sabato 30 aprile 2016

La Playlist Del Week End

Ed eccoci all'appuntamento più atteso della settimana, ovvero quello con la Playlist del week end di ALR ART BLOG! Anche questa settimana il vostro umile narratore ha passato ore, nelle situazioni più disparate e improbabili, ad ascoltare tutte le più recenti uscite, al solo fine di selezionare le tracce che delizieranno le vostre orecchie in questo fine settimana.
Come sempre, dentro troviamo un po' di tutto, dalla gettonatissima Pink Balloon del redivivo Ben Harper, alla Infinite Sun che riporta i Kula Shaker ai fasti di vent'anni fa, quando incantarono il mondo col loro mix di brit pop, psichedelia e tocchi indiani; ma abbiamo anche il pop rock di Dandy Warhols e Bibio, mentre il lato più hard e psych è ben rappresentato da band come Mugstar, Mondo Drag e Mountain Witch.
Ma c'è tanto altro da scoprire tra le pieghe di questa nuova Playlist, non resta che ascoltare!   

venerdì 29 aprile 2016

Mr. Robot Soundtrack: If You Go Away - Neil Diamond

Prima di parlare più diffusamente di Mr. Robot, serie pluripremiata, nonché unica a riuscire ad appassionarmi dopo anni di delusioni, questa sera voglio dedicarmi alla sua soundtrack, che meriterebbe di per sé un capitolo a parte. 
Siamo di fronte a una colonna sonora capace di andare a pescare un po' ovunque, dalla classica all'elettronica, fino ad autentici evergreen della storia del pop; e il pezzo che andiamo ad analizzare oggi è proprio un classicone, di quelli con la "C" maiuscola, oltre ad essere il sottofondo di quella che, probabilmente, è la scena più significativa, sia tecnicamente che simbolicamente, dell'intera prima serie di Mr. Robot.
Il pezzo in questione è If You Go Away, nella versione del grande Neil Diamond, ma mi chiedo quanti siano riusciti a riconoscere al di là del testo inglese e del vocione di Neil, quella che è in realtà la cover del brano forse più celebre dell'intera canzone d'autore francese, e cioè quella Ne Me Quitte Pas portata all'immortalità da Jacques Brel, ma interpretata da decine di altri artisti, e ispiratrice della classica parodia Nu Me Rompe Er Ca' di Gigi Proietti.
Come capita a volte, di rado ma capita, la cover sembra quasi regalare un valore aggiunto all'originale, già splendido di per sé. Voi, oltre ad ascoltare l'originale, potete sbizzarrirvi a cercare altre interpretazioni, ce n'è davvero per tutti i gusti; io vi propongo la versione più scura di Scott Walker e quella trasudante classe di Dusty Springfield.

giovedì 28 aprile 2016

Avvistamenti: Ray LaMontagne: Ouroboros (2016)



