lunedì 4 gennaio 2016

Visioni di fine anno


Mentre tutta l'Italia è presa dal dibattito, piuttosto surreale, in verità, su Checco Zalone, forse per reazione spontanea, mi è venuta la voglia di scrivere un po' di cinema, cosa che faccio, ahimé, sempre più di rado. Ma due parole sul nostro ennesimo fenomeno da botteghino, nonché ennesimo ossimoro tutto italico, un vero "ribelle conservatore", come lo fu a suo tempo e ancora oggi il molleggiato nazionale, quell'Adriano Celentano che leggo, non senza una punta d'orrore, essere uno dei più grandi fans di Checco, vanno spese. Non ce l'ho con Zalone, per carità, e se anche fosse a chi mai potrebbe interessare? Lui è bravissimo nel fare il suo lavoro. L'equivoco è proprio questo, il suo lavoro, che non è fare cinema(peraltro non è nemmeno regista dei film che vengono definiti "suoi"), né fare l'attore, o il comico, o lo sceneggiatore. Il suo lavoro è fare soldi, e fare soldi è l'unico valore che ci viene inculcato dalla nascita. Quindi, guai a parlare male di un cinema fatto di luoghi comuni, di un essere fintamente politicamente scorretto(cazzo, è prodotto da Mediaset il che, al di là di dissertazioni filosofiche sempre fuori luogo davanti a prodotti di valore artistico irrilevante, garantisce al film distese a perdita d'occhio di stampa prezzolata che ne parlerà bene a prescindere, oltre a un battage pubblicitario da propaganda sovietica), di contenuti tecnici e artistici pressocché inesistenti. Complice l'influenza, ieri rivedevo in televisione un gioiello del nostro cinema, "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola; incredibile pensare che all'epoca un film del genere fosse considerato come commedia all'italiana, con gli attori del momento e dai sicuri incassi al botteghino; praticamente lo stesso target che oggi è attribuito a Zalone, ma anche a Pieraccioni o Aldo, Giovanni e Giacomo. Ora, senza attaccare noiosi pipponi sul bel cinema che fu, il film di Scola era un prodotto sì destinato al grande pubblico, ma a cui nulla mancava per fregiarsi a pieno titolo di opera d'arte; affrontava temi importanti, dalla resistenza all'imborghesimento del dopo boom, dall'amicizia, l'amore e altri sentimenti universali all'opportunismo più bieco, poteva contare su un cast di attori in stato di grazia, metteva a nudo le idee e, soprattutto, i fallimenti del regista, degli sceneggiatori e di un'intera generazione che aveva creduto nella rivoluzione e si ritrovava a coltivare il proprio orticello. Il tutto condito da scelte registiche ricercate e non banali, flashback, passaggi dal bianco e nero al colore e via dicendo. La colpa di un tale imbarbarimento quindi a chi spetta? Alle case di produzione che si interessano meramente a fare cassa anche se si tratta di propinare al pubblico immondizia, o allo stesso pubblico, ridotto allo stato larvale da decenni di televisione commerciale, da quiz beceri basati su risposte multiple che garantiscono un'oscena par condicio tra chi è preparato e chi brandisce la più bieca ignoranza, da reality che propugnano l'idea della popolarità per tutti, ben al di là del quarto d'ora di wharoliana memoria, da fiction che ci hanno abituato(Boris docet)a recitazioni alla cazzo di cane e a luci e fotografia che devono essere peggiori di quelle delle televendite, in modo da non far disaffezionare il pubblico da queste ultime? O forse la responsabilità è nella decadenza culturale e di valori dell'intera società, ostaggio da anni del modello americano, per cui è buono e bello solo ciò che fa fare soldi? Questo non lo so, so solo che questa riflessione mi ha preso la mano, dato che dovevano essere solo un paio di righe d'introduzione a delle mini recensioni dei film che ho visto ultimamente al cinema; perché, nonostante il mondo vada così, di bei film se ne fanno ancora. Molti meno, ma se ne fanno.

Non Essere Cattivo - Di Claudio Caligari
Film estremamente atipico, di un regista estremamente atipico per il cinema italiano di oggidì. Caligari, proprio in virtù del funzionamento del sistema cinema in Italia, è regista capacissimo e singolare, con una cifra tutta sua, ma che, in vari decenni di attività è riuscito a portare a termine solo tre film, di cui quest'ultimo rimane anche come sorta di testamento artistico, data la sua scomparsa poco dopo la fine delle riprese. Si tratta di un'opera che, pur nella meschinità squallida delle ambientazioni, tratta temi importanti quanto risaputi, l'amicizia, la rivalsa dopo la caduta agli inferi e l'impossibilità oggettiva per alcuni di togliersi di dosso le stimmate del perdente e del dannato. Il tutto con un estro registico fuori dal comune, registri ora comico-grotteschi, ora pesantemente drammatici, con qualche caduta in banalità da melò e atmosfere tra Pasolini e Pazienza. Con qualche ammiccamento a una sorta di Trainspotting de noaltri. Ben recitato, con belle ricostruzioni degli anni novanta, al botteghino è passato inosservato, mentre la critica l'ha incensato in modo forse esagerato. Comunque un film da vedere, ben lontano dalla media del cinema italiano.

