giovedì 13 ottobre 2016

Sigur Ros Live @Monza 2016 - Le impressioni di Roberta



Complici i mille impegni a cui sono chiamato negli ultimi mesi come redattore degli eventi musicali e non per una nota testata della mia città, non ho più il tempo materiale per aggiornare il blog come vorrei. Per fortuna, quasi casualmente, sono incappato nella suggestiva penna di Roberta Cristofaro che ha accettato di prestarla occasionalmente su queste umili pagine.
Il suo primo pezzo è un reportage sul live che la band islandese dei Sigur Ros ha tenuto qualche tempo fa a Monza. Pura emozione.

di Roberta Cristofaro

‘Sigur Rós’, così si chiamano. Mi chiedo se e quanto siano consapevoli del contenuto pazzesco che arriva dalla loro stessa arte, da una natura che disegna suoni sopra i paesaggi attraverso musiche mistiche, regali, comunque ‘divine’ ed insieme terribilmente ‘umane’. Tu puoi dare ai brani i nomi che vuoi, inventarne i testi, è una musica che ti accoglie, ti fa sedere vicino a Lei, ti abbraccia, dorme accanto a te oppure veglia su di te finché non cadi nel so(g)nno. Essere ad un loro concerto vuol dire farsi investire da una tensione emotiva difficilmente riproducibile in qualsiasi altra situazione. Essere al cospetto dei folletti nordici, così mi piace pensarli, significa venire sopraffatti da suoni e climax che si alternano violenti ed impetuosi uno dopo l’altro, non riuscire neanche ad applaudire tra un pezzo e l’altro per la meraviglia ed il tremolio che invade ogni millimetro della pelle. Niente applausi fino alla fine proporrei, come nei concerti di musica classica, telefoni spenti, nessuno spazio a superflue foto fiduciosa che quelle più belle si sarebbero stampate e sedimentate dentro da sole. Assistere ad un concerto del genere vuol dire entrare in un altro mondo dopo il terzo pezzo. I primi tre si riesce a rimanere lucidi, ad analizzare tutti i vari aspetti, a guardarsi intorno tra le mille lanterne luminose e la scenografia abbagliante, poi si entra in uno stato di trance in cui persino il fiato viene meno. Due ore o poco più. Catturata dapprima con garbo, con un solletico all’anima. La musica ha affiorato lentamente tanto quanto intensamente attraverso il senso stretto delle emozioni. Trentasei secondi di silenzio e scendeva la notte dei folletti d'Islanda ed anche un po' la nostra, un susseguirsi di motivi melodiosi che proprio non possono appartenere a questo mondo. Catturata sì, ed attratta all’interno di ogni singola nota ed indotta ad affrontarla come fossi una bambina, come se mi rammentassi della purezza che è nella musica ed in noi. Ma più che tornare bambina, tornavo semplicemente ad essere libera, salvata dalle mie stesse lacrime. Che qualcuno stia piangendo lacrime d’oro lassù non mi importa perché siamo vivi, qui, adesso e se piangiamo ora vuol dire che sì, siamo liberi. Due ore o poco più per decidere che, dove sono stata il noveluglioduemilasedici c’è qualcosa che per ora, continuerò a chiamare Paradiso.

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