Oggi, oltre a presentarvi il nuovo album di Ray LaMontagne, voglio svelarvi un piccolo trick per districarsi nel mare di recensioni che intasano la rete in lungo e in largo, basato sull'esperienza. Quando vedete che un disco mette d'accordo tutti, e tutti immancabilmente ne parlano bene, tenete i sensi all'erta, potreste trovarvi di fronte al capolavoro(difficile, ma possibile), oppure semplicemente vi trovate di fronte a una massiccia campagna pubblicitaria; allo stesso modo, se tutti parlano male di un lavoro, è molto probabile che il lavoro stesso sia una boiata tremenda, come potrebbe anche darsi che siano tutti d'accordo per altri e più oscuri motivi. Ma il momento in cui dovete rizzare le antenne è quando leggete ora la stroncatura più impietosa, ora le grida "capolavoro!" salire al cielo. Cosa che mi è per l'appunto accaduta leggendo qualcosa sul nuovo di Ray LaMontagne, prima una stroncatura(4/10) su una rivista che apprezzo, poi il massimo dei voti su un sito di recensioni; a quel punto troppa è stata la curiosità di giudicare con le mie orecchie e, unita al fatto che LaMontagne da queste parti è sempre stato apprezzato nonostante la parziale delusione di Supernova, che mi sono subito procurato questo nuovo Ouroboros.
Innanzitutto il disco è spiazzante, specie se siete rimasti all'idea del LaMontagne barbuto figaccione, che agli inizi degli anni zero sussurrava con vocione rauco delicate ballate folk, che mischiavano sapientemente atmosfere bucoliche con screziature country e strizzate d'occhio al mainstream. Qui, e c'era già qualche accenno in Supernova, il linguaggio è quello del prog psichedelico più delicato e bucolico degli anni '70, dalle parti dei Pink Floyd più rilassati e agresti del periodo. L'impostazione stessa del lavoro è quanto di più retrò e prog si possa immaginare, a partire dalla divisione in due parti, come ai tempi del vinile, composte di quattro movimenti per "lato".
L'attacco di Homecoming mette subito le carte in tavola, oltre otto minuti in cui si dipana una ballatona di folk psichedelico che segnerà la cifra di tutto l'album; si prosegue con la parte più movimentata, Hey No Pressure dal solido riff anni '70, ma anche il pezzo più radiofonico del lotto, e l'accoppiata The Changing Man e While It Still Beats, i pezzi più duri del lotto, con chitarre a tratti più abrasive.
La seconda parte si apre con In My Own Way, quanto di più floydiano potreste immaginare, con una splendida parte di chitarra elettrica dal suono più che mai pulito e rotondo. Si prosegue sulla stessa linea con Another Day, altra ballata molto bucolica che sfocia in A Murmuration Of Starlings, strumentale da brivido che anticipa la chiusura, fin troppo veloce, di Wouldn't It Make A Lovely Photograph.
Un album quindi assolutamente fuori dal tempo, con tutti i rischi che una scelta del genere può comportare. A me è piaciuto, tanto da dedicargli ben più di un ascolto, ma è proprio uno dei miei generi preferiti, e mi ha ricordato non poco gli splendidi lavori di Jonathan Wilson; altri potrebbero obiettare sull'opportunità di un disco così, visto che già quarant'anni fa questo genere aveva dato tutto. A questi ultimi, effettivamente, a parte l'indubbia piacevolezza di Ourboros, non saprei come obbiettare.

Voto: 7.5

mercoledì 27 aprile 2016

Le Canzoni Degli Spot: Birra Peroni (2016)


 Stavolta non ho avuto bisogno di suggerimenti, una volta trovatomi ad ascoltare casualmente il nuovo spot della birra Peroni, subito il mio orecchio è stato attirato dal semplice ma efficacissimo riff del pezzo sapientemente scelto dai pubblicitari. Si tratta di Have Love, Will Travel, granitico pezzo beat, anticipatore nel 1965 di molti stilemi del futuro hard rock, inciso dalla garage band di Seattle The Sonics.
 
In realtà, il pezzo è una cover di un brano di Richard Berry del 1959(ispirato nel titolo alla serie western Have Gun Will Travel), già autore di Louie Louie, altro brano reso celebre da una cover, quella dei Kingsmen, in una versione tra soul e doo-woop, sicuramente meno innovatrice della cover. Molti magari conosceranno questo pezzo per la versione dei Black Keys, anch'essa molto valida, ma il brano negli anni è stato oggetto dei più svariati rifacimenti.
Buon ascolto!
 

lunedì 25 aprile 2016

I Dischi Oscuri: Affinity - S/T (1970)

 