The Lobster - Di Yorgos Lanthimos
Kynodontas è stato uno dei film che ho più amato degli ultimi anni, una vera rivelazione. Lanthimos torna a proporci la sua personale visione distopica della società con The Lobster, armato di budget e cast internazionali. La trovata di partenza, questa volta, almeno a mio parere, è più debole di Kynodontas; lì avevamo una famiglia che cresceva i propri tre figli nell'isolamento più totale, mentendo in continuazione per creare una sorta di campana di vetro e paventando pericoli a destra e a manca se si fossero avventurati nel mondo reale, dando vita a una metafora del totalitarismo, ma in cui non era difficile rivedere anche molte delle paure occidentali, specie degli Stati Uniti, un po' come accadeva in maniera più roboante in The Village. Qui abbiamo una società in cui è vietato essere single, pena la trasformazione in animali, in cui l'unica via di fuga al conformismo è la fuga nei boschi per unirsi ai ribelli, che vivono rigidamente "scoppiati" in un regime ancor più claustrofobico di quello da cui si tenta di fuggire. Le qualità tecniche di Lanthimos sono inalterate, regia impeccabile, molto personale e di raro talento e potenza visiva, mentre la critica sociale ha questa volta più piani di lettura; quello, fin troppo ovvio, sulla vita di coppia, retta solo da convenienze e ipocrisie, da un sesso freddo e meccanico e da caratteristiche in comune sempre finte, una finzione che i componenti delle coppie fingono di ignorare fino al paradosso. Scavando di più ci troviamo di fronte a una nuova riflessione sui totalitarismi e sul fanatismo, a una visione del mondo pessimistica che ricorda il grande Bunuel non solo per la cifra surreale dell'opera, quanto per il fatto di non salvare nessuno nell'intero consesso umano. E così i ribelli sono ancora peggio dell'oscura dittatura a cui si oppongono, gli uomini sono tutti pronti al tradimento dei propri e degli altrui valori per garantirsi la salvezza, al contrario di quello che succedeva in Fahrenheit 451, opera a cui Lanthimos deve molto. Il film è da vedere per aprire dibattiti poi difficili da chiudere, semmai il problema è un altro: come dare torto a questa visione di pessimismo estremo del regista greco?

Irrational Man - Di Woody Allen


Puntuale come pandoro e panettone, a ogni Natale arriva la nuova opera di Woody Allen, gettando nell'ansia chi ha molto amato e chi ama ancora il regista di New York. La domanda è: ci troveremo di fronte alla scialba ombra del cineasta che fu come nelle scipite cartoline delle capitali europee di To Rome With Love, Vicky Cristina Barcelona o l'appena più godibile Scoop? O a prove più tradizionali ma comunque a forte rischio di derive stucchevoli come Magic In The Moonlight o il comunque godibile Midnight In Paris? O ancora il buon Woody riuscirà a tirar fuori dal cilindro qualcosa di più intrigante, magari serioso, come in Matchpoint o nel suo capolavoro senile Blue Jasmine? Ve lo dico subito, Irrational Man fa parte decisamente dell'ultima categoria, anche se non tocca le vette dei due titoli citati. Joaquim Phoenix è un professore di filosofia ancora giovane seppur imbolsito, tanto fascinoso quanto stufo della vita a cui non riesce a dare un senso. Le donne che gli girano intorno, un po' stereotipate a dire il vero(la studentessa acqua e sapone ma troieggiante quanto basta e la prof/casalinga disperanta, moglie annoiata troieggiante anziché no a sua volta), non riescono a resistere al fascino ombroso del nostro, che tuttavia non se ne cura, tra attacchi di depressione, impotenza psicosomatica e derive suicide, fino a quando non ritrova la voglia di vivere nel bislacco progetto di un omicidio a fin di bene. Nel corso degli anni Woody Allen è diventato un signor regista anche tecnicamente, incidentalmente, a sua detta, e sotto questo aspetto Irrational Man è un film senza pecche; movimenti di macchina lenti e avvolgenti, citazioni da Hitchcock(la scena in cui Emma Stone immagina il delitto tale e quale a come è stato commesso da Phoenix deve molto a Il Delitto Perfetto)e atmosfere debitrici a Delitto e Castigo, più volte espressamente citato, bravi attori usati con parsimonia, tutto è perfetto. Perfetto ma anche già visto, e inoltre l'impressione è che Woody, forse non a torto, si fidi meno del pubblico, tutto è troppo spiegato, limpido, senza zone d'ombra. Ma siamo comunque di fronte a uno dei tre o quattro migliori Allen degli ultimi dieci anni.














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