venerdì 16 ottobre 2015

Avvistamenti: Le Choix - Finché Vita Non Ci Separi (2013)

Quest'oggi vi propongo un avvistamento piuttosto singolare per i canoni di questo blog; innanzitutto si tratta di una band italiana, merce rara da queste parti, per di più proveniente dalla mia stessa regione, da Vasto per la precisione, e, in secondo luogo, perché ho avuto modo di conoscerli, e ascoltarli, direttamente. Il live a cui ho assistito si è svolto durante la manifestazione "Street Food", tenutasi a Pescara ai primi di Ottobre, e a cui il vostro umile narratore ha partecipato in veste di fotografo per conto della Lizard, validissima accademia musicale che ha curato tutta la parte musicale della manifestazione. La proposta musicale è stata varia e tutta di alto livello, ma la band che vi propongo, Le Choix, ha brillato di luce propria essendo l'unica che si è esibita, coraggiosamente, proponendo un proprio repertorio originale, tratto per lo più dal loro primo lavoro in studio, datato 2013, a cui i vastesi stanno per dare un seguito a breve.
Le Choix propongono un solido rock che si nutre delle più disparate ispirazioni, dall'indie rock internazionale a quello nostrano, mi vengono in mente una sorta di Negramaro potenziati, ma nel loro DNA non manca una vaga eco dei Litfiba, specie nel cantato di Fabio Neri, frontman dalla gran presenza scenica nonostante qualche puntata un po' sopra le righe, e accenni in territori hard rock o addirittura metal in qualche passaggio delle chitarre.
Il disco parte subito forte con Innesco Di Fato, pezzo che ci propone i vastesi già nella loro veste più pesante, per proseguire con Pioggia di Luglio, bella ballad di classic rock, fortemente imparentata con la celebre Mr. Jones dei Counting Crows, e con Orchidea, singlo dell'album, scelto non a caso, essendo sicuramente il pezzo più pop e accattivante per un pubblico radiofonico. Io Resto Qui è una ballata con belle parti di chitarra, mentre in Senza Scampo e Il Silenzio Della Neve i Le Choix mostrano il loro aspetto più rock 'n' roll, forse il più convincente dell'intero lavoro. C'è ancora spazio per una raffinata ballad, Segreto, dal bell'arpeggio di chitarra elettrica e convincente anche nelle liriche, mentre note dolenti sono l'accorato j'accuse di Politikani, a forte rischio di dervive populiste nel testo e la chiusa di Per Te Che Verrai, pezzo recitato che chiude in modo forse un po' pretenzioso questa altrimenti riuscitissima opera prima.
Quindi, al di là di qualche aggiustamento di tiro che sicuramente avverrà nei futuri lavori, un album davvero valido che attende a breve il seguito, come mi ha confidato il bravo chitarrista Fabrizio Marchesani, con la certezza che sentiremo ancora parlare dei Le Choix.



sabato 10 ottobre 2015

Avvistamenti: Graveyard - Innocence & Decadence (2015)