E rieccoci alla rubrica dei Dischi Oscuri, quei capolavori minori nascosti nelle pieghe della storia del rock, schiacciati tra i grandi nomi e perciò sconosciuti ai più; come sempre, la zona di pesca privilegiata è quella tra il '65 e il '75. Già, perché è soprattutto la storia del rock psichedelico e progressivo a essere popolata di queste leggende minori, piccole band che arrivarono, spesso con grandi difficoltà, a incidere un solo album (era un'epoca in cui non bastava un PC e un po' di buona volontà per incidere un disco), magari anche incensato dalla critica, per poi sparire nel dimenticatoio; c'era chi rinnegava il passato rock per intraprendere normali carriere, chi veniva folgorato da crisi mistiche o dal disgusto per il music business, e chi, capendo di non avere un'individualità artistica abbastanza forte per avere successo in quel mondo, continuava comunque a suonare come turnista.Rientrano un po' in tutti queste categorie i musicisti che, nel 1970, diedero vita a uno dei dischi più rari della Vertigo, gloriosa etichetta prog del periodo, ovvero gli Affinity, un lavoro ancora oggi di culto tra gli appassionati del passaggio che porto dalla psichedelia al tanto vituperato progressive.Il primo nucleo del gruppo si formò nel 1965 a Brighton, quando  Lynton Naiff (tastiere), Grant Serpell (batteria) e Nick Nicholas (basso), tre studenti appassionati di jazz, si unirono per dare sfogo alla loro passione. Quando Nicholas abbandonò per seguire una carriera più rassicurante, fu sostituito da Mo Foster, e, con l'aggiunta del chitarrista Mike Jopp, i quattro decisero di dedicarsi a quella particolare commistione di psych, blues, soul e jazz che di lì a poco avrebbe dato vita al prog, e si misero alla ricerca di una voce solista. La scelta cadde provvidenzialmente su Linda Hoyle, vocalist dalle eccezionali capacità, che diede la svolta alla storia del gruppo, nel bene e nel male. Dopo una lunga gavetta live in giro per tutta l'Inghilterra, nel '70 arriva il momento di incidere il loro debutto. L'etichetta è appunto la Vertigo, e il risultato lascia ancora oggi esterrefatti, una quarantina di minuti in perfetto equilibrio tra tutte le influenze del gruppo, jazz, soul e rock che convivono nella personalissima voce della Hoyle, che ricorda a volte Grace Slick ma rappresenta sostanzialmente un unicum nel genere, negli sterminati solo di Hammond di Naiff, tra Jimmy Smith e i Doors, nei misurati contributi alla chitarra di Jopp e nell'irresistibile tappeto sonoro srotolato da Serpell e Foster. Non c'è un solo pezzo debole, ma la parte del leone la fa sicuramente la stravolta versione di All Along The Watchtower, il capolavoro di Dylan già trattato a suo modo da Hendrix qualche anno prima; una cavalcata di quasi dodici minuti dominata dall'imperioso organo di Naiff.L'album ebbe lusinghiere critiche e un buon riscontro di vendite, con conseguente tour, ma, quando il materiale per il seguito iniziava a prendere corpo, arrivò l'improvviso tracollo; Linda Hoyle decise di abbandonare, disgustata dal mondo del music business, lasciando i compagni nell'impossibilità di rimpiazzarla, costretti a ripiegare su carriere di turnisti o su lavori solisti assolutamente trascurabili.A noi rimane però, dopo quarantasei anni, una delle gemme meglio nascoste e conservate di quell'irripetibile periodo musicale.

domenica 24 aprile 2016

Avvistamenti: The Last Shadow Puppets - Everything You've Come To Expect (2016)

