mercoledì 17 ottobre 2012

Cult: Taxi Driver (1976)

Paul Schrader alla sceneggiatura, Martin Scorsese alla regia, Robert De Niro attore protagonista. È il 1976 e i tre, nei rispettivi ruoli, sono il meglio sulla piazza. E se è vero che nell'arte due più due non sempre fa quattro, questa volta quello che ne esce fuori è uno dei migliori film di sempre. Tutti gli ingredienti sono perfetti; Scorsese è un giovane ma già affermato cineasta, ha un talento tecnico sopra le righe e idee chiare su come usare la macchina da presa. I tempi di Leo Di Caprio sono ancora lontani(ve l'immaginate il faccione da bambino del buon Leo al posto di De Niro?). Schrader scrive ispirandosi alla sua vita in quel periodo, dando corpo alle inquietudini di una società, l'America del dopo Vietnam, che comincia a scricchiolare da tutte le parti. E De Niro è semplicemente perfetto, il suo Travis Bickle entra di diritto tra i personaggi più importanti della settima arte. Ma anche i comprimari sono di altissimo livello, dalla stupefacente tredicenne Jodie Foster al "pappa" Harvey Keitel, dal "mago" Peter Boyle al caratterista Albert Brooks. L'unica a stonare lievemente è forse la bella Cybill Shepherd, fin troppo impassibile nel ruolo di Betsy.
La storia è quella di Travis, reduce del Vietnam, tassista di notte per combattere l'insonnia e disadattato alla disperata ricerca di una missione da compiere per dare un senso alla sua vita. Non importa quale missione, tanto che Travis passerà dal tentativo di sedurre Betsy, che idealizza come perfezione femminile in un mondo completamente marcio, al maldestro e delirante progetto di uccidere un candidato alla Casa Bianca, simbolo del potere e di un sistema lontano dalla gente comune, fino alla redenzione di Iris, la baby prostituta interpretata dalla Foster e al bagno di sangue finale. La ribellione di Travis non ha niente di intellettuale e rivoluzionario, è puro istinto. Neppure lui, in un vuoto che è tanto esistenziale quanto culturale, riesce a trovare le parole per descrivere il suo malessere, vedere la splendida scena in cui chiede consiglio al "mago", uomo d'esperienza altrettanto incapace di esprimere alcunché di umano. Le scene entrate nella leggenda sono tante, da quella già citata a i monologhi allo specchio, dall'acquisto delle armi alla distruzione del televisore, fino al cliente pazzoide che progetta di uccidere la moglie fedifraga(interpretato dallo stesso Scorsese in un riuscito cameo). E altrettante sono le occasioni di apprezzare la mano di Scorsese, qui al suo meglio, dalle soggettive del taxi che taglia in lungo e in largo New York di notte, all'insistita zoomata sull'aspirina nel bicchiere, simbolo dell'alienazione di Travis, dalle ripetute scene allo specchio fino al devastante finale con il rosso del sangue volutamente desaturato, si dice per evitare problemi con la censura, ma che nelle mani del regista diventa un ulteriore occasione di stupire. Perfette anche le atmosfere create dalle musiche di Bernard Herrmann, compositore già caro a Hitchcock.
Un'opera irripetibile.

4 commenti:

  1. Sì sì, vorrei scriverne più spesso, se avessi tempo(e costanza...). Che ne pensi, t'è piaciuta?

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  2. Molto! Esauriente e non banale, un'analisi veloce e acuta dei contenuti e quell'accenno agli interpeti che non guasta mai. Promosso!
    :)

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  3. Ma grazie! Vorrà dire che mi cimenterò di nuovo ;)

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