Chi ha avuto la pazienza quasi autolesionista di seguire questo blog negli ultimi anni, sa che da queste parti gli svedesi Graveyard sono una delle band preferite; li ritroviamo al quarto lavoro dopo il promettente esordio intitolato semplicemente Graveyard del 2007, Hisingen Blues del 2011, che rimane, a mio parere, il loro capolavoro, e Lights Out del 2012, lavoro a tratti involuto che divideva in egual parti luci e ombre. Ora è il turno di questo Innocence & Decadence, album che nelle intenzioni degli scandinavi dovrebbe aprire all'esplorazione di nuovi territori musicali, e che si segnala per il ritorno di Truls Morck, ex chitarrista che stavolta si occupa delle parti di basso e, in un paio di brani, canta. Va detto subito che, a dispetto delle intenzioni della band, l'album suona abbastanza simile ai lavori precedenti, e questo può essere un bene vista la qualità dei primi tre lavori, tuttavia qua e là una certa prevedibilità e piattezza rischia di affiorare. L'album si apre, abbastanza tipicamente, con un bel pezzo hard, di quelli velocissimi e urlati allo spasimo tra un riffone e l'altro, che giustamente hanno reso famosi i Graveyard, Magnetic Shunk, con atmosfere che vengono replicate anche in Never Theirs To Sell e nella tirata Hard Headed; sembra però mancare a questi pezzi il fascino e l'effetto sorpresa di pezzi come Hisingen Blues o Ain't Fit To Live Here. Si prosegue con The Apple & The Tree, un cui verso dà il titolo all'album, pezzo sbilanciato piacevolmente sul versante blues, dove, ma è una mia impressione, ho ravvisato nella strofa una piccola somiglianza con All Along The Watchtower di Bob Dylan. Andiamo avanti con Exit 97, che assieme a Too Much Is Not Enough e Far Too Close, si prende in carico l'impegnativo compito di evocare il lato più slow e intenso del songbook degli svedesi, ovvero quello in cui riescono meglio dai tempi delle leggendarie No Good, Mr. Holden e Uncomfortably Numb; diciamo che qui la band riesce a metà, Exit 97 infatti è un pezzo che non decolla come dovrebbe, mentre Too Much Is Not Enough, pur proponendo un cantato intenso e belle parti di chitarra, stecca un po' nei coretti soul, sì innovativi nel suono del gruppo, ma a rischio di risultare un po' ruffiani e fuori contesto, se non stucchevoli, mentre Far Too Close è forse l'episodio più riuscito e intenso dell'intero disco, uno slow di gran classe. Altri episodi da segnalare i pezzi cantati dal redivivo Morck, Can't Walk Out e From A Hole In The Wall, dove la voce non proprio potente e un po' asmatica del bassista lascia dapprima un po' interdetti, ma alla distanza di qualche ascolto, rischia di essere una piacevole sorpresa, soprattutto nel secondo pezzo, un hard blues che precipita l'ascoltatore nei favolosi anni a cavallo tra '60 e '70, sulla scia di supergruppi quali Cream e Experience. Segnalo infine la chiusura di Stay For A Song, ballad per sola voce e chitarra elettrica(o quasi), anche questa riuscita a metà. Ed è un po' la cifra di tutto l'album, quella della riuscita a metà, per un lavoro che si fa ascoltare piacevolmente, ma che non aggiunge nulla di nuovo alla storia dei Graveyard.

venerdì 9 ottobre 2015

Avvistamenti: The School - Wasting Away And Wondering (2015)

Sembra quasi un controsenso, ma il disco che vi presento oggi è un vero raggio di sole pop che arriva dalla piovosa Cardiff nel Galles. Si tratta del terzo lavoro dei The School, la band guidata dalla voce angelica di Liz Hunt, le cui intenzioni paiono chiare già dalla bella cover dell'album, grafica che si rifà ai favolosi sixties e una ragazza che pare uscita dalla swinging London ritratta mirabilmente in Blow Up di Antonioni, intenta a scartabellare in una bancarella di vinili; questo vuol dire ritrovarsi di fronte a sonorità tipiche di quel periodo, con richiami al northern soul e creature di Phil Spector, Ronettes, tanto per capirsi. Non mancano riferimenti anche a band più recenti, anche se tutte molto legate a movimenti vintage, Belle & Sebastian a esempio, o i misconosciuti Gold Motel,  ma anche melodie che ricordano una sorta di Raveonettes depotenziati e privati dei loro echi shoegaze. E così ci troviamo di fronte a pezzi che sono una vera ondata di freschezza, melodie irresistibili condite con sapienti arrangiamenti retrò, all'insegna di fiati mai troppo invadenti e chitarre che elettriche dai suoni puliti che dettano le linee di pure perle pop come lo splendido tris posto in avvio, Every Day, Love Is Anyywhere You Find It e All I Want From You Is Everything; non mancano momenti più strappalacrime, la perfetta Don't Worry Baby, o addirittura quasi cupi, come He's Gonna Break Your Heart Someday, con una bella parte di chitarra. Tirando le somme, un lavoro forse derivativo e di certo non rivoluzionario, ma sicuramente pregevole rispetto alle quintalate di pop rock scialbo e anonimo che le radio ci riversano addosso quotidianamente.

giovedì 8 ottobre 2015

Il Disco Oscuro Della Settimana: Breakout - Blues (Polonia, 1971)

Un disco di solido rock blues elettrico, sulla falsariga delle migliori band di british blues, con riferimenti al John Mayall più elettrico, Savoy Brown e Chicken Shack. Cos'ha di particolarmente oscuro, direte voi? Be', il disco è completamente cantato e suonato da una band polacca, nella lingua del luogo, che non è esattamente la culla del blues. Non aggiungo altro...