I Last Shadow Puppets sono il tipico caso di Spin Off che supera l'originale; infatti, questa sorta di moderno supergruppo era nato come valvola di sfogo di Alex Turner, leader degli Arctic Monkeys, unica Next Big Thing britannica sopravvissuta a sé stessa degli ultimi quindici anni, e del suo eterno sodale Miles Kane, sorta di amico sfortunato, già nei bravi ma falliti Rascals e titolare di una dignitosa carriera solista, comunque lontana dai fasti di Turner.
Il loro primo lavoro, The Age Of The Understatement del 2008, era finito nel novero dei miei album preferiti degli anni zero, e per molto tempo ho atteso un degno seguito; ora è arrivato, anche se otto anni rischiano decisamente di essere troppi. Ma come suona questo nuovo lavoro? Sicuramente c'è stata la fatidica maturazione, ma non è tutto oro quel che riluce. La forza del debutto stava proprio nei suoi eccessi, mentre qui tutto è più raffinato e laccato; se The Age Of The Understatement era in un certo senso un lavoro ancora post adolescenziale, è pure vero che si trattava di un disco talmente schietto, sincero, sfrontato da cogliere l'ascoltatore di sorpresa, e di approfittare delle sue difese abbassate per mandarlo KO con piccoli classici come la title track, o Standing Next To Me, o la favolosa My Mistakes Were Made For You. Tuttavia Everything You've Come To Expect, pur non suonando così rivoluzionario, e in questo senso il titolo mette bene le mani avanti, è davvero un buon disco, probabilmente anche una delle migliori uscite di questa prima metà del 2016. Se i numi tutelari del debutto si chiamavano Scott Walker, Ennio Morricone e Lee Hazlewood, e tutto l'immaginario sixties, qui la macchina del tempo si sposta di qualche anno avanti, andando a pescare nel groove di Isaac Hayes, nella classe degli Style Council, in qualche spigolosità chitarristica alla Television(anche se non mancano passaggi su note basse degni degli Shadows). Il tutto suona più confidenziale, notturno, come se dai duetti Hazlewood-Sinatra, fossimo passati ad atmosfere più alla Dusty Springfield, con un uso largo, ma mirato, degli archi(arrangiati da Owen Pallett).
I pezzi forti di questo lavoro sono sicuramente l'apertura di Aviation, con intrecci chitarristici che rimandano al primo album e una melodia che si imprime nella mente senza per questo infastidire, mentre qualcosa nell'uso degli archi rimanda alle cose migliori dei Verve, Miracle Alligner che prosegue proponendo una bella parte di chitarra che si muove sulle note più gravi, e la title track, di netta derivazione beatlesiana. Altri pezzi forti del menù sono la frenetica Bad Habits, Sweet Dreams TN che rimanda ai sixties più nobilmente pop, a Phil Spector e al suo Wall Of Sound, e la stupenda Pattern, forte di un giro d'archi ruffiano, già sentito, ma irresistibile.
Un ultima menzione alla bella copertina del disco, uno scatto anni '60 di Tina Turner, che la dice lunga sui riferimenti temporali dei due ragazzi.
In sostanza un gran bel lavoro, senza troppi riempitivi, con un solo grande difetto: essere il seguito di un piccolo capolavoro, probabilmente insuperabile perché legato indissolubilmente al periodo storico.

Voto: 7

ALR ART BLOG goes Facebook

Ci siamo, dopo quasi sette anni di attività, tra alti e bassi, ALR ART BLOG sbarca su Facebook con la sua pagina! Chiunque volesse, cliccando il link, può immediatamente visitarla e lasciare il suo Like. La pagina Facebook non sarà una semplice appendice del blog, ma vivrà, si spera almeno, di vita propria; quindi, se volete ascoltare ancora tanta buona musica, dritte per film di culto e nuovi artisti, ma anche per essere informati su tutte le nuove iniziative, tra cui anche dei contest, o se volete proporre vostro materiale, la pagina Facebook di ALR ART BLOG è ciò che fa per voi!

