acronimo dell’espressione Middle Of The Road (centro della strada, ma anche una band inglese anni ’60) e cheeba, nome slang dato alla cannabis.
Dopo varie vicissitudini, liti e cambi di formazione, arriviamo al live di Pescara con Skye e Ross più che mai in sella.
E devo dire che la mancanza di Paul si sente eccome, tuttavia, almeno per il mio gusto personale, in maniera positiva. Sono infatti venuti a cadere, nella versione live dei vecchi successi, le basi hip hop, a favore di un maggior tasso di rock psichedelico, con le parti di chitarra e organo estremamente dilatate.
Ed ecco che i loro grandi successi, riproposti tutti nel live all’Arena del Mare, assumono una sembianza nuova, perché diversa dalle registrazioni di studio, e allo stesso tempo vecchia, visti gli arrangiamenti che si fanno più pertinenti alla psichedelica in voga a cavallo tra i sessanta e i settanta del secolo scorso. Trigger Hippie, The Sea, Blinfold, World Looking In e Otherwise si arricchiscono così di parti chitarristiche lisergiche e piuttosto lunghe, e svisate di organo che fanno pensare più ai Doors che all’uggiosa Bristol. La chiusura è invece affidata a Rome Wasn’t Built In A Day, loro pezzo forte specialmente in Italia, proposta in una versione assolutamente fedele al singolo, tra il consenso della folla.
Insomma un live che mi ha molto sorpreso sia in sede di presentazione per il nome inaspettato, sia per gli arrangiamenti che segnano una piccola svolta nel sound di questa band, sulla breccia ormai da ventidue anni.
E soprattutto, vista la presenza di un pubblico numeroso, certo attirato anche dalla gratuità dell’evento, la dimostrazione che la nostra città può osare anche nomi meno digeribili per le grandi platee abituate ai soliti noti.

Per la qualità, infatti, ci dovrebbe essere sempre spazio.

sabato 5 agosto 2017

Recensione: Tony Molina - Confront The Truth (2016)

Questa recensione si propone di essere breve come il disco che presenta, Confront The Truth di Tony Molina.



Scoperto totalmente per caso cazzeggiando su Spotify, Confront The Truth è il disco che forse ho ascoltato più volte ultimamente; non ci vuole neanche molto, del resto, vista la durata di poco più di dieci minuti di questi otto pezzi. Brani che sono dei veri e propri bozzetti di canzoni che, prese una per una, potrebbero essere ognuna un singolo e che invece rimangono delle brevissime perle nascoste per pochi intenditori. Un po' quello che voleva fare Dente nell'ultimo disco, riuscendo solo in parte.
Tony Molina è una cantante e chitarrista di San Francisco, molto attivo nella Bay Area; ha fatto parte di decine di progetti più o meno inconcludenti e dopo un disco con gli Ovens e l'esordio solista, anch'esso con pezzi appena accennati, all'insegna di un indie rock anni '90, slabbrato ed elettrico, con numi tutelari soprattutto nei Weezer e nei Dinosaur Jr., ma influenzato anche dal prolifico Robert Pollard e dagli Yo La Tengo, qui cambia registro.
Stavolta Molina spinge più indietro l'orologio della sua personale macchina del tempo, puntando dritto a Simon & Garfunkel in Old Enough To Know e Over Know, per poi puntare sui Beatles psichedelici à la Strawberry Fields... o Lucy In The Sky... in I Don't Want To Know e Hung Up On The Dream che veramente sembrano materializzare qui e ora il duo Lennon/McCartney, per poi citare la chitarra di George Harrison nel solo della splendida (e lunga, quasi due minuti e mezzo) No One Told He.
Splendida e sorprendente la chiusura chitarristica di Banshee.
Fossi in voi dieci minuti da dedicare a Tony Molina li troverei, anche se rischierete di entrare in un loop piacevolissimo.
In tempi dove la soglia dell'attenzione e la capacità di concentrazione sono allegramente andate a farsi benedire, che Molina abbia visto giusto con queste mini canzoni che a stento superano il minuto?

venerdì 4 agosto 2017

Recensione: Arcade Fire - Everything Now (2017)

Quinto album in studio per gli Arcade Fire, la band culto degli anni zero, a tredici anni da Funeral. Vediamo come suona.



