martedì 7 agosto 2018

Recensione: Evergreen - Calcutta (2018)




Da un paio di mesi è uscito Evergreen, terzo atteso lavoro di Calcutta, moniker dietro cui si cela il cantautore di Latina Edoardo D’Erme.


L’album segue il grande piccolo successo di Mainstream del 2015, e Calcutta era un po’ atteso al varco tra quanti avevano apprezzato il suo cantautorato precario aspettando l’inevitabile crescita e tra chi invece si aspettava qualche mezzo passo falso.
C’è subito da dire che il lavoro potrebbe deludere e accontentare allo stesso tempo le due fazioni, e questo sembra essere un primo segnale di quanto la poetica del D’Erme sia figlia dei suoi tempi.
Musicalmente Calcutta si muove appieno nei confini del classico cantautorato anni ’70 – perfino la copertina pare andare in questo senso – arrangiamenti fintamente semplici, chitarra acustica e piano, con qualche intarsio di chitarra elettrica e qualche tocco fantasioso qua e là.
Il disco si apre con Briciole, a parere di chi scrive uno dei pezzi più deboli dell’intero album; Edoardo ce la mette tutta nel tirare fuori tutto l’immaginario di giovani universitari messi a dura prova più dal futuro che da un presente nel quale sembrano gravati più che altro dalla noia, eppure “il mondo è un tavolo e noi siamo le briciole” sono davvero versi troppo banali.
A seguire Paracetamolo, Pesto e Kiwi insistono su un immaginario fatto di perenni malanni, call center e precariato sentimentale, campi di kiwi che fanno da sfondo a storie d’amore senza futuro e stabilità, ma alcuni giochi di parole sono davvero azzeccati e le melodie catchy, sempre pronte ad aprirsi in un trionfale ritornello risolutore, fanno sì che il tutto funzioni al meglio.
Più deboli Saliva, Nuda nudissima e Orgasmo – che sembra uno scarto dei Thegiornalisti - che vorrebbero fare scalpore ma rimangono ancorate a una certa debolezza a livello sia musicale che di contenuti; qualche guizzo in più in Hubner, dove il calciatore funge un po’ da metafora della carriera di Calcutta, ovvero il bomber della porta accanto che senza abbandonare la squadra di provincia – il Piacenza nel caso di Darione – vince la classifica dei capocannonieri.
Rai è forse il pezzo più azzeccato del lavoro, dove finalmente il ventinovenne di Latina pare lasciarsi andare a un po’ di sana e compiaciuta autoironia.
Diciamo che, come spesso accade, quelli che sono i punti di forza del cantautore rischiano di trasformarsi in pericolosi boomerang; le piccole storie quotidiane di Calcutta sono talmente piccole che a volte si rischia un po’ un effetto claustrofobia. Magari qualche slancio politico in più, dalle parti di un Brunori SAS o di Motta, potrebbero starci, o pestare fino in fondo il pedale dell’ironia surreale come un Dente, senza prendersi così sul serio. O magari un colpo di genio come Bugo, cantautore misconosciuto che sembra però affiorare assieme alle altre palesi influenze che rintracciamo in grandi nomi, da Battisti a dalla, da Carboni a Vasco Rossi e Rino Gaetano.
Insomma per ora Calcutta si conferma portavoce dell’itpop, tanto quanto i Canova, Coez e i più laccati Thegiornalisti, una sorta di ponte tra l’indie d’autore di Baustelle e dei Dente e Bugo dei giorni migliori, e il nazional popolare più puro.
Speriamo che per il prossimo lavoro il percorso di Edoardo si faccia un po’ più chiaro.


Voto: 5.5

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