giovedì 18 giugno 2015

Avvistamenti: Wired Mind - Mindstate Dreamscape (2015)

Quando il rock, o almeno quello che intendo io per rock, dopo i fulgidi decenni '60 e '70, ha iniziato a prendere derive che hanno portato non si sa bene dove, se è vero che oggi si cataloga come rock un po' tutto, da Vasco Rossi agli Arcade Fire, da Florence + The Machine ai Modà, da Manu Chao ai Sepultura, be', più o meno in quel momento, un sentiero via via più corposo a preso a essere tracciato, e si tratta di un sentiero che punta diritto verso le cupe e fredde lande del Nord Europa. Un sentiero disseminato di alberi che producono frutti psichedelici e lisergici, all'insegna della creatività ma anche estremamente ligio a una tradizione fatta di pezzi dilatati e svisate di chitarre acide e sature di riverberi, di atmosfere che inneggiano a viaggi mentali più o meno ortodossi, di registrazioni che pagano poco o nulla alle moderne tecnologie che tendono a appiattire i caldi suoni analogici, laccando dove ci sarebbe da lasciare le cose quanto più rudi e grezze possibile. E così, mentre Regno Unito, USA e Australia fanno da timonieri della nuova psichedelia con gruppi quali Tame Impala, Temples e compagnia bella, proponendo in buona sostanza nulla più che un pop dilatato e filtrato con qualche effetto buono per chi si è perso i cinquant'anni precedenti, ecco fiorire band che fanno rivivere i fasti del vero heavy rock psichedelico, in Svezia Sgt. Sunshine, Graveyard e Witchcraft, in Belgio i DeWolff, in Olanda gli Orange Sunshine e in Germania una pletora di gruppi capeggiati dai favolosi Samsara Blues Experiment. E da questi ragazzi di cui vi parlo oggi, tali Wired Mind.
Se il cappello è stato così prolisso, bastano poche parole per parlare del loro Mindstate Dreamscape, lavoro composto da appena quattro pezzi, di cui un paio superano i dieci minuti, dilatati e psichedelici nel senso più genuino che in ambito rock si possa dare a questi termini. Atmosfere che vanno da echi stoner appenna accennati(i Kyuss), a chitarre liquide e lisergiche che rimandano a Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service, accenni floydiani e passaggi West Coast, il tutto condito in salsa Doors con riff degni dei Black Sabbath nella conclusiva, sontuosa Woman, che parte piano fino a risolversi in una cavalcata di selvaggio chitarrismo fuzz, con tanto di wah wah abusato come se non ci fosse un domani. Per chi sa di cosa parlo, una vera boccata d'ossigeno.

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