Una premessa: gli Arcade Fire, da sempre e Dio sa perché, sono stati circondati da quell'alone di mito, di intoccabilità che solo i grandissimi, di cui spesso sono stati considerati gli eredi, godono. E questo si riverbera nella maggior parte delle recensioni che potete leggere in giro per il web; spesso simili a trattati di filosofia, si guardano bene dal parlare delle canzoni, se non attraverso paroloni da hipster sull'orlo della crisi isterica. Ovvio che così troverete nelle loro canzoni di tutto, dall'analisi della società in cui viviamo ai numeri per una fortunata sestina al Superenalotto.
Al sottoscritto, che si ostina ad ascoltare i dischi, peraltro più e più volte, ove necessario, senza considerare outfit, battage pubblicitario, hype e quant'altro, gli Arcade Fire sono sempre apparsi un buon gruppo pop rock, che negli anni ha sfoderato anche alcuni pezzi ottimi, caratterizzato dall'ansia di epicità e di creare ritornelli da stadio.
Parliamo quindi di Everything Now, disco che segue a distanza di quattro anni, Reflektor, lavoro per me estremamente deludente col suo approccio sintetico e plasticoso.

Everything Now ne riprende, ahimè, parecchie atmosfere e strumentazioni, oltre ai temi dell'immagine che caratterizza la nostra epoca e dell'esagerata accessibilità a qualsiasi cosa vi venga in mente permessa dalla tecnologia; due pezzi accennano anche al tema sempre spinoso del suicidio. Insomma, argomenti seri e, per me , condivisibili, anche se ormai al limite del clichè.
Tuttavia Everything Now a me non è dispiaciuto, o almeno l'ho preferito nettamente a Reflektor; il pezzo che dà il titolo all'intera raccolta è un bel brano ruffiano, quanto di più leggero Butler e soci abbiano mai inciso, tra Abba, ma manco tanto e Electric Light Orchestra, le due riprese che aprono e chiudono il disco sanno un po' di riempitivo. Così come le due versioni di Infinite Content, che se non altro hanno il merito di far apprezzare come possa cambiare un brano solo con l'arrangiamento.
I brani che seguono la titletrack mettono a dura prova la mia voglia di pigiare continuamente il tasto skip, una serie di episodi all'insegna dell'elettronica modaiola, dub, accenni in levare e qualche atmosfera caraibica onestamente evitabili. All'improvviso, quando, almeno per me, la speranza era perduta, una serie di brani che fanno ricordare la quasi grandezza del passato: l'intensa Good God Damn, la leggera Put Your Money On Me e la bella We Don't Deserve Love.
Un disco quindi a due velocità, che ognuno può interpretare a seconda dei propri gusti, ma che, per me, sancisce un periodo piuttosto confuso tra ritorno al passato, auspicabile, e tensione verso un futuro quantomai distopico.


Voto: 6

giovedì 3 agosto 2017

Perle Sconosciute: Andrew Bird's Bowl Of Fire - Why? (2001)

Album: The Swimming Hour 
Lyrics:
 Why? Why'd you do that?
You shouldn't have done that
If I told you once, I told you three times
That you'll get your punishment when you
Show me your crimes
And it's not a spell or a curse you put on me
Or the way you make me smile so tenderly
How I wish it was your temper you were throwing
Damn you for being so easygoing I thought the time would tell
My sins would provoke you
To raise, raise some hell, oh...
Not a chance
Whatever happened to fiery romance
How I wish it was your dishes you were throwing
Damn you for being so easygoing
Why?
Why'd you do that?
Why'd I do what, huh?
Nothing. You get it?
What? Nothing.
 I thought the time would tell
My sins would provoke you
To raise, raise some hell, oh...
 Don't give me that line
Don't try to tell me inaction is not a crime
Can't you see what kind of seeds you're sowing?
Damn you for being so easygoing...