mercoledì 26 luglio 2017

Live Review: Jethro Tull by Ian Anderson, Pescara, 22 giugno

Il resoconto del live di Ian Anderson a Pescara il 22 giugno con la sua formazione che propone i classici degli storici Jethro Tull.




Una doverosa premessa: questo che leggerete non è l’obiettivo reportage di un live, ma l’istantanea di un’emozione difficile da lasciarsi alle spalle, colta ancora a caldo. Già, perché i Jethro Tull sono un pezzo di storia del rock, quello che ha veramente fatto epoca, quello del periodo aureo del genere, ossia tra il ’65 e il ’75. Chi scrive ha una lunga storia di passione per questo genere di musica, una passione fatta di musicassette consumate per gli ascolti ripetuti e di appostamenti per registrare sulle videocassette gli speciali sul rock che, molto raramente, passavano a tarda notte sulle poche emittenti di allora. Una passione nata prima di internet, sudata perché prima della rete non tutto era a portata di mano, o di clic, come si dice. E i Jethro Tull erano uno di quei nomi che ricorrevano sempre sui libri e nelle compilation, appena un gradino sotto Beatles, Rolling Stones e Led Zeppelin, ma ancora più fascinosi per via degli atteggiamenti di quel leader istrionico, vestito spesso di stracci e dallo sguardo folle che, usando in modo assolutamente poco canonico uno strumento come il flauto traverso, fino ad allora esclusivamente appannaggio di generi musicali più colti, si dimenava come un ossesso sul palco.
La loro musica era un miscuglio di blues, rock progressivo, ritmi jazzati, passaggi classici, barocco e folk anglosassone; il loro immaginario si muoveva su un pericoloso confine tra folletti e clochard, tra rock maledetto e Bach. Probabilmente questa lunga premessa non basterà a farvi capire l’emozione, mia ma anche di tutti gli appassionati che gremivano gli spalti, all’ingresso in scena di Ian Anderson, quando l’icona si è trasformata in presenza reale e tangibile, a pochi passi da noi, con l’inconfondibile voce che il tempo non ha in nessun modo modificato, tranne forse nei registri più alti, le movenze da folle menestrello e il sibilo, ora dolce e melodico, ora roco e minaccioso, del suo mitico flauto.
 Ian Anderson dal vivo ha un effetto straniante; ormai vicinissimo ai settanta, per certi versi sembra più in forma di quando ne aveva venticinque, e se il fascino non è lo stesso di quando sembrava essere uscito dai boschi di una fiaba irlandese, coi capelli rossicci arruffati e l’inseparabile flauto, l’effetto è comunque dirompente, le movenze sono le stesse e l’istrionismo è forse meno virulento ma ancora più consapevole. La prima parte del live mescola vecchi successi e qualche pezzo più recente, ed è soprattutto sulla mitica Bouree, un pezzo scritto secoli fa da Bach, che il teatro inizia a scaldarsi, e così su una lunga rilettura di Thick As A Brick. Ma è la seconda parte del live quella che conquista definitivamente un pubblico accorso, in ogni caso, per tributare il proprio amore al maestro. Il secondo tempo è infatti dedicato completamente al repertorio storico della band, con pezzi mitici come Locomotive Breathe, Heavy Horses, Dharma For One, A New Day Yesterday e, soprattutto, la sontuosa Aqualung, pezzo che, su un riff metal, prima dell’invenzione del metal, innesta una parte da folk tradizionale e elementi blues e hard rock. Grande levata di scudi per il chitarrista Florian Opahle, che si prende le luci della ribalta con una riproposizione della Toccata e Fuga di Bach, rivista in chiave metal, tanto kitsch quanto adatta a mettere in mostra la sua tecnica cristallina e ad attirargli l’ovazione del pubblico.
 Insomma, quella del 22 giugno è stata la celebrazione di un mito cinquantennale, tra il miracolo di un personaggio con cui il tempo è stato gentilissimo, e l’incredulità di un pubblico che vedeva finalmente materializzato, a Pescara, uno dei propri miti.

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