ALR ART BLOG - Pagina Facebook

sabato 23 aprile 2016

La Playlist del Week End

Un'altra settimana si appresta a finire in archivio ed ecco che ALR ART BLOG si preoccupa per voi e vi propone una playlist con un po' di musica che gira attualmente in rete, con cui allietare il vostro week end. Giusto una manciata di pezzi provenienti da album che a breve finiranno su queste pagine, o anche di dischi ascoltati distrattamente, ma da cui è emerso un brano da ricordare.
E così passiamo dal bellissimo pezzo che apre la raccolta, Put That In Your Pipe dell'ex promessa indie Kelley Stoltz, brano in perfetto stile sixties, così come It's You dei redivivi The Coral e San Francisco, dell'italiana Mara. Chi mi legge sa della mia passione per il rock anni '70, quello targato Deep Purple e Black Sabbath, per intenderci, e anche qui troviamo alcune gemme, dai Black Mountain, altro ritorno molto atteso, agli italiani Psychedelic Witchcraft, il cui nome è tutto un programma, dalla stupenda Woman dei Black Rainbows agli Electric Citizen, passando per il ritorno dei Wolfmother e per la curiose e riuscitissima cover di Changes dei Black Sabbath ad opera del soulman Charles Bradley, che stravolge il pezzo in chiave deep soul. Ma in realtà ce n'è un po' per tutti i gusti, dal rock sghembo di Cate le Bon e Parquet Courts fino al blues desertico di Bombino. Non resta che schiacciare e play e... Buon Week End a tutti!   

venerdì 22 aprile 2016

Le canzoni degli spot: CHANEL - Coco Mademoiselle


Spesso mi capita tra amici, vista la mia fama di sedicente esperto musicale, che si presenti la fatidica domanda: "Ho sentito una canzone di una pubblicità davvero fighissima, mica sai chi la canta?". Inutile specificare che spesso l'interlocutore non è prodigo di indizi; magari non ricorda quale prodotto lo spot pubblicizzi, e ancor più spesso si lancia in improbabili esecuzioni vocali del pezzo in questione, gettando il sottoscritto nello sconforto più puro. Da questa irrinunciabile esigenza nasce la necessità di questa rubrica.
Il primo caso su cui è stata attirata più volte la mia attenzione è lo spot del 2015 di Coco Mademoiselle, interpretato dalla fascinosa Keira Knightley che, come capita quasi sempre nei cortometraggi che pubblicizzano profumi, si presta a una trama pretestuosa e senza senso, riscattata solamente dal bellissimo pezzo scelto come colonna sonora. Ebbene, si tratta di She's Not There, primo e, forse, più famoso singolo degli Zombies, band inglese beat oggi ingiustamente dimenticata, ma all'epoca in grado di rivaleggiare coi più celebrati Beatles e Beach Boys. Il pezzo si dipana su un cupo giro di basso, punteggiato dagli interventi all'organo di Rod Argent, che più avanti esploderà in un solo che anticipa quelli di gruppi più celebrati, quali Doors e Animals. Ma a farla da padrona è il falsetto del cantante Colin Blunstone, quantomai efficace in questo brano.
She's Not There è quindi un pezzo che, a distanza di cinquant'anni, non smette di suonare attuale, e si carica sulle spalle anche l'ingrato compito di dare un senso allo spot di un profumo femminile. E non è poco.

giovedì 21 aprile 2016

R.I.P. Prince

Ci sono delle notizie che leggi e pensi a uno scherzo. Non che fossi un grande fan di Prince, anzi, per lunghi tratti della mia carriera di music geek l'ho anche discretamente mal sopportato per vie del suo ego smisurato, ma certi personaggi fanno talmente parte della tua vita che è come se andasse via qualcuno che conoscevi. Piombato sulla scena dei famigerati anni '80 come vero e proprio oggetto non identificato, è stato di volta in volta etichettato come erede di Hendrix(e con lui qualsiasi nero americano si azzardi a prendere in mano una chitarra), come rivale di quell'altra personcina discreta che era Michael Jackson, si era poi lasciato prendere decisamente la mano da paillettes, pseudonimi via via sempre più assurdi e tutti gli aspetti che fanno da corollario allo stereotipo della rockstar. Negli ultimi anni era rinato musicalmente, producendo dischi davvero interessanti e mantenendo comunque lo status di mito vivente del pop. Ma, prima di tutto, Prince era un signor chitarrista e sapeva tenere il palco come pochi; guardate questi video se non mi credete.