domenica 19 giugno 2016

Recensione: Richard Ashcroft - These People (2016)

Per chi si è formato musicalmente negli anni '90, Richard Ashcroft è un vero pezzo da novanta, e scusate il gioco di parole, anzi, numeri. Quindi il suo ritorno dopo dieci anni dall'ultimo lavoro a suo nome, in mezzo solo l'infelice parentesi come United States Of Sounds, è comunque una notizia; devo dire che, ancor prima di aver la possibilità del disco, leggendo le interviste di rito, non mi ero fatto un'idea troppo felice del nuovo These People. Dichiarazioni altisonanti, in linea col personaggio da sempre sopra le righe, roba da pugili in conferenza stampa, insomma, con tanto di "disco esaltante" e "sono il numero uno", ma, soprattutto, il campanello d'allarme è suonato nell'apprendere di arrangiamenti elettronici e drum machine. Avrete capito, insomma, che il vostro umile narratore si sia apprestato a questo lavoro un po' prevenuto; questi i risultati. In realtà These People non è per niente male, purtroppo, o per fortuna, per dirla con Gaber, l'elettronica è più fumo che arrosto, anche se i beat electro rovinano l'iniziale Out Of My Body, che dopo l'incoraggiante incipit a la Scott Walker, si perde in un omologazione da pop radiofonico. Le cose vanno decisamente meglio con This How It Feels, ballata dall'arrangiamento particolare, che va via come una birra gelata. Con They Don't Own Me si apre il capitolo Verve, già perché con questo pezzo, e le successive These People, Picture Of You e Black Lines, siamo di fronte a pezzi che ricalcano in modo piacevolmente pedissequo i pezzi forti del catalogo della sua ex band, le ultime due in particolare sembrano echeggiare ora la mitica Sonnet, ora il cavallo di battaglia The Drugs Don't Work, da Urban Hymns. Niente di male, anzi, questa è la parte migliore di un disco che, l'avrete capito, non fa dell'innovazione il suo punto di forza, These People ha anzi qualcosa del miglior Clapton pop, a livello di suoni. Per il resto, pezzi come Hold On, spolverati di un'elettronica non proprio al passo coi tempi, un po' naif, ben diversa da quella usata ad esempio da John Grant, risultano trascurabili, e i testi infarciti di blando impegno sociale non aiutano.
Insomma, chi ha amato i Verve del periodo aureo, avrà di che gioire per un pugno di ballate scritte come Dio comanda, chi è troppo giovane o non ha mai apprezzato il brit pop, potrà tranquillamente passare oltre.

Voto: 6.5

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